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RITAGLI STAMPA SULLO SPETTACOLO “L'AVARO”

 

La recensione di Marta Mascia

"L'Avaro e Garibaldi"
« L’Avaro e Garibaldi»
Come festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia a teatro? Luigi De Filippo con la sua compagnia di teatro (composta da dieci giovani attori) sceglie come base la famosissima commedia di Molière «L’Avaro», facendone un libero adattamento in due atti. Non siamo più a Parigi ma a Napoli, patria del regista, e non siamo più nel Seicento ma nell’Ottocento. In realtà ogni tanto sconfiniamo anche nel 2000 e il regista ci ricorda i problemi che tutt’oggi la sua amata città deve attraversare.
Nel palco abbiamo un telo dipinto che rappresenta il porto di Napoli e lo spettacolo inizia con una musica di sottofondo: l’inno di Mameli. Una volta alzata la grande scenografia dipinta è visibile la ricostruzione di Aldo Buti, scenografo e costumista, di un salotto d’epoca: delle sedie, una poltrona, un tavolino, due specchi e due colonne l’arredano. I colori dell’arredo sono l’oro e il bordeaux, che rimandano alla celata regalità e ricchezza del protagonista Arpagone, divenuto Don Attanasio Mascaturo, ma vi sono anche squarci e macchie nella carta da parati, gli specchi sono arrugginiti, che mettono in luce la caratteristica peculiare del personaggio: l’avarizia. Ciò emerge sia dal suo costume: una vestaglia e guanti tagliati, sia dalle parole del personaggio che cerca costantemente di comprarsi gli altri, senza curarsi minimamente dei loro sentimenti.
Lo spettacolo mostra l’attaccamento di Attanasio ai vecchi valori, vuole mantenere i suoi poteri anche quando i tempi stanno tramontando e i giovani stanno acclamano la nuova era Garibaldina, che porta con sé la libertà, il tricolore e l’eguaglianza. Le camicie rosse non compaiono mai in scena, possiamo udirli soltanto tramite i loro canti e passi di sottofondo. Sicuramente da notare i costumi di Aldo Buti: d’epoca e precisi nel dettaglio.  Le donne hanno borsetta, guanti, ventaglio abbinati al vestito.
Commedia sicuramente svecchiata da De Filippo che arricchisce l’opera tramite battute legate al mondo contemporaneo e a Napoli in particolare. Gli attori ricoprono alla perfezione la parte dei loro personaggi, caratterizzandoli tramite una gestualità e una mimica enfatici ed espressivi. Si utilizza in questo teatro il dialetto napoletano, italianizzato e comprensibile, che contribuisce ad aumentare l’ilarità dell’opera.

Sul sitoTeatro.org
Pontedera, teatro Era, 18/01/2011
Visto il 18/01/2011 a Pontedera (PI) Teatro: Era

 


La recensione di Silvia Cosentino

L'AVARO PARTENOPEO DI LUIGI DE FILIPPO

Il programma di sala dell’ultimo spettacolo di Luigi De Filippo porta il Tricolore e due date: 1861-2011, 150esimo anniversario Unità d’Italia. Un omaggio tutto in linea con la propria tradizione teatrale, quello che l’attore e regista fa al nostro sofferente paese: un libero (liberissimo) adattamento de L’avaro di Molière che, per l’occasione, viene trasportato nella Napoli del 1860 alle prese con l’arrivo di Garibaldi.
Ecco, quindi, l’alter ego di Arpagone, Don Attanasio Mascaruto, attaccato con unghie e denti ai fasti della propria nobiltà e ai danari che tiene avidamente nascosti dalle grinfie del mondo. La scena si svolge nel suo sgargiante salotto, la cui ricchezza di mobilio e suppellettili manifesta, nella carta da parati visivamente consunta, tutto il peso del tempo che passa inesorabilmente. Fa forza sul passato, il barone, sui privilegi e la moralità della propria classe, disprezzando e temendo la ventata di nuovo appena giunta in città: come nella trama della commedia originale, tiene a stecchetto e contrasta i figli nelle loro scelte d’amore, fino al noto lieto epilogo che lo vede, comunque, restare taccagno.
Sull’innesto di Molière si sviluppa una vicenda ritmata dalla musicalità del dialetto napoletano: perfetto De Filippo e molto bravi tutti i componenti della compagnia, che regalano momenti esilaranti incentrati sulla verve partenopea, anche grazie ad alcune battute benevolmente rubate al principe De Curtis. Lo scontro tra la volontà conservatrice e l’imminente Unità d’Italia si fonde con alcuni riferimenti a questioni certamente attuali, come quelle dell’immondizia e della Salerno-Reggio Calabria, nella volontà di mostrare come la natura di molti seri problemi del Meridione sia rimasta la stessa.
Per poter apprezzare lo spettacolo occorre pensarlo come entità a se stante: dimentichiamo Molière e godiamo quindi dei genuini frizzi e lazzi, dell’accurato allestimento, delle capacità attoriali e del messaggio positivo che si vuole lasciare.
Visto il 22/01/2011 a Lucca (LU) Teatro: Del Giglio

Sul sito Teatro.org



Teatro: “L’Avaro” firmato da Luigi De Filippo
Sul palco dell’Argentina la storia del ricco signorotto napoletano Don Attanasio Mascaturo, taccagno e in contrasto con i figli, al tempo dell'Unità d'Italia
di Toni Colotta

Paginate di articoli, servizi radio-tv, film: siamo inondati da rievocazioni mediatiche del nostro Risorgimento, che dovrebbero aiutarci a celebrare nel modo giusto, senza scontri ideologici, il prossimo 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un provvido sussidio che rimedia a tanta disinformazione, a livello popolare, su quell’evento storico fondamentale. Ma in questo il contributo più singolare l’offre il teatro: non un compunto documentario scenico bensì una allegra reinvenzione che porta la firma e l’estro di Luigi De Filippo. L’attempato ma freschissimo figlio del grande Peppino si misura a modo suo con il Molière de “L’Avaro”, calandolo in una realtà «altra» da quella in cui il genio teatrale francese ambientò questa straordinaria creazione della vecchiaia, la società del suo tempo.

Può indurre in inganno la titolazione che campeggia sul manifesto dell’Argentina (dov’è in scena fino al 19). “L’Avaro” in partenza è, sì, quello che amiamo e che ha avuto in Italia grandi interpreti, ma tradotto e adattato dal giovane ottantenne Luigi il quale, con un salto di immaginazione, fa del protagonista Arpagone il ricco signorotto napoletano Don Attanasio Mascaturo, naturalmente avarissimo, che vive, addì 1860, in una dimora un tempo lussuosa e ormai cadente. Non vale affaticarsi a cercare agganci all’originale. Ci pensa lo scenografo e costumista Aldo Buti a darci l’orientamento: all’aprirsi del sipario la megariproduzione di un delizioso acquarello dell’epoca ci mette nel bel mezzo del Vesuvio altifumante e del mare di Mergellina, mentre si sente una «tammurriata» insieme all’inno di Mameli amabilmente fischiettato.

Dominatore della scena è Don Attanasio ovvero De Filippo. Ritroviamo lo scontro fra lui e i due figli, ostacolati nelle loro mire matrimoniali, e soprattutto privati del sussidio economico per la patologica taccagneria del padre. Il tutto però, trasposto in una lingua e uno stile di vita, diciamo così, della più schietta napoletanità, diviene altro, farsa colorita e scoppiettante, anzi colorata e sgargiante nei costumi disegnati da Buti. Con tanti saluti all’Arpagone «noir», tragico, attaccato follemente al proprio denaro, e alla «cassetta» che lo contiene. Sottrattagli a mo di ricatto e poi ricomparsa nel modo che sappiamo. E l’Unità? È appena al di là delle pareti, con i canti, le grida, le notizie sull’avvento di Garibaldi e dei piemontesi, e la caduta dei Borboni protettori del padrone di casa. Finale in allegria e tricolori alla maniera «scarpettiana». Lo spettacolo, per la vitalità trascinante, funziona e diverte grazie all’alto mestiere di De Filippo, valente capocomico nel guidare un selezionato gruppo di giovani, precisi nei «tempi» comici.

10 gennaio 2010
Sul sito RomaSette



Luigi De Filippo è L’Avaro di Molière al Teatro Argentina di Roma
da Teatrionline
pubblicato da Fabiana Raponi il 04/01/2011

Luigi De Filippo, uno dei maggiori eredi del teatro di tradizione napoletano, ha di recente non solo raggiunto gli 80 anni d’età, ma anche i 60 anni di carriera artistica. Un anniversario importante, celebrato con l’uscita di un’autobiografia (Un cuore in palcoscenico) e con il debutto del suo nuovo lavoro in prima nazionale (e finalmente e meritatamente) in un teatro importante come l’Argentina di Roma. E questa volta De Filippo si confronta, seppur con un approccio tutto personale, non con un testo della tradizione partenopea, ma con un classico del teatro francese, l’Avaro di Molière.
Diverse le novità in questo divertentissimo Avaro, dall’ambientazione alla lingua, agli spunti. De Filippo, naturalmente anche qui regista e attore, sposta la vicenda da Parigi a Napoli e per giunta nel 1860, quando il vittorioso arrivo di Garibaldi sanciva la caduta dei Regno dei Borboni e l’Unità d’Italia. Ma Arpagone, che qui diventa Don Attanasio Mascaturo, egregiamente interpretato dal sapiente Luigi De Filippo, è non solo l’avaro del titolo, che mantiene tutti i difetti del classico carattere analizzato e creato da Molière, ma anche un uomo profondamente attaccato ai proprio privilegi, un conservatore attaccato ferocemente al vecchio mondo e alle vecchie istituzioni, al suo mondo.
Ovvio poi che la lingua utilizzata sia il napoletano, certamente italianizzato e ampiamente comprensibile, scelta che incide non solo sulla musicalità del testo, ma anche sulle soluzioni stesse dei dialoghi che si giovano della comicità e dell’umorismo napoletano facendo ridere anche con una certa amarezza. L’intreccio rimane sostanzialmente lo stesso dipanandosi fra risate, equivoci e agnizioni finali, ma l’Avaro è molto di più, perché riesce e fondere la classicità di una commedia tradizionale, alterandone in parte l’impianto e attualizzandolo, con l’innovazione e la modernità, introducendo spassose novità e suggerimenti critici sulla società contemporanea, offrendo la possibilità di dissertare sulla fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.
L’Avaro è uno spettacolo divertente e curato da vedere per tanti motivi: i giovani attori della compagnia sono molto bravi (incontenibile la Saracena di Marianna Mercurio) ed è irrinunciabile ammirare la saggia verve di De Filippo e il suo pacato e inconfondibile stile inalterati anche in un ruolo poco simpatico come Arpagone, godere di un’inedita commedia che mescola saggiamente la tradizione con l’innovazione fino al tripudio finale al tricolore italiano. Scene e costumi di Aldo Buti che crea una scena assolutamente in linea con la commedia: la ricca dimora di Don Attanasio è il ritratto della decadenza voluta dall’avarizia del suo padrone, con la possente carta rossa da parati che si stacca dai muri anneriti dalla sporcizia, i mobili che cadono a pezzi, gli specchi sporchi. Lo spettacolo, in scena fino al 16 gennaio al Teatro Argentina di Roma e poi in tourneé in tutta Italia, rientra nell’ambito delle manifestazioni in occasione delle celebrazioni nazionali per il 150esimo anniversario per l’unità d’Italia.

Sul sito Teatrionline


L'avaro secondo De Filippo
Traduzione e libero adattamento in due parti dalla commedia di Molière al Teatro Argentina
[27-12-2010]

Il Teatro Argentina di Roma ospita, a partire dal 28 dicembre, il debutto nazionale di uno spettacolo che celebra il divertente connubio tra tradizione e l’originalità in un adattamento di Luigi De Filippo de “L’Avaro” di Molière.

Come tradizione vuole, anche l’Arpagone di De Filippo viene condannato alla solitudine dalla sua proverbiale avarizia, mettendo ancora una volta il suo denaro davanti ad ogni forma d’amore. Eppure questa singolare versione presenta grandi cambiamenti annunciati fin dal prologo della commedia che viene affidato ad un Lampionaio napoletano il quale declama la fine del Regno dei Borboni, l’arrivo di Garibaldi e l’inizio del Regno dei Savoia. Luigi De Filippo si discosta infatti dal testo francese e trasporta l’azione scenica da Parigi alla Napoli del 1860 quando, con l’arrivo di Garibaldi vittorioso, nasceva l’Unità d’Italia. Altra novità è l’uso del dialetto napoletano, quello dei de Filippo, italianizzato e comprensibile in tutta Italia, un’Italia finalmente unita.

Pur mantenendo una certa fedeltà alla storia classica, la versione di De Filippo lascia intravedere parecchi spunti ‘moderni’ sulla fine di un’era e l’inizio di un nuovo periodo storico. Di conseguenza, anche i dialoghi sono diversi, essendo caratterizzati da una comicità tipicamente partenopea, rigorosamente in linea con un’altra tradizione drammaturgica, quella umoristica dei De Filippo.

“L’Avaro” di Luigi De Filippo, interpretato dal Maestro stesso, è un uomo legato a un mondo e a privilegi che stanno tramontando e che, coi tempi nuovi, porteranno all’Unità di una Nazione. I personaggi della commedia sono  individui che da sudditi devono crescere per diventare cittadini. Un evento storico, visto con una satira tutta napoletana. In scena accanto a de Filippo, che cura anche la regia, undici giovani attori, alcuni legati da esperienze professionali passate, altri scelti quest’anno attraverso i consueti provini effettuati dal Maestro all’inizio di ogni nuova produzione. Le scene e i costumi sono di Aldo Buti.

È uno spettacolo divertente e piacevolissimo su qualità e difetti degli italiani, che celebra, con ironia e divertimento, i 150 anni dell’Unità d’Italia che ricorre nel 2011.

L’iniziativa ha ottenuto la concessione del logo ufficiale delle celebrazioni dall’Unità Tecnica di Missione per le celebrazioni nazionali del 150° anniversario dell’Unità d’Italia della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Sul sito Corriere Romano


Al Teatro Argentina Luigi De Filippo incontra Molière e Garibaldi‏
Il Teatro Argentina di Roma ospita, a partire dal 28 dicembre, il debutto nazionale di uno spettacolo che celebra il divertente connubio tra tradizione e l'originalità in un adattamento di Luigi De Filippo de L'Avaro di Molière
di Francesca Ragno - 26/12/2010

Il Teatro Argentina di Roma ospita, a partire dal 28 dicembre fino al 9 gennaio, il debutto nazionale di uno spettacolo che celebra il divertente connubio tra tradizione e l’originalità in un adattamento di Luigi De Filippo de L’Avaro di Molière.
Come tradizione vuole, anche l’Arpagone di De Filippo viene condannato alla solitudine dalla sua proverbiale avarizia, mettendo ancora una volta il suo denaro davanti ad ogni forma d’amore.
Eppure questa singolare versione presenta grandi cambiamenti annunciati fin dal prologo della commedia che viene affidato ad un Lampionaio napoletano il quale declama la fine del Regno dei Borboni, l’arrivo di Garibaldi e l’inizio del Regno dei Savoia. Luigi De Filippo si discosta infatti dal testo francese e trasporta l’azione scenica da Parigi alla Napoli del 1860 quando, con l’arrivo di Garibaldi vittorioso, nasceva l’Unità d’Italia. Altra novità è l’uso del dialetto napoletano, quello dei de Filippo, italianizzato e comprensibile in tutta Italia, un’Italia –appunto- unita.
Pur mantenendo una certa fedeltà alla storia classica, la versione di De Filippo lascia intravedere parecchi spunti ‘moderni’ sulla fine di un’era e l’inizio di un nuovo periodo storico. Di conseguenza, anche i dialoghi sono diversi, essendo caratterizzati da una comicità tipicamente partenopea, rigorosamente in linea con un’altra tradizione drammaturgica, quella umoristica dei De Filippo.

L’Avaro di Luigi De Filippo, interpretato dal Maestro stesso, è un uomo legato a un mondo e a privilegi che stanno tramontando e che, coi tempi nuovi, porteranno all’Unità di una Nazione. I personaggi della commedia sono  individui che da sudditi devono crescere per diventare cittadini. Un evento storico, visto con una satira tutta napoletana. In scena accanto a de Filippo, che cura anche la regia, undici giovani attori, alcuni legati da esperienze professionali passate, altri scelti quest’anno attraverso i consueti provini effettuati dal Maestro all’inizio di ogni nuova produzione. Le scene e i costumi sono di Aldo Buti.

Sul sito Roma Today

 


Una comicità partenopea inarrestabile e vivace.

Stavolta Luigi De Filippo si è divertito e ci ha divertito a proporre l'Avaro di Molière in un'intelligente e arguta lettura. Lo spettacolo che lo ha avuto quale geniale protagonista, oltre che come attento regista, è felicemente andato in scena al Teatro Argentina. La vicenda è stata ambientata al momento dell'arrivo di Garibaldi a Napoli, con l'inizio della dinastia Sabauda. E va qui detto che l'eroe dei due mondi giunse da conquistatore nella città partenopea - caso più unico che raro - comodamente seduto in un vagone ferroviario, per poi montare sul cavallo bianco che gli era stato approntato alla stazione.
L'arrivo dell'artefice dell'Unità d'Italia or dunque segnava la fine del Regno delle Due Sicilie e quindi dei privilegi goduti a pieno dalle aristocratiche famiglie legate alla dinastia Borbonica. Trasferita l'azione scenica da Parigi alla Napoli del 1860, se i personaggi restano gli stessi, mutano i loro nomi. Arpagone diventa don Attanasio Mascaturo e Luigi De Filippo, impegnato nel ruolo dell'avido protagonista che non sa rinunciare ai pregressi favori, viene condannato alla solitudine dalla sua proverbiale avarizia, mettendo ancora una volta il suo denaro davanti ad ogni forma d'amore. L'intera vicenda è permeata da una vivace satira. Pur mantenendo una certa fedeltà all'impianto originario di Molière, questa versione lascia intravedere parecchi spunti "moderni" sulla conclusione di un'era e l'inizio di un nuovo periodo storico. Anche i dialoghi sono diversi, essendo caratterizzati da una comicità tipicamente partenopea, rigorosamente in linea con un'altra tradizione drammaturgica, quella umoristica dei De Filippo.
Luigi De Filippo nella figura dell'avaro ha messo tutta quella taccagneria, quell'irragionevolezza, quell'isterismo voluti dall'autore. Il protagonista, insomma, ha egregiamente riecheggiato la tesi di Stendhal, il quale assumeva che la parte del pidocchioso spilorcio, al di là dell'insana follia, portava all'interno del suo ragionare e sragionare: "una plaisenterie che finiva con l'apparire allo spettatore non tragica ma divertente".
Don Attanasio Mascaturo non è mai nei guai per la passione per la sua pecunia e, quindi, per la sua insita cupidigia. La "plaisenterie", ovvero la facezia, l'arguzia, la burla, gli scivolano inconsapevolmente addosso e lui col suo comportamento quasi passa dal dramma al comico. Continua così a prestare danaro a strozzo senza scapito alcuno. Egli diverte non per come agisce, ma per il suo modo di comportarsi, per il suo rabberciato vestire, per il suo continuo borbottare e farneticare, per il suo prendersi beffe del prossimo: sono tutti, questi, comportamenti e stati d'animo che Luigi de Filippo riporta mirabilmente in questa sua interpretazione, rendendo addirittura a tratti inafferrabile il personaggio che cerca con mille artifizi di sgusciare dalla sua lancinante vecchiaia.
Sprovvedutamente sottrae l'avena ai suoi stessi cavalli e se le povere bestie per l'inedia non sono più in grado di tenersi in piedi o di tirare la carrozza, poco danno: significa che la stessa carrozza durerà più a lungo. D'accordo sì, un brutto momento Don Attanasio lo passa quando non trova più sotterrata nel giardino la cassetta con gli scudi d'oro. Ma si tratta di un episodio a sé stante, e che ispirò Molière dalla traduzione francese dell'Aulularia di Plauto.
I veri dispiaceri gli vengono dunque non dalla sua tirchieria, ma dall'essersi invaghito di una "bella guagliona" di molti e molti anni più giovane di lui. Come tradizione vuole, anche l'Arpagone, o meglio il Don Attanasio Mascaturo di Luigi De Filippo, viene condannato alla solitudine dalla sua proverbiale avarizia, mettendo ancora una volta il suo denaro davanti a tutto.
Tra coloro che col protagonista dipanano la storia si integrano: il lampionaio Michele Sibilio; Valerio Luca Negroni; Maria Concetta Roberta Misticone; Ottavio Riccardo Feola; Suricillo Luca Gallone; Mastro Simone Michele Sibilio; la saracena Marianna Mercurio; Carmela serva Marisa Carluccio; Mastro Giacomo Paolo Pietrantonio; Marianna Felicia Del Prete; il commissario Michele Sibilio; il signor Anselmo Guglielmo Guidi. La scena di una decadente dimora nobiliare è di Aldo Buti che ha firmato pure i costumi d'epoca. La produzione è de "I due della Città del Sole".
L'iniziativa ha ottenuto la concessione del logo ufficiale delle celebrazioni dall'Unità tecnica di missione per le celebrazioni nazionali del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia della presidenza del Consiglio dei ministri. Nel programma di presentazione intanto Luigi De Filippo scrive: "80 anni di vita e 60 di teatro per comprendere che solo sulla scena si è felici perché si riesce a credere nell'incredibile". Gli applausi a lui e alla Compagnia tutta sono stati intensi e convinti. Le repliche intanto si susseguono con piena adesione di pubblico.
Renato Ribaud

Sul sito Avanti.it

 




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