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RITAGLI STAMPA SULLO SPETTACOLO "BAMBINACCI"

Quando la guerra si dimentica dei "bambinacci"

Da una parte: la nostra Storia collettiva, con la sua concretezza, le sue ingiustizie, le sue lacerazioni. Dall’altra: una tensione fantastica, vibrante e poetica. In mezzo: <<storie>> piccole, minute, raccontate quasi in sordina, come a voler disegnare parabole quotidiane semplici ma, al contempo, evocative di qualcos’altro, di qualcosa di più. La scrittura di Duccio Camerini sembra strutturarsi sempre meglio lungo questi tre assi paralleli e complementari. E’ stato così per l’articolata trilogia <<Orienti>>. Ed è così anche nell’ultimo lavoro dell’autore-regista-attore romano, Bambinacci, di scena alla Cometa fino a domenica. Spettacolo corale, polifonico, in cui agiscono personaggi/bambini interpretati da attori adulti (oltre allo stesso Camerini, assai incisivo nel ruolo di Nunziangelo, spiccano la Giovannella energica e risolutrice di Amanda Sandrelli e il Lippo balbuziente di Daniele Russo) e agiscono, tanto più, grandi tematiche a sfondo storico (siamo ai tempi della seconda guerra mondiale), sociale, etico e umano: l’abbandono, l’isolamento, la violenza, i soprusi di un mondo adulto dimentico della sua stessa infanzia. Si chiamano <<citoli>> i poveri orfanelli rinchiusi a Castello Bucio che, giostrando tra punizioni, marachelle, litigi, ingenuità erotico-sentimentali e ovviamente nostalgie per le madri perdute, incastrano voci e dialetti (un ciociaro schietto e agreste con, in alcuni, decise inclinazioni meridionaliste), alla ricerca di una vita di fuga dal futuro buio che li attende. Il tutto mentre si muovono fanciulleschi in una scenografia di corde e legno che restituisce l’idea del recinto e dove campeggia alto una <<tabernacolo>> della memoria deputato a custodire l’identità stessa dei giovani ospiti. Identità di cui in qualche modo assi riusciranno a riappropriarsi. Solo allora, infatti, la finzione illusoria della mimesi si trasformerà in racconto rivolto direttamente al pubblico. Così da ricordare – e ricordarci – il senso ultimo di quel <<fanciullino>> pascoliano che abita dentro ciascuno di noi.

Laura Novelli – Il Giornale – edizione di Roma – venerdì 7 dicembre 2007


Gli indesiderati in fuga dal castello

Un luogo fuori dal tempo e dalla realtà Castello Bucio, abbandonato da Dio e dagli uomini, un po’ orfanotrofio e un po’ Cottolengo per i figli indesiderati o venuti male, in mano a Giubilata, una ricoverata divenuta adulta e preda dei suoi problemi sado-masochistici (Angela Sajeva che ne fa quasi il fantasma di una strega), che usa come guardiano Nunziangelo, un robusto e bruto quattordicenne con un braccio focomelico. Con lui ecco la succube Celesta e la ribelle Giovannella, cui si aggiunge Ippo, figlio del sindaco del vicino paese, ma in realtà anche lui abbandonato in famiglia, dove nessuno lo ascolta. Bambini costretti a crescere velocemente per sopravvivere (e c’è chi non ce la fa e preferisce farla finita, come la remissiva Celesta di Beatrice Orlandini), bambini adulti in una finzione che vede adulti farsi bambini in scena.

Una sfida per Duccio Camerini, autore del testo, regista e interprete che non si risparmia, rabbioso e immaturo Nunziangelo, che fa calare tutti nei panni di questi personaggi infantili, impresa difficile e che pure riesce per la passione che vi mettono, per il gioco dei dialoghi, in bilico tra innocenza e coscienza e scritti in una lingua che gioca su forti echi dialettali, rivelando una sua vivace semplicità.

Quando la costruzione i una diga che dia energia alla nazione in guerra (siamo negli anni ’40 al confine tra Lazio e Abruzzo) comincia a sommergere il paesino di Fiumeto e quindi il vecchio Castello, il gioco di violenze, egoismi, rivalità, grazie all’iniziativa di Giovannella (indomita e orgogliosa Amanda Sandrelli), che costringe tutti a prender coscienza della realtà e della fine cui i ricoverati sono destinati (alcuni abbandonati lì, altri avviati a lavori praticamente da schiavi), nasce allora in questi <<Bambinacci>>, come si intitola il lavoro che si replica sino a domenica alla Cometa, la volontà di salvarsi, di ribellarsi, allo spietato mondo degli adulti e fuggire su per le montagne, assieme anche al piccolo Ippo (cui dà verità Daniele Russo), sino all’incontro con l’esercito degli alleati che avanza.

Paolo Petroni – Corriere della Sera – edizione di Roma – mercoledì 5 dicembre 2007


Sandrelli e Camerini che "Bambinacci"

Dopo L'ultima notte di Alessandro Prete, storia di cinque orfani, la Cometa ospita (fino al 9 dicembre) Bambinacci di Duccio Camerini, transitato ai "Solisti del Teatro" in luglio e ambientato in un orfanotrofio. Interpreti con Camerini (Nunziangelo, 14 anni), Amanda Sandrelli (Giovannella, 11 anni, ha ucciso il suo papà adottivo per difesa più che legittima), Beatrice Orlandini (la piccola Celeste, un destino segnato) e Daniele Russo, cioè Ippo, 8 anni, balbuziente. Lui una famiglia ce l'ha, ma si accosta al proibitissimo Castello Bucio per conoscere i cìtoli (bambini) che vi sono segregati. Poi c'è la Giubilata (Angela Sajeva), una specie di strega cattiva delle favole, che nasconde i segnacoli, come dire il patrimonio genetico e psichico dei piccoli, perché la Storia si ripeta e la paura si trasmetta insieme con il dna. Gli elementi della drammaturgia di Camerini ci sono tutti: una macchina scenica racchiudi-segreti; la storia del Paese che si intreccia indissolubilmente con quella dei personaggi; momenti in cui la coralità si perde e l'attore reclama tutta l'attenzione; l'utilizzo del dialetto (un mix di ciociaro, pescarese e lucano) a marchiare i personaggi con uno strano sdoppiamento, una Babele di lingue che a volte sembra artificiale, altre affascina. Primo atto meglio del secondo, ma nel complesso l'operazione è riuscita. Ascoltiamo i bambini, piccoli adulti senza retorica.

Paola Polidoro - Il Messaggero, 24 novembre 2007


“L’aria risuona delle nostre grida, ma l’abitudine è una grande sordina”, con queste parole il Vladimiro di Beckett sanciva il dramma dell’incomunicabilità, dell’attesa del nulla, del vuoto interiore, di fronte a cui l’unica difesa dalla pazzia sembra essere l’adusarsi alla quotidianità. I bambini di Castello Bucio, il riformatorio del paesino di Fiumeto, avrebbero voglia di comunicare al mondo la vivida ingenuità dell’infanzia: a costringerli al silenzio, però, non è l’apatia, né il dolore esistenziale, né l’attesa di un Godot, ma solo i tronfi pregiudizi degli adulti, talmente abituati ai loro schematismi mentali, da volerli proiettare in modo invasivo anche sui figli.

Nei primi momenti della messa in scena, i quattro attori si presentano al pubblico seminudi. Raccolgono da terra gli indumenti lisi che indosseranno per il resto dello spettacolo, infilandoli con lo stesso sforzo e la stessa sofferenza di chi scava dentro di sé, fra il rimosso e i brevi ma abbacinanti ricordi, in cerca di un’identità che manca.
Giovannella, Nunziangelo e Celesta sono stati abbandonati dai genitori, non ricordano quasi nulla dei giorni trascorsi in libertà, prima che la coercizione delle mura e delle regole inflessibili li attanagliasse. Ai tre bambini si aggiunge Ippo, entrato di nascosto nel collegio per incontrare Giovannella, e che un genitore ce l’avrebbe, non fosse per la cieca incapacità che il padre ha di ascoltarlo: non a caso, le discussioni fra i due avvengono alle soglie del proscenio, dove un rachitico appendiabiti rappresenta l’inconsistenza della figura genitoriale.
L’apparente contrasto fra una maturità coltivata con tenacia, e la spontanea volontà di vivere che non si può fare a meno di avere a dieci anni, sarà l’abbrivio alla ribellione.

La scenografia costruisce con fantasia e notevole capacità evocativa un sistema plurispaziale e introspettivo: il palco è attraversato da corde a diverse altezze, a fungere da confine immaginario fra prigionia e liberazione, solidarietà e alienazione; sul fondo una costruzione piramidale, che in seguito si rivelerà essere l’armadio degli oggetti lasciati ai piccoli nel momento dell’abbandono, cattura l’attenzione come una presenza bieca e fatale. Gli attori valorizzano abilmente questo contesto, muovendosi con i giusti tempi e seguendo una scrittura, quella del regista e autore Duccio Camerini, dove non esistono nitide diacronie e diatopie, ma gli eventi si susseguono in un continuum sognante che evita il rischio di cadere nell’onirismo manieristico.

Riuscita è la scelta di far parlare i protagonisti in dialetto: le sonorità antiche del vernacolo favoriscono la retrospezione, oltre a permetterci di rintracciare la zona, il confine fra Abruzzo e Lazio, dove la storia avviene. La recitazione è semplice e coinvolta, raggiungendo tuttavia i momenti migliori quando gli attori dialogano, fisicamente o oralmente………
Bambinacci è uno spettacolo curato ed emozionante, sapendo sopperire a una trama non innovativa con un ritmo incalzante e una capacità di usare la fantasia anche nelle piccole cose: quelle facezie insignificanti che miracolosamente splendono, nella messa in scena così come nell’infanzia di un bambino qualunque, grazie a quel riflesso particolare negli occhi, un riflesso che si perde assieme all’innocenza, e che per tutta la vita si cerca di riconquistare.

Michele Ortore dal sito http://www.teatroteatro.it/


“Bambinacci” al Teatro della Cometa convince ed emoziona

C’è dietro ad ogni adulto crudele un bambino deluso, ingannato, respinto. C’è dietro ogni assassino un bambino cresciuto nella brutalità. Bambinacci, scritto e diretto dal regista ed attore Duccio Camerini, narra di una sollevazione contro il mondo degli adulti, utilizzando lo stile del racconto mitico, della leggenda dimenticata. In un non-luogo sospeso, che ricorda le ambientazioni fiabesche dei racconti di Buzzati, dei bambini lottano per un futuro diverso da quello che vorrebbe imporgli la società dei grandi.

Sono stati rinchiusi in orfanotrofio perché troppo vivaci, intelligenti, malati o semplicemente perché l’umile estrazione sociale dei genitori non gli permetteva di sfamarli. Vivono una realtà simile a quella degli adulti, fatta di sopraffazione del più forte sul più debole, del più scaltro sul più ingenuo. Devono sgomberare l’orfanotrofio che li tiene prigionieri perché l’intera valle sta per essere sommersa dall’acqua per costruire una diga. Gli adulti hanno già deciso per loro: proseguiranno nel loro cammino di sottomissione e sfruttamento, in un destino già segnato dalla nascita e che li vuole minatori o soldati, morti di guerra o morti di fatica.  Ma i bambinacci, scaltri come solo un ingenuo sa essere, sapranno ribellarsi. Disobbedendo riusciranno a salvarsi, cambiando così le regole dello sfruttamento che li condannerebbe ad un’esistenza da schiavi o da soldati, opponendo contro tutto una rivoluzionaria solidarietà.  
Cresceranno velocemente questi bambini in un percorso di riscatto fondato sul sostegno reciproco e il perdono, ma riusciranno a crescere diversamente, sfuggendo allo schiacciamento omologante della società dei grandi, dei “luonghi”  solo se saranno capaci di custodire dentro se stessi quel modo bambinaccio, ingenuo, disinteressato, di affrontare la vita.
Era parecchio che non si riusciva a vedere sulla piazza romana uno spettacolo capace di mantenere desta l’attenzione del pubblico per l’intera durata della rappresentazione. Questo è, invece, avvenuto con la pièce di Duccio Camerini, che ha saputo, indubbiamente, irretire gli spettatori, silenziosi e rapiti. Merito di una regia in grado di costruire un ottimo ritmo, dosando bene le varie componenti sceniche, passando dal riso al conflitto al dramma alla melanconia.
Gli attori hanno recitato in un dialetto ciociaro italianizzato e artificioso e sono risultati davvero all’altezza della parte. In particolare, molto convincente è stata la recitazione del bravo Duccio Camerini nella parte di Nunziangelo, bambino carnefice, in realtà vittima come gli altri di una sorte di inganno ed abbandono. Bravissime anche Beatrice Orlandini, nel ruolo della vittima sacrificale Celesta, l’inviata celeste che redime il bambino cattivo, e Angela Sajeva che ha recitato, coperta da una specie di burqua per gran parte dello spettacolo, il ruolo di Giubilata, personaggio che rivela  nella parte finale dello spettacolo la sua identità di bambina invecchiata. Amanda Sandrelli e Daniele Russo non sono stati eccezionali ma hanno comunque svolto un buon lavoro.
Molto affascinante anche la scenografia, che rappresenta una specie trincea, un luogo di vedetta sul mondo, con al posto delle sbarre del carcere- befetrofio delle corde, simbolo della corda sacra dell’ingenuità da cui crescendo, purtroppo, ci si separa.
Si è trattato, nel complesso, di uno spettacolo molto riuscito.

Marcello Franciosa -  Mercoledì 28 Novembre 2007 dal sito http://www.iniziativa.info/


Bambinacci

Ho ricevuto un invito per andare a vedere uno spettacolo di prosa, e sinceramente all'inizio ero uno pò scettica pensando che mi sarei appunto addormentata. Poi mi sono detta, dal momento che adoro andare a teatro: proviamo questa esperienza, e colmiamo in parte l'ennesima lacuna della mia limitata conoscenza.

Ho valutato anche il fatto che uno dei maggiori interpreti era Amanda Sandrelli, e quindi una spinta maggiore, per partire con una predisposizione positiva. L'opera vista è stata scritta e diretta da Duccio Camerini e si intitola "Bambinacci": la trama di un collegio, riformatorio, orfanotrofio dove vengono rinchiusi bambini, che in realtà bambini non lo sono mai stati per aver dovuto crescere troppo in fretta a causa degli eventi. Tra di loro c'è chi è lì per ingiustizia, chi non si stanca mai di fuggire, chi aspetta una mamma che non tornerà mai, chi ha subito la violenza degli adulti, chi ha ucciso, chi ha menomazioni fisiche...... Il prefetto di quel piccolo paese sperduto, ha anche deciso di schedare tutti, come appunto dei potenziali criminali. Ma fortunatamente quei bambini-adulti decidono di lottare insieme per le loro vite, perchè credono ancora in quell' innocenza, che se si perde, non si recupera più.

Un continuo raffronto tra il mondo degli adulti e quello dei bambini, raccontata a posteriore da quei bambinacci, diventati a loro volta adulti, che si sforzano di NON ripercorrere gli stessi "percorsi" di chi li ha preceduti.

Già l'impatto iniziale con questo spettacolo mi ha rapita quando ho visto la curiosa scenografia, e poi ammetto che sono stata catturata per tutto il tempo dal racconto che ti avvolge, ti fà riflettere.... un discorso profondo, difficile, sempre attuale raccontato magistralmente dagli interpreti, che hanno curato fin nei minimi particolari le "caratteristiche bambinesche" da cui tutti noi siamo passati.  E' bello emozionarsi e tenere vivo dentro di noi quel "fanciullino".

Lunedì 19 novembre 2007 dal sito http://danyli.altervista.org/blog/






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