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RASSEGNA STAMPA DELLO SPETTACOLO "IL CANTO DEL CIGNO"

Mario Scaccia e “Il canto del cigno”

L’episodio del Canto del Cigno di Anton Cechov, nel quale un vecchio attore rimane inavvertitamente rinchiuso all’interno di un piccolo teatro, non poteva rappresentare pretesto migliore per raccontare al pubblico lo straordinario percorso umano e teatrale di uno dei più grandi attori del nostro tempo, Mario Scaccia.
Il messaggio drammaturgico di Cechov (vivere-esistere-essere mai recitare-rappresentare- riprodurre) è di una purezza sconcertante e ad alcuni potrà risultare alquanto anacronistico rispetto alle innumerevoli evoluzioni dell’arte performativa che hanno caratterizzato le sperimentazioni teatrali del secolo scorso. Ma quando il teatro si fonde con la vita, come nel caso di Scaccia, tale messaggio non può che rivelarsi nella sua piena autenticità.
Grazie all’apporto del fedele Edoardo Sala, trentennale compagno di lavoro e moderno Yvanyc costretto a dormire nel teatro per problemi economici, quello che era nato come un banale imprevisto notturno si tramuta nella memorabile “notte dell’epilogo”: dal buio riemergono i personaggi di Shakespeare, Molière, Trilussa, Petrolini, Durrenmatt, Beckett, cavalli di battaglia di una vita sul palcoscenico, protagonisti di una festa lunga tutta la vita. Nel mezzo, un alternarsi di ricordi, aneddoti, riflessioni, un vero e proprio spogliarello artistico – così definito dallo stesso Scaccia - in cui il grande Maestro mette a nudo il proprio percorso professionale e personale.
Per tutta la durata dello spettacolo, un atto unico di circa novanta minuti, il ritmo della rappresentazione resta sempre elevato. Gli attori si muovono in una scena semplice, apparentemente scarna, ma evocativa di un’atmosfera in cui sembra di sentire l’odore inafferabile ed ammaliatore del palcoscenico, dal quale lo spettatore si lascia avvolgere in una felice commistione fra ironia e commozione, merito dell’insuperabile bravura dei due protagonisti.
Il teatro, però, è anche solitudine e Scaccia racconta che la solitudine del teatro è unica, lo smarrimento dell’attore, profondo. Il fragore emesso dal vuoto, dilaniante. Il silenzio del proprio corpo, interminabile. La solitudine del teatro, quindi, è anche la solitudine di Mario Scaccia: intimità privata e poesia pubblica.
L’apparizione finale di una leggiadra figura danzante che si libra dolcemente tra il corpo stanco del Maestro ed uno spazio scenico che è metafora della nostra stessa esistenza, rende il pubblico testimone di un evento teatrale straordinario, irripetibile e immortale, come il suo protagonista.

Ricordiamo che nel foyer del teatro è allestito uno spazio con due interessantissimi libri su Mario Scaccia, il grande protagonista del teatro italiano. Due volumi che riassumono l’avventura teatrale, tra l’altro, di un apprezzato uomo di cultura: “Mario Scaccia. Una vita per il teatro” di Paolo Perrone Burali d’Arezzo (Nuove Edizioni Culturali) e “Io e il teatro” di Mario Scaccia (Bulzoni Editore).

Paolo Vanacore - dal sito www.romateatro.com - Gennaio 2006



Per chi sempre a Roma preferisca l’ascoltare al guardare, ultima occasione oggi per confrontarsi con due esibizioni molto interessanti. Al Brancaccino Mario Scaccia, ottantasei anni, si è fatto adattare su misura da Giorgio Serafini Prosperi il “Canto del cigno”, racconto di Cecov in cui un attore rimane chiuso in un teatro e ci passa la notte. L’attore è proprio Scaccia, che nella sala deserta incontra un collega-discepolo, il simpatico Edoardo Sala, e per ingannare il tempo si abbandona con lui sia a ricordi sulla propria vita e su episodi del suo mestiere, sia alla recita di brani del suo repertorio, da Molière e Shakespeare a Petrolini e Trilussa, il tutto con grazia irresistibile (75’ circa).

Masolino d’Amico – La Stampa (pagina spettacoli nazionale)
domenica 19 dicembre 2004

Mario Scaccia mette in scena se stesso. Uno come lui può permetterselo

Bella impresa questa ora compiuta da un ultra ottuagenario signore della nostra scena, Mario Scaccia. Lo spettacolo di cui è interprete principale nonché regista, e che si da nella sala romana del Brancaccino (fino al 19 dicembre), prende il titolo, “Il Canto del cigno”, e la situazione d’avvio da uno studio drammatico giovanile di Anton Cechov, ma il testo è stato rielaborato, sulla misura del protagonista, da Giorgio Serafini Prosperi (nipote e in parte omonimo di un ben noto critico teatrale, estimatore e amico di Scaccia). Dunque: un anziano attore si ritrova chiuso, per errore o malizia altrui, fra le mura d’un teatro di provincia, la notte seguente una festosa “serata d’onore”. A confortare la sua solitudine, ecco l’incontro con un compagno di ventura, di più verde età. Ne nasce uno scambio di ricordi, esperienze, suggerimenti, ammonimenti. Ma è soprattutto Mario Scaccia, dichiarato per nome e cognome veri, non sotto spoglie fittizie, a esplorare le sue memorie d’arte e di vita; ad affiancarlo o a fargli da specchio, è del resto Edoardo Sala, già allievo di tanto maestro e poi suo sodale in non rari allestimenti, nel corso degli ultimi decenni. E i due verranno a recitare insieme, o avvicendandosi, pagine di opere teatrali o poetiche appartenenti a un comune bagaglio, a una stessa vocazione. E sarà emozionante, ad esempio, ascoltare la doppia voce fraternamente spartirsi e intonare con eguale accento i versi di quella meraviglia che è “La sera del dì di festa” di Giacomo Leopardi. Certo, è dalla lunga, gloriosa carriera di Scaccia che emergono gemme smaglianti della produzione drammatica di ogni tempo: basti porgere l’orecchio alla rovente invettiva di Shylock nel “Mercante di Venezia” shakespeariano. Shakespeare, s’intende, ha il suo giusto spazio nella rappresentazione, come pure Molière, altro autore da Scaccia prediletto: sentiamo risaltare, tra i brani citati, un pezzo forte della “Scuola delle mogli”, dove femminismo e misoginia sembrano scontrarsi o, viceversa, darsi la mano. Ma non mancano nomi contemporanei e discussi, con i quali Scaccia ha avuto il coraggio di confrontarsi, come il Durrenmatt di “Romolo il Grande”. Ne il Nostro dimentica la sua radice romana e romanesca, per cui fanno spicco i riferimenti a Petrolini (di Chicchignola l’attore fu acclamato protagonista) e a Trilussa, di cui risuonano le strofe dolenti e irridenti della “Morte der Gatto”. Ma gli spettatori (augurabilmente numerosi e partecipi) che assisteranno al “Canto del Cigno” potranno apprendere, dall’autobiografia di Scaccia, cose istruttive, illuminanti la nostra Storia di appena ieri: l’uomo di teatro nasce a ridosso della guerra e dei suoi tragici eventi (vestiva la divisa militare quando fece le sue prime prove). Lo spettacolo, circa novanta minuti tesi e filati, accoglie nel finale, quasi allo spegnersi delle luci, una nota lieta, l’apparizione di una gentile figuretta danzante, che muove i suoi passi, regolati dalla coreografia di Milena Zullo, sulle note composte da Giuseppe Marcucci e Massimo Bizzarri.


Aggeo Savioli – l’Unità (pagina spettacoli nazionale) – sabato 11 dicembre 2004.

Con Mario Scaccia il canto del cigno

Liberamente ispirato a Cechov, “il canto del cigno” di Giorgio Serafini Prosperi che Mario Scaccia interpreta nella Sala Brancaccino del Teatro Politeama Brancaccio, non è soltanto un viaggio nella carriera o nei cavalli di battaglia artistici di un grande attore tout court. C’è qualcosa di più intimo, di più emblematico, nella storia del teatrante di lungo corso rimasto chiuso di notte nella struttura del teatro, indotto a riesplorare a rivangare i pezzi di grandi autori: c’è, nel nostro caso, con Mario Scaccia che sostiene il filo della riflessione e della recitazione, la magia imprendibile di una professione generosa e spudorata, che si riversa adesso in cammei e messe a nudo da spiare con attenzione devota: il teatro è a volte un distillato di narcisismi sofferti, finzioni umane, pazzie normali. Come questo canto del cigno.


Rodolfo di Giammarco – Trova Roma -
La Repubblica (dal 25 novembre al 1 dicembre 2004).

Al Brancaccino si replica lo spettacolo tratto da Cechov.
Prova d’attore e, insieme, inno al Teatro


Scaccia, così canta il “Cigno” di scena

“La cosa più difficile è inventare la realtà”, ricorda Mario Scaccia, puntualmente, ad ogni suo tornare in scena. E’ il memorandum preferito dell’interprete che sa restituire agli spettatori il “Vero più vero del Vero” di cui parla Pirandello. Poeticamente. Senza dipendere dall’autore o dalle scene: bastano la solita sosta in camerino, uno spazio per recitare, un altro attore cui rivolgersi o, nel caso di un monologo, la presenza di un po’ di pubblico. Scaccia conosce le vie del teatro di magia, quello che pesca nello scuro pozzo dei dolori, delle passioni, dei desideri, delle utopie: magmatico, irrazionale, bruciante. Vi attinge la linfa necessaria ad essere (e ad essere stato nel corso di una lunga carriera) uomo di rivista e di tragedia, eroe del dramma e della satira, dicitore di poesie e digrignante relatore di impervi testi contemporanei. Ora staffile contro i potenti, ora macchina che volge il riso in morso e viceversa. In altri casi gladiatore della guerra contro la normalità, cultore del travestimento e del trucco, laudator dell’eterna fantasticheria scenica. Al Brancaccino è ora il gigante di uno spettacolo scritto per lui da Giorgio Serafini. Liberamente ispirato e Cechov, Il Canto del cigno accompagna nel mito un divo della scena ormai vecchio che, dopo una recita in una piccola sala di provincia, rimane chiuso in teatro e deve trascorrere la notte in platea. Compagno d’avventura, un collega povero in canna e assuefatto a trasformare in casa i teatri dove gli capita di lavorare. Allora i due, con il trasformismo al quale il mestiere li ha allenati, mutano in meraviglia lo spazio dove il caso li costringe. E’ il via a una danza di personaggi che, per incantamento, riemergono dal passato e dalla memoria per “intrattenere” il protagonista, Molière, Shakespeare, Durrenmatt, Petrolini…Non si tratta di finzione. L’attore “fa veri” i suoi personaggi, le loro caratteristiche, i loro umori. Pesca senza limiti dentro il proprio inconscio la forza di denudarsi per confessare: io nulla sarei se non fossi teatro. Da vedere. Lo Scaccia attuale va degustato come un cibo in via d’estinzione. Soprattutto qui, dentro un evento che si è costruito ad hoc per tutto concedersi. Con Edoardo Sala e la ballerina, etereo cigno che accompagna il gran canto attoriale.

Rita Sala – Il Messaggero (pagina spettacoli nazionale) sabato 11 dicembre 2004


“Il canto del cigno”, splendida lezione di stile e civiltà

E’ uno spettacolo emozionante Il canto del cigno di Cechov (libero adattamento di Giorgio Serafini Prosperi) nell’interpretazione di quello che è il nostro più geniale attore: Mario Scaccia. In scena al Teatro Brancaccino di Roma e in tournée, la pièce è un contenitore esemplare, con la sua situazione di un vecchio e glorioso attore rimasto chiuso in teatro, per ripercorrere la carriera artistica e la vita d’uomo di Scaccia, anche solido regista dello spettacolo. Egli confessa la sua vocazione e il suo amore per il palcoscenico attraverso i testi e i personaggi interpretati in sessant’anni di carriera. Ecco, allora, venirci incontro lo stupendo Shylock del Mercante di Venezia, il saggio Romolo Augustolo di Romolo il grande di Durrenmatt, l’indimenticabile Chicchignola di Petrolini, riscoperto proprio da Scaccia, il protagonista della Scuola delle mogli dell’amatissimo Molière, i personaggi dell’epocale Aspettando Godot di Beckett, inframmezzati da un’incursione felicissima nella poesia italiana e dagli aneddoti, talvolta irresistibili, di una vita vissuta in teatro e per il teatro. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Politeama di Catanzaro insieme al Teatro Molière, ha in Edoardo Sala un ideale compagno di scena di Scaccia e in Laura Comi la finissima interprete di un assolo coreografico. E’ una grande lezione di stile, di classe e di civiltà non solo teatrale. Non a caso George Bernard Shaw ha scritto: “Dove non c’è teatro non c’è civiltà”.

Giovanni Antonucci – Il Giornale (pagina spettacoli nazionale) martedì 21 dicembre 2004


Con ”Il canto del cigno” Mario Scaccia in scena

Quegli occhi. Quell’aria arcigna. Quella coscienza dura e quella vanità ragionevole. Quella sapienza disincantata. Quella bellezza d’animo senza rimpianti. Quella passione oggettiva e quel gergo quasi sensuale. Quella autorità esperta e quella famigliarità da capo comico imparentato ad autori, compagni di scena, pubblico. Quell’aura di recitante e di confidente. Quella scelta d’essere una voce di dentro di Molière, di Shakespeare, di Beckett, di Durrenmatt, di Trilussa, di Petrolini, ma non un interprete quanto una parte intestina, un alter ego folle, un eretico cantore. Ecco i giochi delle parti, i sensi riposti e luminosi, le ali della maturità cui fa ricorso con etica e ribalda emozione Mario Scaccia protagonista (gli è deuteragonista affiatato Edoardo Sala) di “Il canto del cigno” di Giorgio Serafini Prosperi, stasera ultima replica, al Brancaccino. Inutile riferire il dettaglio della rivisitazione da Cechov. Bisogna abbandonarsi alla poesia mancina, ai flirt con la memoria, all’irreale inesausta apologia del teatro onesto di uno Scaccia in gran vena.

Rodolfo di Giammarco – La Repubblica – 19 dicembre 2004


“Dove non c’è teatro, non c’è civiltà”

Mario Scaccia, in scena al Teatro Brancaccino, commuove ed emoziona il pubblico, ripercorrendo la storia di una grande passione: quella per il teatro

“Dove non c’è teatro, non c’è civiltà” affermava G. B. Shaw. A citarlo è proprio Mario Scaccia nello spettacolo Il canto del Cigno. Sicuramente Shaw dice una grande verità, e se così è, Scaccia da una grande lezione di civiltà. Uno spettacolo emozionante e coinvolgente che rapisce il cuore e tutta l’anima. Anche se lo spettacolo è solo tratto da Cechov, la climax è perfettamente cechoviana. Il Maestro commuove e diverte, e da una grande lezione di teatro e per il teatro. Il canto del cigno di Giorgio Serafini Prosperi è liberamente tratto da Anton Cechov. Nella scrittura convergono, in un singolare e fortunato incontro, i ricordi e le esperienze di un grande attore, Mario Scaccia, vissute e raccontate attraverso l’ironia che da sempre distingue il grande Maestro, e l’idea di un teatro che un drammaturgo come Anton Cechov consegna ad un secolo che non è più il suo, ma che gli appartiene, teatralmente, per certa paternità. Il punto di partenza è ovviamente il testo di Cechov. Sullo sfondo il Teatro, con le sue mode, i suoi sentimenti, le sue follie, il suo gergo, la sua “umanità”, che non cambia mai. Un amore e una grande passione per il teatro; un amore, quello di Scaccia, che nasce da lontano, che ha guidato tutta la sua vita e che si palesa sulle tavole del palcoscenico. In scena anche Edoardo Sala, molto bravo, vero, senza alcun eccesso, ma un sincero affetto che da molto lo lega a Scaccia, e che si concretizza con una grande sintonia tra i due, che si trasmette chiaramente al pubblico.

Maria Antonietta Amenduni – Il Corriere Laziale – venerdì 10 dicembre 2004


Teatro Brancaccino: Mario Scaccia incanta… nell’ultimo Canto del Cigno

La posizione centrale e incorporea del cigno di Cechov, è il perno sul quale fare ruotare immagini bellissime, di altre scene, di altre pièce, di lontani ricordi e fragili impressioni estemporanee. Il racconto è della propria vita di attore fatta attraverso i costumi e le maschere. Ma Mario Scaccia ha un suo interlocutore (il bravissimo Edoardo Sala), un riflesso, un’ombra di quel suo passato che ritorna sempre e proprio quando egli si sente più stanco, appoggiando la testa sul morbido cuscino di una poltrona. E ritorna con i suoi odori di chiuso e stantio e con le vibrazioni invecchiate di un’emozione non ripetibile. Lo spettacolo è una rievocazione della carriera e di come, vivendo il teatro in maniera assoluta ed esclusiva, poi alla fine ci si ritrova addirittura rinchiusi, intrappolati fino all’ultima parola citata. E sul palcoscenico si muore, forse perché è proprio lì che si è scelto di morire, ogni giorno come l’ultimo. Lo spettacolo del Brancaccino è commuovente e raffinato, mette insieme i pezzi teatrali di altri autori, di altre interpretazioni, di accenti e poesie, aggiungendo la magia dell’evanescente in uno stile tutto personale. Un percorso sfumato di viaggi interiori semplicemente procurati. Un ritorno di sogno che si apre come una ferita. E Mario Scaccia ci mette tutto se stesso a rievocare, a sublimare, i gesti, le parole, i movimenti del corpo, stanco e agitato. Il pregio dell’allestimento sta proprio nel conservare sulla scena un album di ricordi preziosi. Bellissimo il cigno di luce con scarpette da ballerina che come un alito di neve, nel buio si mette a danzare intorno alla figura marmorea e triste del personaggio, dolcissima la musica. Così ogni cosa prende il colore del bianco invisibile e le mani sottili della ballerina diffondono movimenti leggeri, come di ali spezzate che partono malate verso l’infinito…

Chiara Merlo – Italia Sera – venerdì 17 dicembre 2004


Il canto del cigno per un attore che esulta di vita

E’ la prima produzione del teatro Politeama di Catanzaro e, per Mario Scaccia, che ne è il nuovo direttore e che ha ripetutamente definito uno strip-tease psicofisico le sue interpretazioni, tese sempre a ricercare nel proprio inconscio caratteristiche e umori dei personaggi di volta in volta affrontati, l’occasione per uno spogliarello integrale che ne metta a nudo davanti al pubblico la vita artistica e privata. Una vita di splendido ottantaseienne, che, a dispetto delle conclusioni a cui potrebbe portare la trama dello spettacolo, non ha alcuna intenzione di abbandonare il palcoscenico e che anzi, proprio in questo allestimento, da lui stesso diretto, mostra di essere più che mai animato da una vocazione artistica inesauribilmente pronta a rinnovarsi come un’araba fenice nel grande gioco del teatro. Affrontando questa volta la prova più difficile per un attore, quella di interpretare se stesso. A partire da un libero adattamento dell’atto unico di Anton Cechov intitolato “Il canto del cigno”, che il giovane Giorgio Serafini Prosperi ha scritto esclusivamente per lui. Dove, come nell’opera del drammaturgo russo, che narra la lunga notte di un celebre attore rimasto chiuso dopo la rappresentazione in un teatro di provincia, troviamo lo stesso Scaccia infreddolito e sgomento davanti alla prospettiva di rincantucciarsi nel vuoto della platea in attesa del nuovo giorno. Scoprendo lo squallore, mai colto prima di una sala deserta, ma anche la presenza di un più giovane collega, costretto dall’insufficienza della diaria a dormire dietro le quinte del teatro. Un allievo che ha condiviso in passato diversi momenti della lunga carriera del Maestro e che, qui interpretato da Edoardo Sala, agisce da catalizzatore appassionato di ricordi ed emozioni. Ricordi che i due vanno rivivendo insieme sul filo di una condivisa passione artistica e di una finzione teatrale pronta a trascolorare in realtà. Dove la rievocazione dei personaggi più impegnativi interpretati da Scaccia si fonde col graduale disvelamento di un bagaglio umano di sogni, di aneddoti, di riflessioni, di rimpianti. Tracciando, sulla scena funzionalmente evocativa di Luigi De Navasques, un percorso all’indietro che torna agli anni trascorsi sul filo del sentimento e dell’ironia. Come un viaggio festoso destinato a ridestare la gioia del teatro e il desiderio della vita, che, con la coreografia di Milena Zullo, delicatamente si chiude sull’avvolgente malinconia dei passi e dei gesti di una ballerina.

Antonella Melilli – Il Tempo – domenica 12 dicembre 2004


Al Brancaccino le perle d’arte di Mario Scaccia

Una vita per il teatro, il teatro per la vita. Mario Scaccia in scena al Brancaccino ne “Il canto del cigno” condensa i suoi ottantacinque anni in una sera regalando allo spettatore perle d’arte e lezioni d’umanità. Buio in sala, un candelabro acceso in camerino, un fascio di fiori in mano, il cappello in testa e il vecchio attore è pronto a uscire dal teatro di provincia dove è appena finita la sua recita. Ma è successo qualcosa, nessuno ascolta i suoi richiami, l’attore è solo, è rimasto chiuso per errore nello stabile e dovrà attendere ore per uscire. A fargli compagnia arriva però, sbucato dal nulla con la sua vestaglia di scena, un collega spiantato (l’ottimo Edoardo Sala formatosi alla scuola di Scaccia e da 35 anni suo compagno di scena) costretto a dormire in teatro per risparmiare sulla diaria. Come per incanto il palcoscenico torna a riaccendersi ed ecco prendere vita davanti ai nostri occhi i personaggi di Molière e Petrolini, quelli di Shakespeare, Beckett e Durrenmatt; i versi poetici di Quasimodo (con la sua meravigliosa “Uomo del mio tempo”), “La morte del gatto” di Trilussa e poi i ricordi (i tre anni di prigionia in Africa del Nord), gli aneddoti, i guizzi, le citazioni e le invettive alla modernità senza memoria. Odori, sapori e umori che diventano un toccante viaggio nelle parole (“Hanno un’anima, bisogna corteggiarle”). Fino all’eterea apparizione di una figura danzante che in un assolo coreografico spegne i riflettori sulla vita del grande attore esorcizzando la morte. Disincantato e tragico, solenne e vitale, Scaccia dimostra l’immortalità dell’arte.

Claudio Fontanini – Il Giornale – giovedì 16 dicembre 2004


Al Brancaccino l’interprete dell’alta scuola dell’attore artigiano

Scaccia, ma non la nostalgia

Mario Scaccia nel ruolo di se stesso che alla fine recita la propria morte in scena, mentre l’étoile dell’Opera di Roma Laura Comi danza attorno a lui, è un’operazione a rischio di caduta nella melassa nostalgica: il grande attore, il grande vecchio malgrado l’età ancora riesce a calcare le scene. Invece un artista, un vero artista, è sempre tale e difficilmente s’intrappola senza ironia nelle marmellate autocelebrative. Anzi, in compagnia della sua spalla Edoardo Sala, l’ottantaseienne Scaccia offre in questi giorni al pubblico romano del Brancaccino una dimostrazione di cos’è l’interprete individualista e artigianale di alta scuola italiana. Come lui, rimangono in quattro o cinque che appartengono alla nostra tradizione di derivazione ottocentesca e prima ancora di commedia all’improvvisa. Giorgio Serafini Prosperi, autore dello spettacolo intitolato Il canto del cigno, s’ispira liberamente a un atto unico di Cechov su un attore anziano rimasto chiuso in un teatro di notte. Rimane l’idea originale come un guscio d’uovo, ma riempita di cose, vita, arte, prove shakespeariane, molieriane, beckettiane di Mario Scaccia. Una vera meraviglia il teatro, quando torna a essere puro gioco degli uomini e non soltanto organizzazione della messinscena, quando ritrova la sua natura antinaturalistica di rappresentazione della vita invece di imitazione.

Marcantonio Lucidi – Avvenimenti (settimanale, numero 49, 17-23 dicembre 2004)


 



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