RASSEGNA
STAMPA DELLO SPETTACOLO "IL CANTO DEL CIGNO"
Mario Scaccia e “Il canto del cigno”
L’episodio
del Canto del Cigno di Anton Cechov, nel quale un
vecchio attore rimane inavvertitamente rinchiuso
all’interno di un piccolo teatro, non poteva
rappresentare pretesto migliore per raccontare al
pubblico lo straordinario percorso umano e teatrale
di uno dei più grandi attori del nostro tempo,
Mario Scaccia.
Il messaggio drammaturgico di Cechov (vivere-esistere-essere
mai recitare-rappresentare- riprodurre) è
di una purezza sconcertante e ad alcuni potrà
risultare alquanto anacronistico rispetto alle innumerevoli
evoluzioni dell’arte performativa che hanno
caratterizzato le sperimentazioni teatrali del secolo
scorso. Ma quando il teatro si fonde con la vita,
come nel caso di Scaccia, tale messaggio non può
che rivelarsi nella sua piena autenticità.
Grazie all’apporto del fedele Edoardo Sala,
trentennale compagno di lavoro e moderno Yvanyc
costretto a dormire nel teatro per problemi economici,
quello che era nato come un banale imprevisto notturno
si tramuta nella memorabile “notte dell’epilogo”:
dal buio riemergono i personaggi di Shakespeare,
Molière, Trilussa, Petrolini, Durrenmatt,
Beckett, cavalli di battaglia di una vita sul palcoscenico,
protagonisti di una festa lunga tutta la vita. Nel
mezzo, un alternarsi di ricordi, aneddoti, riflessioni,
un vero e proprio spogliarello artistico –
così definito dallo stesso Scaccia - in cui
il grande Maestro mette a nudo il proprio percorso
professionale e personale.
Per tutta la durata dello spettacolo, un atto unico
di circa novanta minuti, il ritmo della rappresentazione
resta sempre elevato. Gli attori si muovono in una
scena semplice, apparentemente scarna, ma evocativa
di un’atmosfera in cui sembra di sentire l’odore
inafferabile ed ammaliatore del palcoscenico, dal
quale lo spettatore si lascia avvolgere in una felice
commistione fra ironia e commozione, merito dell’insuperabile
bravura dei due protagonisti.
Il teatro, però, è anche solitudine
e Scaccia racconta che la solitudine del teatro
è unica, lo smarrimento dell’attore,
profondo. Il fragore emesso dal vuoto, dilaniante.
Il silenzio del proprio corpo, interminabile. La
solitudine del teatro, quindi, è anche la
solitudine di Mario Scaccia: intimità privata
e poesia pubblica.
L’apparizione finale di una leggiadra figura
danzante che si libra dolcemente tra il corpo stanco
del Maestro ed uno spazio scenico che è metafora
della nostra stessa esistenza, rende il pubblico
testimone di un evento teatrale straordinario, irripetibile
e immortale, come il suo protagonista.
Ricordiamo che nel foyer del teatro è
allestito uno spazio con due interessantissimi
libri su Mario Scaccia, il grande protagonista
del teatro italiano. Due volumi che riassumono
l’avventura teatrale, tra l’altro,
di un apprezzato uomo di cultura: “Mario
Scaccia. Una vita per il teatro” di Paolo
Perrone Burali d’Arezzo (Nuove Edizioni
Culturali) e “Io e il teatro” di Mario
Scaccia (Bulzoni Editore).
Paolo
Vanacore - dal sito www.romateatro.com - Gennaio
2006
Per chi sempre a Roma preferisca l’ascoltare
al guardare, ultima occasione oggi per confrontarsi
con due esibizioni molto interessanti. Al Brancaccino
Mario Scaccia, ottantasei anni, si è fatto
adattare su misura da Giorgio Serafini Prosperi
il “Canto del cigno”, racconto di Cecov
in cui un attore rimane chiuso in un teatro e ci
passa la notte. L’attore è proprio
Scaccia, che nella sala deserta incontra un collega-discepolo,
il simpatico Edoardo Sala, e per ingannare il tempo
si abbandona con lui sia a ricordi sulla propria
vita e su episodi del suo mestiere, sia alla recita
di brani del suo repertorio, da Molière e
Shakespeare a Petrolini e Trilussa, il tutto con
grazia irresistibile (75’ circa).
Masolino d’Amico – La Stampa
(pagina spettacoli nazionale)
domenica 19 dicembre 2004
Mario
Scaccia mette in scena se stesso. Uno come lui può
permetterselo
Bella impresa questa ora compiuta da un ultra ottuagenario
signore della nostra scena, Mario Scaccia. Lo spettacolo
di cui è interprete principale nonché
regista, e che si da nella sala romana del Brancaccino
(fino al 19 dicembre), prende il titolo, “Il
Canto del cigno”, e la situazione d’avvio
da uno studio drammatico giovanile di Anton Cechov,
ma il testo è stato rielaborato, sulla misura
del protagonista, da Giorgio Serafini Prosperi (nipote
e in parte omonimo di un ben noto critico teatrale,
estimatore e amico di Scaccia). Dunque: un anziano
attore si ritrova chiuso, per errore o malizia altrui,
fra le mura d’un teatro di provincia, la notte
seguente una festosa “serata d’onore”.
A confortare la sua solitudine, ecco l’incontro
con un compagno di ventura, di più verde
età. Ne nasce uno scambio di ricordi, esperienze,
suggerimenti, ammonimenti. Ma è soprattutto
Mario Scaccia, dichiarato per nome e cognome veri,
non sotto spoglie fittizie, a esplorare le sue memorie
d’arte e di vita; ad affiancarlo o a fargli
da specchio, è del resto Edoardo Sala, già
allievo di tanto maestro e poi suo sodale in non
rari allestimenti, nel corso degli ultimi decenni.
E i due verranno a recitare insieme, o avvicendandosi,
pagine di opere teatrali o poetiche appartenenti
a un comune bagaglio, a una stessa vocazione. E
sarà emozionante, ad esempio, ascoltare la
doppia voce fraternamente spartirsi e intonare con
eguale accento i versi di quella meraviglia che
è “La sera del dì di festa”
di Giacomo Leopardi. Certo, è dalla lunga,
gloriosa carriera di Scaccia che emergono gemme
smaglianti della produzione drammatica di ogni tempo:
basti porgere l’orecchio alla rovente invettiva
di Shylock nel “Mercante di Venezia”
shakespeariano. Shakespeare, s’intende, ha
il suo giusto spazio nella rappresentazione, come
pure Molière, altro autore da Scaccia prediletto:
sentiamo risaltare, tra i brani citati, un pezzo
forte della “Scuola delle mogli”, dove
femminismo e misoginia sembrano scontrarsi o, viceversa,
darsi la mano. Ma non mancano nomi contemporanei
e discussi, con i quali Scaccia ha avuto il coraggio
di confrontarsi, come il Durrenmatt di “Romolo
il Grande”. Ne il Nostro dimentica la sua
radice romana e romanesca, per cui fanno spicco
i riferimenti a Petrolini (di Chicchignola l’attore
fu acclamato protagonista) e a Trilussa, di cui
risuonano le strofe dolenti e irridenti della “Morte
der Gatto”. Ma gli spettatori (augurabilmente
numerosi e partecipi) che assisteranno al “Canto
del Cigno” potranno apprendere, dall’autobiografia
di Scaccia, cose istruttive, illuminanti la nostra
Storia di appena ieri: l’uomo di teatro nasce
a ridosso della guerra e dei suoi tragici eventi
(vestiva la divisa militare quando fece le sue prime
prove). Lo spettacolo, circa novanta minuti tesi
e filati, accoglie nel finale, quasi allo spegnersi
delle luci, una nota lieta, l’apparizione
di una gentile figuretta danzante, che muove i suoi
passi, regolati dalla coreografia di Milena Zullo,
sulle note composte da Giuseppe Marcucci e Massimo
Bizzarri.
Liberamente ispirato a Cechov, “il canto del
cigno” di Giorgio Serafini Prosperi che Mario
Scaccia interpreta nella Sala Brancaccino del Teatro
Politeama Brancaccio, non è soltanto un viaggio
nella carriera o nei cavalli di battaglia artistici
di un grande attore tout court. C’è
qualcosa di più intimo, di più emblematico,
nella storia del teatrante di lungo corso rimasto
chiuso di notte nella struttura del teatro, indotto
a riesplorare a rivangare i pezzi di grandi autori:
c’è, nel nostro caso, con Mario Scaccia
che sostiene il filo della riflessione e della recitazione,
la magia imprendibile di una professione generosa
e spudorata, che si riversa adesso in cammei e messe
a nudo da spiare con attenzione devota: il teatro
è a volte un distillato di narcisismi sofferti,
finzioni umane, pazzie normali. Come questo canto
del cigno.
Rodolfo di Giammarco – Trova Roma
-
La Repubblica (dal 25 novembre al 1 dicembre 2004).
Al
Brancaccino si replica lo spettacolo tratto da Cechov.
Prova d’attore e, insieme, inno al Teatro
Scaccia, così canta il “Cigno”
di scena
“La cosa più
difficile è inventare la realtà”,
ricorda Mario Scaccia, puntualmente, ad ogni suo
tornare in scena. E’ il memorandum preferito
dell’interprete che sa restituire agli spettatori
il “Vero più vero del Vero”
di cui parla Pirandello. Poeticamente. Senza dipendere
dall’autore o dalle scene: bastano la solita
sosta in camerino, uno spazio per recitare, un
altro attore cui rivolgersi o, nel caso di un
monologo, la presenza di un po’ di pubblico.
Scaccia conosce le vie del teatro di magia, quello
che pesca nello scuro pozzo dei dolori, delle
passioni, dei desideri, delle utopie: magmatico,
irrazionale, bruciante. Vi attinge la linfa necessaria
ad essere (e ad essere stato nel corso di una
lunga carriera) uomo di rivista e di tragedia,
eroe del dramma e della satira, dicitore di poesie
e digrignante relatore di impervi testi contemporanei.
Ora staffile contro i potenti, ora macchina che
volge il riso in morso e viceversa. In altri casi
gladiatore della guerra contro la normalità,
cultore del travestimento e del trucco, laudator
dell’eterna fantasticheria scenica. Al Brancaccino
è ora il gigante di uno spettacolo scritto
per lui da Giorgio Serafini. Liberamente ispirato
e Cechov, Il Canto del cigno accompagna nel mito
un divo della scena ormai vecchio che, dopo una
recita in una piccola sala di provincia, rimane
chiuso in teatro e deve trascorrere la notte in
platea. Compagno d’avventura, un collega
povero in canna e assuefatto a trasformare in
casa i teatri dove gli capita di lavorare. Allora
i due, con il trasformismo al quale il mestiere
li ha allenati, mutano in meraviglia lo spazio
dove il caso li costringe. E’ il via a una
danza di personaggi che, per incantamento, riemergono
dal passato e dalla memoria per “intrattenere”
il protagonista, Molière, Shakespeare,
Durrenmatt, Petrolini…Non si tratta di finzione.
L’attore “fa veri” i suoi personaggi,
le loro caratteristiche, i loro umori. Pesca senza
limiti dentro il proprio inconscio la forza di
denudarsi per confessare: io nulla sarei se non
fossi teatro. Da vedere. Lo Scaccia attuale va
degustato come un cibo in via d’estinzione.
Soprattutto qui, dentro un evento che si è
costruito ad hoc per tutto concedersi. Con Edoardo
Sala e la ballerina, etereo cigno che accompagna
il gran canto attoriale.
Rita Sala – Il Messaggero (pagina spettacoli
nazionale) sabato 11 dicembre 2004
“Il
canto del cigno”, splendida lezione di stile
e civiltà
E’
uno spettacolo emozionante Il canto del cigno
di Cechov (libero adattamento di Giorgio Serafini
Prosperi) nell’interpretazione di quello
che è il nostro più geniale attore:
Mario Scaccia. In scena al Teatro Brancaccino
di Roma e in tournée, la pièce è
un contenitore esemplare, con la sua situazione
di un vecchio e glorioso attore rimasto chiuso
in teatro, per ripercorrere la carriera artistica
e la vita d’uomo di Scaccia, anche solido
regista dello spettacolo. Egli confessa la sua
vocazione e il suo amore per il palcoscenico attraverso
i testi e i personaggi interpretati in sessant’anni
di carriera. Ecco, allora, venirci incontro lo
stupendo Shylock del Mercante di Venezia, il saggio
Romolo Augustolo di Romolo il grande di Durrenmatt,
l’indimenticabile Chicchignola di Petrolini,
riscoperto proprio da Scaccia, il protagonista
della Scuola delle mogli dell’amatissimo
Molière, i personaggi dell’epocale
Aspettando Godot di Beckett, inframmezzati da
un’incursione felicissima nella poesia italiana
e dagli aneddoti, talvolta irresistibili, di una
vita vissuta in teatro e per il teatro. Lo spettacolo,
prodotto dal Teatro Politeama di Catanzaro insieme
al Teatro Molière, ha in Edoardo Sala un
ideale compagno di scena di Scaccia e in Laura
Comi la finissima interprete di un assolo coreografico.
E’ una grande lezione di stile, di classe
e di civiltà non solo teatrale. Non a caso
George Bernard Shaw ha scritto: “Dove non
c’è teatro non c’è civiltà”.
Giovanni
Antonucci – Il Giornale (pagina spettacoli
nazionale) martedì 21 dicembre 2004
Con
”Il canto del cigno” Mario Scaccia in
scena
Quegli occhi. Quell’aria
arcigna. Quella coscienza dura e quella vanità
ragionevole. Quella sapienza disincantata. Quella
bellezza d’animo senza rimpianti. Quella
passione oggettiva e quel gergo quasi sensuale.
Quella autorità esperta e quella famigliarità
da capo comico imparentato ad autori, compagni
di scena, pubblico. Quell’aura di recitante
e di confidente. Quella scelta d’essere
una voce di dentro di Molière, di Shakespeare,
di Beckett, di Durrenmatt, di Trilussa, di Petrolini,
ma non un interprete quanto una parte intestina,
un alter ego folle, un eretico cantore. Ecco i
giochi delle parti, i sensi riposti e luminosi,
le ali della maturità cui fa ricorso con
etica e ribalda emozione Mario Scaccia protagonista
(gli è deuteragonista affiatato Edoardo
Sala) di “Il canto del cigno” di Giorgio
Serafini Prosperi, stasera ultima replica, al
Brancaccino. Inutile riferire il dettaglio della
rivisitazione da Cechov. Bisogna abbandonarsi
alla poesia mancina, ai flirt con la memoria,
all’irreale inesausta apologia del teatro
onesto di uno Scaccia in gran vena.
Rodolfo di
Giammarco – La Repubblica – 19 dicembre
2004
“Dove
non c’è teatro, non c’è
civiltà”
Mario Scaccia,
in scena al Teatro Brancaccino, commuove ed emoziona
il pubblico, ripercorrendo la storia di una grande
passione: quella per il teatro
“Dove non c’è
teatro, non c’è civiltà”
affermava G. B. Shaw. A citarlo è proprio
Mario Scaccia nello spettacolo Il canto del Cigno.
Sicuramente Shaw dice una grande verità,
e se così è, Scaccia da una grande
lezione di civiltà. Uno spettacolo emozionante
e coinvolgente che rapisce il cuore e tutta l’anima.
Anche se lo spettacolo è solo tratto da
Cechov, la climax è perfettamente cechoviana.
Il Maestro commuove e diverte, e da una grande
lezione di teatro e per il teatro. Il canto del
cigno di Giorgio Serafini Prosperi è liberamente
tratto da Anton Cechov. Nella scrittura convergono,
in un singolare e fortunato incontro, i ricordi
e le esperienze di un grande attore, Mario Scaccia,
vissute e raccontate attraverso l’ironia
che da sempre distingue il grande Maestro, e l’idea
di un teatro che un drammaturgo come Anton Cechov
consegna ad un secolo che non è più
il suo, ma che gli appartiene, teatralmente, per
certa paternità. Il punto di partenza è
ovviamente il testo di Cechov. Sullo sfondo il
Teatro, con le sue mode, i suoi sentimenti, le
sue follie, il suo gergo, la sua “umanità”,
che non cambia mai. Un amore e una grande passione
per il teatro; un amore, quello di Scaccia, che
nasce da lontano, che ha guidato tutta la sua
vita e che si palesa sulle tavole del palcoscenico.
In scena anche Edoardo Sala, molto bravo, vero,
senza alcun eccesso, ma un sincero affetto che
da molto lo lega a Scaccia, e che si concretizza
con una grande sintonia tra i due, che si trasmette
chiaramente al pubblico.
Maria Antonietta
Amenduni – Il Corriere Laziale – venerdì
10 dicembre 2004
Teatro Brancaccino:
Mario Scaccia incanta… nell’ultimo
Canto del Cigno
La posizione centrale e incorporea
del cigno di Cechov, è il perno sul quale
fare ruotare immagini bellissime, di altre scene,
di altre pièce, di lontani ricordi e fragili
impressioni estemporanee. Il racconto è
della propria vita di attore fatta attraverso
i costumi e le maschere. Ma Mario Scaccia ha un
suo interlocutore (il bravissimo Edoardo Sala),
un riflesso, un’ombra di quel suo passato
che ritorna sempre e proprio quando egli si sente
più stanco, appoggiando la testa sul morbido
cuscino di una poltrona. E ritorna con i suoi
odori di chiuso e stantio e con le vibrazioni
invecchiate di un’emozione non ripetibile.
Lo spettacolo è una rievocazione della
carriera e di come, vivendo il teatro in maniera
assoluta ed esclusiva, poi alla fine ci si ritrova
addirittura rinchiusi, intrappolati fino all’ultima
parola citata. E sul palcoscenico si muore, forse
perché è proprio lì che si
è scelto di morire, ogni giorno come l’ultimo.
Lo spettacolo del Brancaccino è commuovente
e raffinato, mette insieme i pezzi teatrali di
altri autori, di altre interpretazioni, di accenti
e poesie, aggiungendo la magia dell’evanescente
in uno stile tutto personale. Un percorso sfumato
di viaggi interiori semplicemente procurati. Un
ritorno di sogno che si apre come una ferita.
E Mario Scaccia ci mette tutto se stesso a rievocare,
a sublimare, i gesti, le parole, i movimenti del
corpo, stanco e agitato. Il pregio dell’allestimento
sta proprio nel conservare sulla scena un album
di ricordi preziosi. Bellissimo il cigno di luce
con scarpette da ballerina che come un alito di
neve, nel buio si mette a danzare intorno alla
figura marmorea e triste del personaggio, dolcissima
la musica. Così ogni cosa prende il colore
del bianco invisibile e le mani sottili della
ballerina diffondono movimenti leggeri, come di
ali spezzate che partono malate verso l’infinito…
Chiara Merlo
– Italia Sera – venerdì 17
dicembre 2004
Il canto
del cigno per un attore che esulta di vita
E’ la prima produzione
del teatro Politeama di Catanzaro e, per Mario
Scaccia, che ne è il nuovo direttore e
che ha ripetutamente definito uno strip-tease
psicofisico le sue interpretazioni, tese sempre
a ricercare nel proprio inconscio caratteristiche
e umori dei personaggi di volta in volta affrontati,
l’occasione per uno spogliarello integrale
che ne metta a nudo davanti al pubblico la vita
artistica e privata. Una vita di splendido ottantaseienne,
che, a dispetto delle conclusioni a cui potrebbe
portare la trama dello spettacolo, non ha alcuna
intenzione di abbandonare il palcoscenico e che
anzi, proprio in questo allestimento, da lui stesso
diretto, mostra di essere più che mai animato
da una vocazione artistica inesauribilmente pronta
a rinnovarsi come un’araba fenice nel grande
gioco del teatro. Affrontando questa volta la
prova più difficile per un attore, quella
di interpretare se stesso. A partire da un libero
adattamento dell’atto unico di Anton Cechov
intitolato “Il canto del cigno”, che
il giovane Giorgio Serafini Prosperi ha scritto
esclusivamente per lui. Dove, come nell’opera
del drammaturgo russo, che narra la lunga notte
di un celebre attore rimasto chiuso dopo la rappresentazione
in un teatro di provincia, troviamo lo stesso
Scaccia infreddolito e sgomento davanti alla prospettiva
di rincantucciarsi nel vuoto della platea in attesa
del nuovo giorno. Scoprendo lo squallore, mai
colto prima di una sala deserta, ma anche la presenza
di un più giovane collega, costretto dall’insufficienza
della diaria a dormire dietro le quinte del teatro.
Un allievo che ha condiviso in passato diversi
momenti della lunga carriera del Maestro e che,
qui interpretato da Edoardo Sala, agisce da catalizzatore
appassionato di ricordi ed emozioni. Ricordi che
i due vanno rivivendo insieme sul filo di una
condivisa passione artistica e di una finzione
teatrale pronta a trascolorare in realtà.
Dove la rievocazione dei personaggi più
impegnativi interpretati da Scaccia si fonde col
graduale disvelamento di un bagaglio umano di
sogni, di aneddoti, di riflessioni, di rimpianti.
Tracciando, sulla scena funzionalmente evocativa
di Luigi De Navasques, un percorso all’indietro
che torna agli anni trascorsi sul filo del sentimento
e dell’ironia. Come un viaggio festoso destinato
a ridestare la gioia del teatro e il desiderio
della vita, che, con la coreografia di Milena
Zullo, delicatamente si chiude sull’avvolgente
malinconia dei passi e dei gesti di una ballerina.
Antonella
Melilli – Il Tempo – domenica 12 dicembre
2004
Al Brancaccino
le perle d’arte di Mario Scaccia
Una vita per il teatro, il
teatro per la vita. Mario Scaccia in scena al
Brancaccino ne “Il canto del cigno”
condensa i suoi ottantacinque anni in una sera
regalando allo spettatore perle d’arte e
lezioni d’umanità. Buio in sala,
un candelabro acceso in camerino, un fascio di
fiori in mano, il cappello in testa e il vecchio
attore è pronto a uscire dal teatro di
provincia dove è appena finita la sua recita.
Ma è successo qualcosa, nessuno ascolta
i suoi richiami, l’attore è solo,
è rimasto chiuso per errore nello stabile
e dovrà attendere ore per uscire. A fargli
compagnia arriva però, sbucato dal nulla
con la sua vestaglia di scena, un collega spiantato
(l’ottimo Edoardo Sala formatosi alla scuola
di Scaccia e da 35 anni suo compagno di scena)
costretto a dormire in teatro per risparmiare
sulla diaria. Come per incanto il palcoscenico
torna a riaccendersi ed ecco prendere vita davanti
ai nostri occhi i personaggi di Molière
e Petrolini, quelli di Shakespeare, Beckett e
Durrenmatt; i versi poetici di Quasimodo (con
la sua meravigliosa “Uomo del mio tempo”),
“La morte del gatto” di Trilussa e
poi i ricordi (i tre anni di prigionia in Africa
del Nord), gli aneddoti, i guizzi, le citazioni
e le invettive alla modernità senza memoria.
Odori, sapori e umori che diventano un toccante
viaggio nelle parole (“Hanno un’anima,
bisogna corteggiarle”). Fino all’eterea
apparizione di una figura danzante che in un assolo
coreografico spegne i riflettori sulla vita del
grande attore esorcizzando la morte. Disincantato
e tragico, solenne e vitale, Scaccia dimostra
l’immortalità dell’arte.
Claudio Fontanini
– Il Giornale – giovedì 16
dicembre 2004
Al Brancaccino
l’interprete dell’alta scuola dell’attore
artigiano
Scaccia,
ma non la nostalgia
Mario Scaccia nel
ruolo di se stesso che alla fine recita la propria
morte in scena, mentre l’étoile dell’Opera
di Roma Laura Comi danza attorno a lui, è
un’operazione a rischio di caduta nella
melassa nostalgica: il grande attore, il grande
vecchio malgrado l’età ancora riesce
a calcare le scene. Invece un artista, un vero
artista, è sempre tale e difficilmente
s’intrappola senza ironia nelle marmellate
autocelebrative. Anzi, in compagnia della sua
spalla Edoardo Sala, l’ottantaseienne Scaccia
offre in questi giorni al pubblico romano del
Brancaccino una dimostrazione di cos’è
l’interprete individualista e artigianale
di alta scuola italiana. Come lui, rimangono in
quattro o cinque che appartengono alla nostra
tradizione di derivazione ottocentesca e prima
ancora di commedia all’improvvisa. Giorgio
Serafini Prosperi, autore dello spettacolo intitolato
Il canto del cigno, s’ispira liberamente
a un atto unico di Cechov su un attore anziano
rimasto chiuso in un teatro di notte. Rimane l’idea
originale come un guscio d’uovo, ma riempita
di cose, vita, arte, prove shakespeariane, molieriane,
beckettiane di Mario Scaccia. Una vera meraviglia
il teatro, quando torna a essere puro gioco degli
uomini e non soltanto organizzazione della messinscena,
quando ritrova la sua natura antinaturalistica
di rappresentazione della vita invece di imitazione.
Marcantonio
Lucidi – Avvenimenti (settimanale, numero
49, 17-23 dicembre 2004)