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         Compagnia Molière                       Teatro Politeama di Catanzaro

presenta

Mario Scaccia

con Edoardo Sala
in

Il canto del cigno

da Anton Cechov

adattamento di Giorgio Serafini Prosperi

con
una ballerina

scene Luigi de’ Navasques

costumi Antonia Petrocelli

musiche Giuseppe Marcucci, Massimo Bizzarri

Coreografia Milena Zullo

regia MARIO SCACCIA


Il nostro Canto del cigno è soprattutto un inno al teatro, quello fatto con il cuore e con ogni energia, quello che impegna ogni atto della vita di un uomo, fin quasi a confondersi, quasi, con la vita vera. Nella scrittura convergono, in un singolare e fortunato incontro, i ricordi e le esperienze di un grande attore, Mario Scaccia, vissute e raccontate attraverso l’ironia che da sempre distingue il Maestro, e l’idea di un teatro che un drammaturgo come Anton Cechov consegna ad un secolo che non è più il suo (è, tra l’altro il centenario della sua morte), ma che gli appartiene, teatralmente, per certa paternità.

Il punto di partenza è ovviamente il testo di Cechov, le dinamiche di rapporti che innesca, il suo indulgere senza paura al sentimento e all’umorismo (magari sfiorare le sue vette!) facendolo incontrare, innestandolo quasi, su di una sensibilità contemporanea. Sullo sfondo il Teatro, con le sue mode, le sue inesattezze, le sue follie, il suo gergo, la sua “umanità”, che non cambia mai.

Dall’incontro crediamo sia nata una festa del teatro intesa come festa della vita, appunto, un attraversare l’esistenza di un grande attore (e un suo comprimario) che è un po’ anche ricostruire il bagaglio umano, i sogni, i desideri, le disillusioni, gli aneddoti, i rimpianti. Un viaggio che chiara metafora del nostro viaggio più importante, vissuto e rivissuto ogni giorno, per sessant’anni e più sulle tavole di mille palcoscenici, sulle ali dei successi (molti) e degli insuccessi (pochi), ma soprattutto consumando e facendo rinascere giorno dopo giorno, come dalle ceneri della fenice, una passione infinita, il teatro.

Tra la polvere e i tessuti consunti di un palcoscenico di provincia, durante una tournée da scavalcamontagne, in una notte che sembra irreale, dopo una rappresentazione, un celebre attore resta chiuso in teatro. Stremato dalla fatica dello spettacolo e vinto dall’età avanzata, dopo la paura iniziale, decide di arrendersi al destino e passare la notte in platea. Il luogo che più dovrebbe essergli familiare si rivela invece un universo da scoprire, un contenitore nel quale dare libero sfogo alla fantasia, che gli riserverà sorprese e un incontro importante. Gli si paleserà un suo collega, un allievo costretto a ripararsi anch’egli in teatro per motivi economici, il quale lo guiderà e sarà il catalizzatore dei suoi ricordi, ma gli farà anche riscoprire oltre un’intimità che credeva perduta, il gusto di vivere e di recitare.

Il finale capovolgerà nuovamente il rapporto tra finzione e realtà, fino a svelare la nudità uno degli archetipi teatrali: durante l’epilogo l’attore-istrione smette i panni del personaggio e ridiventa se stesso. Sarà vero?

Giorgio Serafini Prosperi

“Stare in scena in nome proprio”

Stare in scena in nome proprio (come personaggio cioè) è l’interpretazione più difficile per un attore. Infatti, abituato a dimenticarsi per ricercare ed entrare in una identità diversa dalla sua, a stento si ritrova in quella respirazione e in quella gestualità che gli appartengono per natura: non si è inventato da sé, e tutto gli sembra troppo o poco o approssimativo. Il teatro è una verità che va inventata.
In questo “Il canto del cigno” di Giorgio Serafini Prosperi sono chiamato ad essere smaccatamente me stesso con tanto di nome anagrafico, in storie della mia vita professionale e privata, nel mio rapporto artistico con Edoardo Sala, attore formatosi alla mia scuola e da 35 anni – seppure saltuariamente – mio compagno di scena.
Ho detto e scritto più volte che per me “recitare” è uno strip-tease psicofisico, abituato come sono non a fingere ma a ricercare sul mio inconscio le caratteristiche e gli umori dei personaggi da portare in scena. Qui, in questa particolare occasione, il mio spogliarello dovrà essere spudoratamente integrale. “Giunto sul passo estremo/ della più estrema età” – come canta il Faust di Boito – non dovrò più avere remore affinché il pubblico possa definitivamente rendersi conto della mia natura d’attore, della coerenza del mio discorso artistico e del mio operare, e comprendo come e perché il teatro sia stato ed è la mia stessa vita, e non un episodio secondario di essa.
L’ autore ricostruisce tutto quanto ispirandosi liberamente al “Canto del cigno” di Anton Pavlovic Cechov prendendone a prestito l’episodio del vecchio attore rimasto chiuso in un teatro di notte ma aprendo la sua confessione nelle mia personalità umana e sulla mia storia. Serafini – malgrado la sua giovane età – mi conosce bene dalle confidenze e dagli scritti di suo nonno Giorgio Prosperi che in vita mi onorò della sua amicizia e come critico teatrale del quotidiano romano “Il tempo” (critico vero, eccezionale conoscitore e studioso di teatro e degli attori) ha seguito per anni il percorso della mia carriera, e al quale debbo tanta riconoscenza per i consigli e i lumi elargitimi attraverso le sue recensioni sempre severe, puntuali ed illuminanti.
Visto che l’opera lo consentirebbe, non s’illuda qualcuno che con “Il canto del cigno” io intenda chiudere la mia attività teatrale, come – per motivi commerciali – annunciavano una volta gli altri giunti alla mia veneranda età. Questo, almeno per il momento, non rientra nelle mie intenzioni. Mi preme piuttosto dire che “Il canto del cigno” è la prima esperienza imprenditoriale del Politeama catanzarese, e la cosa mi fa molto onore oltre ad accrescere le ansie delle mie già troppe responsabilità.

Mario Scaccia




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