Il nostro Canto del cigno è
soprattutto un inno al teatro, quello fatto con
il cuore e con ogni energia, quello che impegna
ogni atto della vita di un uomo, fin quasi a confondersi,
quasi, con la vita vera. Nella scrittura convergono,
in un singolare e fortunato incontro, i ricordi
e le esperienze di un grande attore, Mario Scaccia,
vissute e raccontate attraverso l’ironia
che da sempre distingue il Maestro, e l’idea
di un teatro che un drammaturgo come Anton Cechov
consegna ad un secolo che non è più
il suo (è, tra l’altro il centenario
della sua morte), ma che gli appartiene, teatralmente,
per certa paternità.
Il
punto di partenza è ovviamente il testo
di Cechov, le dinamiche di rapporti che innesca,
il suo indulgere senza paura al sentimento e all’umorismo
(magari sfiorare le sue vette!) facendolo incontrare,
innestandolo quasi, su di una sensibilità
contemporanea. Sullo sfondo il Teatro, con le
sue mode, le sue inesattezze, le sue follie, il
suo gergo, la sua “umanità”,
che non cambia mai.
Dall’incontro
crediamo sia nata una festa del teatro intesa
come festa della vita, appunto, un attraversare
l’esistenza di un grande attore (e un suo
comprimario) che è un po’ anche ricostruire
il bagaglio umano, i sogni, i desideri, le disillusioni,
gli aneddoti, i rimpianti. Un viaggio che chiara
metafora del nostro viaggio più importante,
vissuto e rivissuto ogni giorno, per sessant’anni
e più sulle tavole di mille palcoscenici,
sulle ali dei successi (molti) e degli insuccessi
(pochi), ma soprattutto consumando e facendo rinascere
giorno dopo giorno, come dalle ceneri della fenice,
una passione infinita, il teatro.
Tra
la polvere e i tessuti consunti di un palcoscenico
di provincia, durante una tournée da scavalcamontagne,
in una notte che sembra irreale, dopo una rappresentazione,
un celebre attore resta chiuso in teatro. Stremato
dalla fatica dello spettacolo e vinto dall’età
avanzata, dopo la paura iniziale, decide di arrendersi
al destino e passare la notte in platea. Il luogo
che più dovrebbe essergli familiare si
rivela invece un universo da scoprire, un contenitore
nel quale dare libero sfogo alla fantasia, che
gli riserverà sorprese e un incontro importante.
Gli si paleserà un suo collega, un allievo
costretto a ripararsi anch’egli in teatro
per motivi economici, il quale lo guiderà
e sarà il catalizzatore dei suoi ricordi,
ma gli farà anche riscoprire oltre un’intimità
che credeva perduta, il gusto di vivere e di recitare.
Il
finale capovolgerà nuovamente il rapporto
tra finzione e realtà, fino a svelare la
nudità uno degli archetipi teatrali: durante
l’epilogo l’attore-istrione smette
i panni del personaggio e ridiventa se stesso.
Sarà vero?
Giorgio Serafini Prosperi
“Stare
in scena in nome proprio”
Stare
in scena in nome proprio (come personaggio cioè)
è l’interpretazione più difficile
per un attore. Infatti, abituato a dimenticarsi
per ricercare ed entrare in una identità
diversa dalla sua, a stento si ritrova in quella
respirazione e in quella gestualità che
gli appartengono per natura: non si è inventato
da sé, e tutto gli sembra troppo o poco
o approssimativo. Il teatro è una verità
che va inventata.
In questo “Il canto del cigno” di
Giorgio Serafini Prosperi sono chiamato ad essere
smaccatamente me stesso con tanto di nome anagrafico,
in storie della mia vita professionale e privata,
nel mio rapporto artistico con Edoardo Sala, attore
formatosi alla mia scuola e da 35 anni –
seppure saltuariamente – mio compagno di
scena.
Ho detto e scritto più volte che per me
“recitare” è uno strip-tease
psicofisico, abituato come sono non a fingere
ma a ricercare sul mio inconscio le caratteristiche
e gli umori dei personaggi da portare in scena.
Qui, in questa particolare occasione, il mio spogliarello
dovrà essere spudoratamente integrale.
“Giunto sul passo estremo/ della più
estrema età” – come canta il
Faust di Boito – non dovrò più
avere remore affinché il pubblico possa
definitivamente rendersi conto della mia natura
d’attore, della coerenza del mio discorso
artistico e del mio operare, e comprendo come
e perché il teatro sia stato ed è
la mia stessa vita, e non un episodio secondario
di essa.
L’ autore ricostruisce tutto quanto ispirandosi
liberamente al “Canto del cigno” di
Anton Pavlovic Cechov prendendone a prestito l’episodio
del vecchio attore rimasto chiuso in un teatro
di notte ma aprendo la sua confessione nelle mia
personalità umana e sulla mia storia. Serafini
– malgrado la sua giovane età –
mi conosce bene dalle confidenze e dagli scritti
di suo nonno Giorgio Prosperi che in vita mi onorò
della sua amicizia e come critico teatrale del
quotidiano romano “Il tempo” (critico
vero, eccezionale conoscitore e studioso di teatro
e degli attori) ha seguito per anni il percorso
della mia carriera, e al quale debbo tanta riconoscenza
per i consigli e i lumi elargitimi attraverso
le sue recensioni sempre severe, puntuali ed illuminanti.
Visto che l’opera lo consentirebbe, non
s’illuda qualcuno che con “Il canto
del cigno” io intenda chiudere la mia attività
teatrale, come – per motivi commerciali
– annunciavano una volta gli altri giunti
alla mia veneranda età. Questo, almeno
per il momento, non rientra nelle mie intenzioni.
Mi preme piuttosto dire che “Il canto del
cigno” è la prima esperienza imprenditoriale
del Politeama catanzarese, e la cosa mi fa molto
onore oltre ad accrescere le ansie delle mie già
troppe responsabilità.
Mario
Scaccia