Dialogo
ascoltato all’uscita del teatro della Cometa,
a Roma. Primo spettatore (alla Sua compagna):
<<Ma in fondo, che abbiamo visto? Solo una
cosetta divertente>>. Secondo spettatore
(intromettendosi): <<Permette una domanda?>>
<<Prego>>. <<Lei va spesso a
teatro?>> <<Veramente, no. Anzi, quasi
mai. Perché me lo chiede?>> <<Bhe,
se ci andasse più spesso, il fatto di essersi
divertito non le sembrerebbe tanto normale>>.
Ecco
tutto quello che c’è da dire su Capasciacqua,
piccolo intrattenimento di 70 minuti scritto da
Luciano Saltarelli e Marina Confalone, e poi diretto
e interpretato da quest’ultima, accompagnata
nella seconda capacità da Pino Strabioli.
Sono gag divertenti – davvero divertenti,
anche se divertenti e basta, senza secondi fini
e senza la minima volgarità – impregnate
su un unico personaggio, una casalinga piuttosto
sprovveduta. Il pretesto è che costei è
calata da un qualche sperduto paesetto campano
per sostenere un provino per uno spettacolo teatrale,
a quanto pare piuttosto impegnato. Le ragioni
per cui a una donna così, oltretutto del
tutto digiuna di esperienza nel campo, sia saltato
il ticchio di cimentarsi in una prova del genere
non vengono mai spiegate: a chi ogni tanto gliele
domanda, ella risponde con divagazioni che si
interrompono sempre prima della conclusione. Gli
interlocutori contro cui la sua tenacia successivamente
si scontra sono un regista spazientito, una doppiatrice
sua rivale nell’aspirare alla parte, una
vecchia madre non poi così rimbambita,
un <<busker>> o barbone musicista
di strada, un critico. Forse ne ho dimenticato
qualcuno, sono comunque tutte figurette sveltamente
interpretate da Strabioli sotto vari travestimenti.
<<Capasciacqua>>
a Napoli vuol dire testa vuota, la comicità
nasce dunque dalla indistruttibile tontagine della
protagonista, per la quale la Confalone dichiara
di essersi ispirata a Peter Sellers nei suoi deliri
di idiozia. Naturalmente perché il minorato
mentale faccia ridere bisogna che la sua inferiorità
si accoppi con un difetto meno innato, come l’arroganza
o la sicumera; e questa Capasciacqua appare adeguatamente
ancorché infondatamente sicura di sé.
Inoltre la rotazione dei suoi antagonisti fornisce
una certa varietà. Strabioli è molto
gradevole nella leggerezza con cui cambia parrucche,
abiti, voci e accenti, senza eccessivi sforzi
di virtuosismo ma contentandosi di accennare sorridendo.
La sua corporatura chapliniana forma uno spassoso
contrasto con la torreggiante Confalone, faccia
rotonda e gambe lunghe alla Mary Poppins, dando
vita a una serie di moscerini che le ronzano intorno
senza mai forare la sua epidermide coriacea.
Le
riserve che tutti esprimono sulla sua incapacità
di aspirante attrice non scalfiscono mai la nostra,
finché non fa traboccare il vaso in commento
sprezzante sulla qualità della cotognata
che ha fatto con le sua mani e ha portato in omaggio
al regista. Il suo sfogo appassionato in questa
occasione esibisce un temperamento che convince
il regista a scritturarla, miracolo sottolineato
nientemeno che sull’apparizione di una madonnina.
Come avrete capito, la serata non rimarrà
forse memorabile, ma nessuno dei convenuti rimpiange
di esserci capitato.
Masolino
D’Amico – La Stampa (pagina spettacoli
nazionale) – domenica 3 febbraio 2008
<<
Capasciacqua>>, un’ora e dieci tutta
da ridere
Una
storia fuori dall’ordinario in cui la protagonista,
con la sua inadeguatezza, scatena situazioni comiche
e dona a un personaggio così alieno dalla
realtà una paradossale e acuta saggezza.
Debutto favorevole e scontato al teatro <<La
Cometa>> per << Capasciacqua>>
atto unico, scritto, diretto e interpretato da
Marina Confalone, Pino Strabioli e Luigi Cricelli.
Una commedia originale incentrata sul mondo del
teatro raccontato con gli occhi di una donna ingenua
e stupida decisa a realizzare un sogno: diventare
attrice. Capasciacqua in napoletano vuol dire
<<testa vuota>> e la stupidità
della protagonista, alle prese con un provino,
rappresenta una vera e propria forma di disadattamento
e stupore verso le persone e le cose. In <<
Capasciacqua>> l’interpretazione di
Marina Confalone prevale sul testo che tuttavia
risulta leggero e divertente.
Molti
i colleghi presenti alla prima di << Capasciacqua>>
in cartellone fino al 17 febbraio: Lina Sastri,
Urbano Barberini, Pino Ammendola, Maria Letizia
Gorga, Erminia Manfredi, Paola Saluzzi, Max Gigliucci,
Fiordaliso, Giulio Farnese. In prima fila anche
Fausto e Lella Bertinotti.
Cinzia
Tralicci - Il Tempo – giovedì 31
gennaio 2008
Confalone
e Strabioli, satirico duo
Palmira
si presenta al provino del Grande Regista (che
sta preparando un allestimento da 144 ore) senza
uno straccio di monologo, ma con una cotognata
di mele fatta con le sue mani. Era in chiesa quando
il prete nero ha notato che non pregava e le ha
chiesto:<<Ma lei, perché non recita?>>.
Palmira ha creduto che le stesse indicando la
strada. E’ la numero 349 per un ruolo che
è già stato assegnato, e lo scopre
trovando l’articolo di un critico consegnato
al regista ancor prima di vedere lo spettacolo.
Piccola satira su chi il Teatro lo fa e su chi
lo osserva (“O teatro. M’aspettavo
gente avanti e indietro che sorrideva… Che
solitudine!”), ma soprattutto bellissimo
e realistico ritratto di una donna svampita, Capasciacqua
(testa vuota) è alla Cometa (fino al 17)
con un’intensa Marina Confalone (sua anche
la regia) e un comico Pino Strabioli, che di personaggi
ne interpreta cinque, divertendo il pubblico con
scialli e parrucche. Il testo, scritto dalla regista
e da Luciano Saltarelli, racconta di una donna
che con la sua non retorica ingenuità sbaraglia
le regole del prevedibile. Senza accorgersi che
anche lei, scelta come star dello show, deve tutto
alla moda del momento: il recupero di certo folklore
che forse garantisce la veracità.
Paola
Polidoro – Il Messaggero (pagina spettacoli
nazionale) – sabato 2 febbraio 2008
Al
teatro della Cometa fino a domenica <<Capasciacqua>>
scritta e interpretata da Marina Confalone
La
leggerezza ironica di una testa vuota
Gioca
sul paradosso, sull’equivoco, sul grottesco.
Non tanto per graffiare quanto per mordicchiare
teneramente il buon senso del pubblico; per mostrargli
vizzi e vezzi della società odierna mescolando
insieme incanto infantile e matura disillusione.
Ci piace definirla una parabola umana dolce e
spiazzante quella che Marina Confalone confeziona,
con eccezionale bravura e con spiccato gusto per
la <<leggerezza pesante>> di calviniana
memoria, in Capasciacqua, di scena alla Cometa
fino a domenica. L’ascendenza partenopea
della commedia (scritta dalla stessa Confalone,
anche regista, insieme a Luciano Saltarelli) salta
agli occhi con prepotenza già nel titolo:
la <<testa vuota>> in questione è
quella della protagonista, Palmira Portarapillo,
aspirante attrice senza alcuna prospettiva, stupida
e svampita, che si è messa in testa (appunto)
di darsi alle scene perché così
le <<avrebbe>> suggerito un prete
di fiducia: <<recita Palmira, recita!>>
Ovviamente il religioso intendeva dire <<recita
il rosario>>, ma Palmira ha cavalcato ingenuamente
l’equivoco ed eccola qui sul palcoscenico
nudo: abitino beige che le muore addosso, comodi
mocassino tipo Melluso, cerchietto retrò
tra i capelli. Eccola qui a sfidare, con i suoi
<<boh>> e i suoi <<bah>>,
le idee megalomani di un nevrotico regista snob;
a tessere strampalati dialoghi con un macchinista
di scena extracomunitario; a scambiare astruse
opinioni con il vanaglorioso <<critico>>
di turno (l’ottimo Pino Strabioli, impegnato
a costruire una scorribanda di personaggi caricaturali
tutti molto incisivi). E via via che il suo sguardo
puerile e benevolo si posa sulle cose di questo
mondo, quel mondo si scolora, si frantuma dietro
una risata. Quasi che la testa vuota di Palmira
servisse, per paradosso, a smascherare una realtà
questa sì davvero meschina, superficiale,
vacua, ottusa. Quasi che, in definitiva, lo splendido
candore di questa figura <<fuori contesto>>
(alla quale la Confalone regala un’espressività
quanto mai lieve e ironica) riuscisse a sembrare
molto più vero del contesto stesso. E’
dunque il meccanismo del contrasto (anzi, del
vivo contrasto) quello che in profondità
regola questa godibile pièce. Un contrasto
da avanspettacolo sommesso, da confessione delicata,
che porta dentro di sé la gioiosa irriverenza
del nonsense clownistico, ma anche la lacerante
parodia del teatro napoletano. Con quel tanto
di devozione e superstizione che serve a confondere
– e siamo all’imprevedibile epilogo
– bene e male, sacro e profano.
Laura
Novelli – Il Giornale – giovedì
14 febbraio 2008
La
<<divina>> innocenza che salva dalle
brutture del mondo
Sarà
vero che l’innocenza rappresenta l’unico
antidoto di lunga vita, contro l’ipocrisia
e le bassezze del mondo? Non solo lo spiega ma
ne ha assoluta certezza Marina Confalone che ancora
fino al 17 febbraio propone sul palcoscenico del
Teatro della Cometa a Roma Capasciacqua, settanta
minuti di garbato intrattenimento scritto a quattro
mani dalla stessa attrice napoletana con Luciano
Saltarelli, e interpretato insieme a Pino Strabioli
che si divide in numerosi personaggi. Capasciacqua
nasce in realtà Palmira Portapirillo, donna
stupida ma sarebbe più gustoso definire
ingenua, dotata però di una caparbietà
tale da portarla a realizzare ogni suo proposito,
che nella fattispecie è quello di recitare.
Desiderio nato da un clamoroso equivoco che la
donna spiega con innocenza all’insofferente
quanto mai tronfio regista, davanti al quale si
presenta nel corso di un’improbabile serie
di provini (è la <<numero trecentocinquanta>>):
lei deve recitare per <<volere divino>>.
Inizia l’inevitabile gioco comico e delle
parti che si sostiene soprattutto sulla prorompente
abilità della Confalone di muoversi su
più registri, sul canovaccio del misundestanding.
Palmira
entra in contatto con una realtà che non
capisce o percepisce solo in maniera superficiale,
un sottobosco umano dove trovano posto il tecnico
delle luci che le svela le bassezze del regista,
l’attrice di teatro che per mantenersi fa
la doppiatrice in una telenovela, il critico <<amico>>
che scritto una recensione positiva a scatola
chiusa.
Il
mondo di Capasciacqua è manicheo, si divide
in <<buoni e cattivi>>; nella prima
categoria c’è la madre – in
uno spassoso flashback la vediamo fuggire in un
ospizio per sottrarsi alle soffocanti attenzioni
della figlia – nella seconda il padre che
le ha affibbiato sin dalla tenera età il
soprannome per alludere alla sua mancanza di perspicacia.
Donna <<dai nobili sentimenti>> capace
perfino di giustificare il vagabondo che le ha
spezzato il cuore ma non di perdonare il regista
destinatario dell’unico momento d’ira
della sventurata Palmira, per aver osato dubitare
sulla bontà della sua <<cotognata
di mele>>. Scena che le garantirà,
estremo paradosso, la parte da protagonista.
Stefano
Crippa – Il Manifesto (pagina spettacoli
nazionale) – domenica 10 febbraio 2008
Recensione
La commedia è una riflessione sul mondo
del teatro raccontato con gli occhi di Palmira
Portarapillo donna ingenua e stupida, decisa a
diventare attrice. La sua stupidità rappresenta
una forma di disadattamento e stupore verso le
persone e le cose.
“A
verità? M’ha fatt’ male…però
è stato bello”
I
personaggi “autenticamente” stupidi
producono una vertigine, uno stato di ebbrezza,
che è reale godimento, quasi una condizione
primordiale di beatitudine che la vince sui triti
ed estenuanti meccanismi della mente. Capasciacqua,
nel vocabolario napoletano “testa vuota”,
è una donna tanto stupida, quanto fortemente
decisa a realizzare l’equivoco nel quale
è precipitata. Entra in contatto con una
realtà dalla quale si sente più
che mai avulsa. Un personaggio così alieno
dalla realtà da sfociare in una paradossale
ed acuta saggezza.
A
popolare questo mondo i personaggi molto bene
interpretati da Pino Strabioli che affianca la
Confalone nei panni del regista, del vagabondo
romeno dai capelli color pannocchia, dell’intellettuale
critico teatrale e del saggio tecnico luci, dell’attrice-doppiatrice,
passando per quelli di una vecchia in fuga dalle
ossessive attenzioni della figlia.
Perfetti
i costumi e l’acconciatura della protagonista,
che con semplicità incarna un personaggio
tanto delicato, quanto possentemente tragico.
I suoi commenti sulla vita e sulle situazioni
e persone che le si presentano davanti, apparentemente
ingenui, sono così disarmanti da far riflettere
a livello inconscio.
Ma quella leggerezza, quella saltellante incoscienza,
quello sguardo lieve sulle cose, sembrano una
condizione invidiabile in un mondo in cui lo stupore
è prezioso quando sincero. La saggezza
della protagonista deriva proprio dalla sua inconsapevole
capacità di tenere la testa vuota. Vuota
dai pesi inutili dell’intelletto che comprime
la fantasia ed il gioco del puro divertimento.
Sulle
note di “I’m just a gigolò”
i due ringraziano il pubblico che calorosamente
applaude e di cuore ringrazia per aver assistito
ad uno spiraglio di autenticità.
Palmira, buffa e ridicola protagonista della pièce, è vittima della sua stupidità e di un clamoroso equivoco; si vede perciò costretta, “per volere divino”, a partecipare ad un originale provino teatrale.
Il testo di Luciano Sartarelli e della stessa Confalone, che ne firma anche la regia, é completamente costruito sul personaggio di Capasciacqua e mette a frutto tutta la simpatia e l'estro dell'attrice, giocando sulla corda del divertimento, della parodia e del grottesco.
In scena, ad affiancare Marina Confalone, sono l'esilarante Pino Strabioli dall'istrionica bravura e Gigi Cricelli.
Così, personaggi come l'intollerante e borioso regista, la mamma in fuga, l'attrice arrivista, il bizzarro vagabondo dai capelli “biondo pannocchia”, il critico “filosofo”, i rassegnati ed ignavi tecnici teatrali ed una madonnina dal singolare accento dialettale si avvicendano sul palco interagendo con la tenera e fanciullesca Palmira Portarapillo, regalando al pubblico settanta minuti di divertimento e di pura comicità.
Protagonista di Capasciacqua
è Palmira Portarapillo, una donna inadeguata
alla vita sociale per una certa tendenza alla
stupidità che la caratterizza in modo inesorabile.
Ma Palmira ha un obiettivo che deve assolutamente
raggiungere: diventare attrice. Deve farcela a
ogni costo, perchè è stata proprio
la Madonna a indicarle di percorrere questa strada
artistica, o almeno così lei crede.
Il pubblico fin dalle prime battute capisce che
questo spettacolo, che racconta il provino della
signora Portarapillo, è quanto meno paradossale.
Del resto, il titolo è già tutto
un programma: Capasciacqua significa in dialetto
napoletano proprio "testa vuota", come
quella della povera Palmira, la quale si trova
suo malgrado a fare i conti con una realtà,
quella teatrale, che spesso si rivela più
"sciacqua" di lei.
Da questi presupposti, è facile immaginare
la lunga serie di equivoci in cui la protagonista
si imbatte strada facendo, osservando il mondo
sempre con lo stesso sguardo ingenuamente stupito.
Il ritmo tiene, grazie anche al bravo compagno
di viaggio della protagonista Marina Confalone,
Pino Strabioli, che si cala nei panni dei personaggi
più disparati: oltre al pazzo regista che
fa il provino a Palmira, l'attore interpreta la
mamma sdentata ma ancora lucida della donna, il
vagabondo romeno dai capelli color pannocchia
di cui lei si innamora, e l'attrezzista di scena,
romano verace, che pensa solo a farsi i fatti
suoi.
La scenografia è assente, le luci si spengono
completamente o, al contrario, si accendono a
illuminare tutto il teatro a giorno e, in ultimo,
perfino un cane appare in scena: libertà
totale per mostrare la tenera e divertente inadeguatezza
del personaggio di Palmira. I due interpreti scendono
in platea durante lo spettacolo, girano intorno
alle poltrone, guardano negli occhi gli spettatori,
con l'intento di coinvolgerli ancora di più
in questo continuo vortice che, mescolando fantasia
e realtà, conduce il pubblico verso una
profonda riflessione sul teatro, troppo spesso
imbrigliato in meccanismi che nulla hanno a che
fare con la libertà dell'arte.
Su un palco scarno, popolato solo dai due attori
e da una solitaria sedia di legno, protagonista
è dunque la recitazione spigliata e sicura
della Confalone, capace di dare vita a registri
comici e drammatici con identica naturalezza.
Di marzia apice (18:44 - 05 feb 2008)
( dal sito delTeatro.ithttp://delteatro.it/
)
E Strabioli si fa in sei per la Confalone
Nel bel mezzo di una
fortunata tournèe, farcita di recite disseminate
a tappeto su tutta la penisola (per il momento
isole escluse), ritorna a Roma, questa volta in
un Teatro della Cometa stracolmo, lo spettacolo
scritto da Marina Confalone e Luciano Saltarelli,
Capasciacqua, diretto e interpretato dalla stessa
Confalone, una riflessione agrodolce sul mondo
del teatro raccontato da dietro le quinte, nata
nel segno di Peter Sellers, autore molto amato
dall’attrice napoletana.
Il pretesto è un provino di una casalinga
di mezza età, originaria di un paese non
identificato della bassa Campania, Palmira Portarapillo,
che ad un certo punto della sua vita decide di
voler far l’attrice. A dire il vero, non
è stata esattamente una sua scelta, ma
c’è dietro addirittura un disegno
divino. Durante un pellegrinaggio alla Madonna
di Papisciano, un prete nero le predice infatti
la nuova strada da seguire. Palmira, apparentemente
dalla stupidità senza confini, una ‘capasciacqua’
appunto, è fortemente intenzionata a realizzare
il particolare sogno in cui è si è
trovata suo malgrado catapultata.
Le fa da spalla un Pino Strabioli, che, grazie
a rapidi cambi di costume e ad un abile uso di
inflessioni dialettali, dà credibilmente
vita a ben sei personaggi quanto mai equivoci,
a partire dal regista pieno di sé, intenzionato
a mettere in scena uno spettacolo lungo centoquaranta
ore. Capasciacqua nella realtà dura invece
settanta minuti di esilarante comicità.
In scena, una semplice sedia di legno: il palco
è completamente vuoto, quasi a mettere
a nudo i meccanismi del teatro, mentre i costumi
di Annalisa Ciaramella disegnano la psicologia
dei vari personaggi.
Palmira, matricola numero 349 in questa improbabile
serie di provini, non ha nessun monologo da recitare,
ma si porta appresso la sua prelibata cotognata
di mele. Viene brutalmente respinta dal regista,
ma lei con caparbietà, rimane in teatro,
sempre per assecondare il volere divino. Qui incontra
il tecnico elettricista (ancora Strabioli) che
cerca di farle aprire gli occhi, ma la realtà
che circonda Palmira è molto più
grande di lei.
Lo spettacolo scivola con estrema facilità
da un incontro a un altro: ecco apparire il critico
compiacente che, in partenza verso qualche paradiso
esotico, lascia sulla scrivania del regista la
recensione dello spettacolo che non ha ancora
debuttato. Si presenta pure al provino un’attricetta,
costretta a doppiare telenovele per sopravvivere,
una delle parodie meglio riuscite dell’istrionico
Strabioli.
La nostra Palmira non si arrende. Vuole andare
avanti. Rimasta sola, nell’attesa materializza
i ricordi della sua vecchia e lucida madre e di
un giovane musicista di strada dai capelli color
pannocchia che ha saputo sfiorarle il cuore. Palmira
è talmente fuori dalla realtà da
sfociare in una paradossale e acuta saggezza,
rappresentando così la ‘capasciacquaggine’
nella sua evidenza più drammatica.
Al suo rientro in sala, il regista, sempre più
spazientito, pensando di essere da solo, si lascia
andare a commenti molto pesanti nei confronti
di Palmira, che, rimasta dietro le quinte in cerca
della sua lente a contatto, ascolta tutto. Quando
il regista denigra persino la cotognata fatta
in casa, Palmira, anima e vittima, senza freni
inibitori e con i suoi miseri strumenti, disamina
con violenza e senza volgarità una denuncia
contro riconoscibili malcostumi italiani ricorrenti.
Il regista, affascinato dalla inconsapevole vis
espressiva della sventurata, le affida il ruolo
della protagonista, momento suggellato da una
breve apparizione in scena della Madonna in persona.
Sulle note di I’m just a gigolo i due attori
salutano con passi di danza prestati da Pappi
Corsicato il pubblico festante con in prima fila
Fausto Bertinotti e signora.