"Kean"
secondo Zanetti Eccessi d'amore e di vizi nel grande attore
fragile
"By Jove, he is a soul!". L'esclamazione è
di Byron. Nel 1814 andò al Drury Lane e lì,
per la prima volta, vide Edmund Kean. L'attore, che
era diventato celebre proprio quell'anno interpretando
Shylock nel "Mercante di Venezia", si esibiva
nel "Riccardo III". Il poeta ne restò
abbagliato e se ne uscì con quella frase ammirativa:
"Per Giove, ha un'anima!". Era davvero straordinario
Kean (1789-1833). Piccolo di statura ma scattante, era
il prototipo dell'attore romantico. Sapeva interpretare
"l'anarchia delle passioni". Guardarlo nel
volto mobile e negli occhi ipnotici, osservò
Coleridge, era "come leggere Shakespeare alla luce
dei lampi". Ma ebbe vita artistica breve. Si rivelò
nel '14, e già nel '20 era in declino: colpa
delle sbornie, degli stravizi, dei processi. Tuttavia
è rimasto un simbolo del teatro passionale, tanto
da eccitare la fantasia di Dumas Padre che gli dedicò
un drammone divenuto subito famoso. Intorno al 1950
quel copione finì nelle mani di Sartre, che lo
rielaborò secondo l'ottica esistenzialista e
infine, nel 1989, arrivò Raymund FitzSimmons,
con una rielaborazione che Giancarlo Zanetti, attore
e regista di se stesso, presenta all'Erba fino al 16
Novembre.
Interpretare Kean significa entrare in un eccesso d'amore
e di vizio. Non è impresa per tutti: bisogna
essere bravi, sapientemente gigioni e controllatamente
eccessivi. Infatti, in mezzo secolo, sono stati pochi
da noi gli attori che si sono cimentati con colui che
voleva essere "aut Caesar aut nullus", o Cesare
o nessuno. Il primo fu Gassman, nel 1955. Offrì
uno spettacolo che mescolava Dumas e Sartre. Il Mattatore
tornò a Kean negli Anni '80 e aprì, per
così dire, la strada a Gigi Proietti che si esibì
con l'"altro" Kean, quello di FitzSimmons.
Ed è ancora di FitzSimmons il Kean adottato da
Zanetti, un testo aperto alle ombreggiature psicologiche,
spalancato come una finestra panoramica sulle grandi
tirate di Shakespeare, dal "Riccardo III"
al "Macbeth", all'"Amleto", al "Mercante",
all'"Otello". Un testo disperato, in cui Kean
misura la profondità del proprio fallimento,
nonostante gli applausi, le paghe sconsiderate, le amanti,
l'adorazione del pubblico.
Il palcoscenico è attraversato in larghezza da
una pedana inclinata. Sulla sommità troneggia
la poltrona di "Caesar", in basso vediamo
affastellati gli oggetti della vita e dell'arte, una
marionetta, una bottiglia, un panno multicolore che
ricorda gli anni amari dell'esordio e della fame, quelli
in cui Kean era costretto a interpretare Arlecchino
e nient'altro. In questa doppia zona, Zanetti-Kean beve,
sproloquia, ricorda, recita, si accalora, s'indigna,
insulta, si commuove. Mostra la sua doppia anima: orgogliosa
e fragile. Segue la sua doppia natura: sublime e plebea.
Rilancia i colpi furiosi del rancore, della bile, dell'ambizione.
Zanetti, che per sua natura d'attore sembrava predestinato
a questo ruolo, gli si concede a corpo morto, con una
adesione assoluta, in un clima mutevole "staccato"
dal violino di Juliane Reiss. E avvinghia a sè
il pubblico che non riesce neppure a fiatare.
Osvaldo Guerrieri - LA STAMPA (pagina spettacoli
Nazionale)
Martedì 11 novembre 2003
Il
"Kean" di Zanetti, prova di bravura
L'EVENTO - Nel prestigioso Teatro San Babila, pubblico
incantato dal monologo di novanta minuti A Milano l'ottima performance dell'attore
MILANO - Gli esami non finiscono mai. La celebre battuta
di Eduardo torna alla mente mentre attendiamo che si
alzi il sipario su uno spettacolo-evento al San Babila
di Milano, teatro di elezione della Milano "benissimo",
con tanto di "signora marchesa" e "signor
conte" flautati nella grande hall. E i nomi che
seguono i titoli sono scritti nelle pagine di storia
meneghina e italiana. Viene un pò da ridere,
pensando alla pièce che ci aggingiamo a vedere
"Kean", riscrittura di Raymund Fitzsimons
sul testo originale che Alessandro Dumas (padre) aveva
dedicato ad Edmund Kean. Un personaggio che attraversò
come una folgore i primi anni dell'Ottocento, dividendo
con George Byron la posizione di uomo più famoso
(e chiacchierato) d'Inghilterra.
In questo dramma , una buona parte dei molti insulti
sono dedicati ai membri della nobiltà ed in particolare
del comitato del Drury Lane Theatre; e sembra una copia,
piuttosto fedele, del teatro che ci ospita. Dietro il
sipario che sta per aprirsi c'è Giancarlo Zanetti,
attore, una vita in palcoscenico. Prima di lui pochi
grandi attori hanno sentito il bisogno di affrontare
questo "esame": citiamo Vittorio Gassman,
che ne ha fatto anche un film; Gigi Proietti; Ben Kingsley
(il "Ghandhi" del film holliwoodiano). Insomma,
è una prova non solo da attore, ma da grande
attore. Una specie di "master", il riassunto
di una vita d'arte. Già per affrontarlo occorre
avere una convinta maturità, la pienezza espressiva.
La padronanza dei mezzi tecnici non viene nemmeno considerata,
è scontata. È il superamento della tecnica,
è la vera e propria sfida della poesia.
Per descrivere un uomo al quale Dumas aveva tatuato
due definizioni "genio e sregolatezza", non
è necessario essere geniali e sregolati, anzi;
ma è indispensabile aver sviluppato una sensibilità
verso il testo, il pubblico, l'insieme teatrale da far
parte di un unicum pulsante.
E questo è stato il teatro San Babila, qualche
sera fa, per novanta minuti dopo che il sipario si è
aperto. Per un'ora e mezza, davanti ad un pubblico ammutolito
e tesissimo, Giancarlo Zanetti ha suonato tutte le corde
della sua vita d'attore, del suo privato pantheon drammatico,
della identità tra il suo amore per la vita e
per il teatro. Pochi applausi, esitanti, durante la
recita - ma stavolta non c'era dubbio: il pubblico voleva
sfogare la tensione ma allo stesso tempo temeva di rompere
l'incantesimo nel quale era stato trascinato a forza
e dal quale non voleva uscire. Comico, tenero, straziato,
tragico, pieno di speranza e bastonato dalla sconfitta;
ma si potrebbe continuare con tutti gli aggettivi che
esistono per le sfumature dei modi di recitare, perché
tutti sono stati visitati, amati, vinti. Una antologia
di vita, d'arte drammatica, questo è ciò
che il "Kean" vuole; ed è quello che
Zanetti ha offerto a se stesso, oltre che agli spettatori.
Ed alla fine, rovesciando una prassi consolidata in
tutti i teatri, le grida di "bravo", "bravissimo"
sono cominciate prima della lunga sequenza degli applausi.
Grida del cuore, scoppiate dalla gola di spettatori
che non le potevano più trattenere. Un pubblico
decisamente abituato a commedie leggere, al divertissement,
si è alzato a rendere omaggio al grande teatro.
Il dovere di cronaca chiede di ricordare anche la giovane
violinista Juliane Reiss, di Heidelberg, che ha interpretato
sia in senso musicale che drammatico le appropriate
musiche scritte appositamente da Ottavio Sbragia. Dopo
il debutto, lo spettacolo sarà ripreso nella
prossima stagione.