Capolavoro
della letteratura mondiale ed il dramma più
bello e struggente del grande Cechov, ma anche
più attuale: il tema del testo è
infatti quello della distruzione della natura
e della bellezza del mondo da parte di un capitalismo
arrogante e prepotente.
Il vecchio giardino dell’aristocratica possidente
Liuba Andreevna, che ogni anno fiorisce di meravigliosi
fiori bianchi, è ipotecato e messo all’asta;
lo acquisterà Lopachin, un ex servo della
gleba arricchito, che lo abbatterà per
costruirci delle villette e accontentare le smanie
di villeggiatura dei nuovi ricchi. Il mondo dei
proprietari terrieri, abituati all’agiatezza
ed allo sperpero, ma incapaci di gestire i propri
affari, rappresenta una classe sociale il cui
ruolo storico si è esaurito. E’ sostituito
dalla classe degli affaristi, personaggi quanto
mai attuali.
La
stesura di questo capolavoro costò a Cechv
tre anni di lavoro e fu terminata alla fine del
1904, a meno di un anno dalla sua morte. E fu
in questi anni che le sue convinzioni ideologiche
si rafforzano, come dimostrano le sue posizioni
sull’affare Dreyfus, le dimissioni dal giornale
reazionario “Tempo nuovo” e dall’Accademia
delle Arti per solidarietà con Gorki, che
ne era stato espulso.
Cechov morì di tisi nel 1904 mentre sulla
Russia soffiavano già i venti della rivoluzione
che di lì a pochi anni avrebbe cancellato
sia i proprietari terrieri che i nuovi ricchi.
Note
di regia
“…abbiamo iniziato con dei malintesi
e cosi finiremo....mi sembra questo il destino
di questa pièce..”
Anton Cechov 26 nov.1903
Così
questo parto lunghissimo della commedia di Cechov
prende vita nella nostra scena e il paragone con
la nostra situazione attuale,del nostro teatro
Vascello,voglio dire mi pare immediato.
Questo teatro è il nostro “giardino
dei ciliegi “ che deve essere venduto per
i troppi debiti,che ,forse, diventerà un
garage o un supermercato, perché questo
vuole il progresso, perché il DIO DENARO
ha ormai occupato tutto lo spazio della nostra
cultura millenaria, non c’è più
spazio per la memoria, per i ricordi del passato,
tutto si cancellerà, perché anche
a Cechov sembrava ormai invadente il nuovo Moloch,
il dio denaro, rappresentato dall’arricchimento
dei figli della plebe, certo giusto e giustificato,
ma ecco, il nuovo capitalismo è alle porte,
senza cultura, senza grazia, senza conoscenza,senza
memoria.
Certo questa famiglia aristocratica, (ma già
meticcia: la nobildonna Liuba che sposa un avvocato
dissipatore, che ha un amante, che infrange le
regole, che scappa dal dolore per il figlio annegato,
ma che incontra nuovo dolore a Parigi) non sa
adattarsi al cambiamento, alle nuove regole; così
come tutti gli altri componenti di questa famiglia
alla deriva, che dipendono da Lei, da ciò
che Lei rappresenta.
Ma il nuovo mondo del figlio della plebe Lopachin,
non l’affascina, non la convince, “è
volgare “.
E il giovane, l’eterno giovane Trofimov,
conferma questa distanza tra due mondi, ne preannuncia
un terzo, utopistico, sognato, un mondo dove non
ci siano più diseredati, dove ci siano
asili nido, case per gli operai e per i poveri,
assistenza e solidarietà, che ancora oggi
qui in Italia, simile alla Russia di cento anni
fa, ancora non esistono o non sono abbastanza,
dove ancora immigrati dormono in 40 in una stanza,
dove non c’è pietà e solidarietà,
ma egoismo e corruzione.
Ma in questo testo si parla anche spesso di sogni:
tutti sognano, ma non sanno trasformare i sogni
in realtà. Ci sono in questo testo solitudini
clownesche, egoismi e orgoglio a dismisura. Tutti
sono posseduti da un “orgoglio mistico”
che non si svela, ma che li racchiude in bozzoli
mai esplosi in farfalle. Come dice il poetico
Ripellino: “qui è presente il rombo
del vuoto, la cavernosa risonanza del destino”.
Commedia di esistenze di tutti i giorni: Cechov
ci introduce nel nulla delle nostre esistenze,
ma riscattate dalla sofferenza, dal vago e indeciso
sogno verso il futuro. La speranza che, dopo aver
tutto perduto, tutto si ritrova nel cambiamento,
ci aiuta a sopportare il nostro destino. A noi
la vita potrà togliere tutto, ma non potrà
togliere la libertà di inventare il futuro.
Lo spazio desertico del nostro palcoscenico viene
occupato da fantasmi, da miraggi, da pitture che
rievocano atmosfere dell’arte del ‘900,
fatte con nulla, con la carta, il materiale su
cui gli artisti scrivono i loro sogni o dipingono
le loro meravigliose illusioni, a dimostrazione
che esistono SOGNI CHE IL DENARO NON POTRA’
MAI COMPRARE.
Giancarlo Nanni