RITAGLI STAMPA SULLO SPETTACOLO
"IL SIGNORE VA A CACCIA"
MESSINA (gi.gi.).- “Ma che cos’è, scusate, l’onestà delle donne? E’ l’opinione della gente. Ebbene, basta che non la mettiamo al corrente dei fatti nostri, la gente!”. E’ quanto con convinzione dice lo spasimante Moricet al suo oggetto del desiderio Leontine ne Il signore va a caccia (Monsieur chasse del 1892) di Feydeau - andato in scena con molti applausi al Vittorio Emanuele con repliche sino a domenica pomeriggio - precedendo il filosofare del Ciampa de Il berretto a sonagli di Pirandello, (uno è becco solo quando la gente sa), ponendosi per tragicità della vita come l’equivalente di Strindberg nel teatro comico e anticipando le “assurde” pièces di Ionesco. Al centro del vaudeville adattato e diretto da Mario Scaccia, vestendo lui stesso, a quasi 90 anni, i sontuosi abiti neri di madame Latour-du-Nord, una sorta di maitresse da “Belle epoque” che con modi raffinati affitta ad ore la sua “casa” tutta velata di ombre e di bui, c’è la Leontine gentile e amorevole di Debora Caprioglio, nei panni d’una giovane moglie. La quale avendo il dubbio che il marito Duchotel ( Edoardo Sala) possa farle le corna con la scusa della caccia - un dubbio che diventa certezza per voce interessata di Moricet (Rosario Coppolino) che le fa la corte in modo asfissiante - deciderà di ricambiare il marito della stessa moneta. Tra equivoci, colpi di scena, battute fulminanti, calembour e scambi di persona, tutti i personaggi, in un gioco di geometrie mirabolanti s’incontreranno e si scontreranno senza volerlo in quella lussuosa alcova. Anche Leontine sarà sul punto di cedere, ma come in altri lavori di Feydeau, come Il tacchino, La pulceall’orecchio, L’albergo del libero scambio etc..l’adulterio non verrà mai consumato e lo spettacolo sarà solo un ping-pong sadico e gioioso danzato al ritmo di can-can tra fumi di champagne e assenzio. Le scene liberty con mobilio d’epoca erano di Andrea Bianchi Forlani, belli i costumi indossati dalla Capriglio ad opera di Antonia Petrocelli e si notavano fra gli altri il cornificato signor Casagnè di Mario Patanè e il Gontrano, nipotastro della coppia, Fabrizio Coniglio.
Gigi Giacobbe, Giornale di Sicilia, 7 febbraio 2009
Mettere in scena Feydeau è come aprire il baule della nonna. Ha il sapore della riscoperta, quando ormai libri e critici sembrano aver detto tutto di questo autore maestro del vaudeville.
Entrate, uscite, porte aperte, porte chiuse, armadi propizi, letti del peccato, visite improvvise, intrecci machiavellici, invenzioni di comicità delirante, tragedie ridicole. Situazioni assurde che appaiono frutto solo di un Destino beffardo. Un modo di scrivere per il teatro che non lascia spazio agli sbadigli, sopraffino nell'immaginare la risata dello spettatore, pianificarla perché nasca con naturalezza dallo sviluppo degli eventi. Uno zampillo nello scorrere fluido ma sempre incalzante della storia tra adulteri veri e presunti, corna dichiarate o solo immaginate, scambi di persona, intricate trame che spesso ruotano intorno al più classico triangolo amoroso.
Georges Feydeau stuzzica anche il regista più esperto. Come metterlo in scena? Rispettandolo alla virgola, cogliendone ogni sfumatura e suggerimento di messa in scena oppure riempire spazi con libere divagazioni e improvvisazione? L'eterno dilemma che Mario Scaccia in veste di metteur en scene de "Il signore va a caccia" risolve brillantemente affidandosi completamente all'autore, ai suoi tempi comici, al rispetto assoluto del testo. Sicuro che, come il perfetto ingranaggio di un orologio, la comicità di Feydeau si muova a un ritmo mai casuale. Rispetto soprattutto dei movimenti perché, afferma il grande attore e regista, «ad essi sono legati i tempi delle battute e quindi anche i ritmi delle scene». Porte e mobili dove indica l'autore quindi, bandite l'ironia e la parodia, i personaggi appaiono nella loro cruda semplicità, persone comuni coinvolte in situazioni spesso incredibili o paradossali. Creature generate dalla sua inesauribile fantasia ma per le quali lo scrittore non sembra nutrire particolare affezione, restando sempre lontano dall'analisi psicologica e dalla partecipazione emotiva. Così da non giudicare troppo, o troppo da vicino, costumi e peculiarità umane. Un distacco che è sguardo lucido e feroce sulla realtà.
«Nelle commedie di Feydeau – scrive Marcel Achard – non si può tagliare neppure una riga: i nuovi registi hanno imparato a loro spese che se si toglie qualcosa, tutta la costruzione della commedia vacilla e la sua ardita, intelligente, preziosa meccanica si disfa sotto quei tagli». Eppure c'è sempre la possibilità di stupirsi del magnifico ingranaggio teatrale che simile a un gioco di carnevale si libera sul palcoscenico. Scaccia, dunque, non aggiunge molto al testo, ma certo sa come esaltarne la freschezza e sottolineare tutte le assurdità dei rocamboleschi intrecci che coinvolgono un marito a caccia di donne più che di selvaggina, una moglie ingenua ma sottilmente perversa e un quasi-amante in cerca di svagata passione. E mentre la moglie esce, il marito entra e l'amante trema. Ma quando la moglie rientra, il marito esce e l'amante scappa. Quasi a tempo di valzer o di marcia, con felice e veloce ritmo che Scaccia non abbandona mai.
Debora Caprioglio è un'ingenua, provocante, surreale Leontina, sensuale moglie ingannata alle prese con i pruriti del tradimento coniugale e con il frusciare delle sue gonne. Deliziosa.
Flavia Bruni sul sito Teatro Teatro.it http://www.teatroteatro.it/ Recensito al Teatro Quirino di Roma, nel maggio 2008
"Il signore va a caccia", una delle migliori rappresentazioni del Festival di Mezza Estate 2007
Per vigore e per ritmo, "Il signore va a caccia" - la pièce scritta da Georges Feydeau è stata portata in scena, giovedì 9 agosto passato, dalla compagnia teatrale guidata da Mario Scaccia - si pone senza alcun dubbio come una delle migliori dell'ampio cartellone che compone la kermesse "Prosa di mezza estate". Affidata all'interpretazione dell'inossidabile attore e regista, l'opera è stata accolta con vivo calore dalla platea dell'Arena Giardino, che ha tributato lunghi applausi al leggendario maestro del teatro nazionale - per lui 88 anni portati con brio e con la consueta eleganza -, nell'occasione calatosi nei panni della spassosa, divertente Madame Latour, tenutaria di quella casa d'appuntamenti che funge da scenario della vicenda messa in atto. Battute esilaranti ed incessanti, godibili equivoci ed irresistibili situazioni paradossali sono stati gli elementi che hanno contraddistinto la vicenda, svoltasi attorno alla figura della bella Leontine - una credibile Debora Caprioglio, attrice di teatro in continua fase di miglioramento delle proprie indubbie capacità recitative -, colei da cui scaturiscono azioni molto divertenti che hanno condotto gli spettatori (in più di 400 si sono dati raduno all'ex Area Frazzi per assistere alla rappresentazione di Scaccia e del suo gruppo) verso un finale assai godibile, nel quale l'autore francese si è divertito a fustigare con il sorriso sulle labbra i tanti vizi che, alla sua epoca come a tutt'oggi, contrassegnano l'umana natura, propensa a votarsi alla bugiardia ed all'imbroglio pur di cedere alle proprie pulsioni amorose. Un nucleo compatto d'attori, distintosi per coesione e per la facilità con la quale ha saputo trovare l'amalgama fin dal principio dello spettacolo, ha dunque "acceso" l'entusiasmo di un pubblico sempre caloroso e partecipe, non esitante a sottolineare con applausi incoraggianti la prova egregia della stessa Caprioglio - giovane sposa ingannata dal marito presunto appassionato di caccia - come quella del simpatico Rosario Coppolino, assai verosimile nel farsi interprete di un personaggio buffo e truffaldino, tanto lesto quanto sfortunato nel momento in cui si è adoperato - invano! - per approfittare delle grazie della conturbante Leontine. Mal gliene incolse, povero lui...
Inviato da: redazione - Martedì, 14 Agosto 2007
Georges Feydeau è, dopo Molière, uno dei più grandi autori del teatro comico francese. Jean Cocteau, drammaturgo e poeta francese disse di lui: “Feydeau non parlava mai di teatro, componeva di nascosto, come fosse un vizio. Il teatro era il suo vizio, in esso riservava la sua umanità e la sua fantasia più folle”. La gelosia e l’adulterio erano gli argomenti preferiti che ritroviamo come fili conduttori in tutte le sue commedie. “Il signore va a caccia” è stato scritto nel 1892 e non ha mai smesso di stupire e divertire il pubblico che segue con affanno e sincero divertimento il vorticoso susseguirsi di questa storia paradossale, intrigante ed incasinata.
Il signore Duchotel, interpretato dall’irresistibile Edoardo Sala, va a caccia per ingannare la moglie e spera di poterla sorprendere in flagrante reato di adulterio per potersi dedicare anima e corpo all’amante. La moglie, la signora Duchotel, interpretata con fine bravura da Debora Caprioglio, se ne accorge e così tra il susseguirsi di scene tragicomiche cerca di ripagarlo gettandosi tra le braccia del medico Gustavo Moricet interpretato dal brillante Rosario Coppolino, amico di Duchotel. I tre attori recitano a ritmi serrati, scanditi tra imbrogli, raggiri, equivoci, colpi di scena.
Il pubblico è estasiato e divertito nell’assistere alle numerose entrate ed uscite di scena, eseguite dagli attori con un sincronismo perfetto. Situazioni al limite dell’assurdo sottolineate alla perfezione dalla regia di Mario Scaccia. La scena clou si svolge nella stanza di un albergo ad ore, che si trova al n. 40 di Rue d’Athènes a Parigi, di proprietà di Madame Lator-du-Nord, interpretata magistralmente da Mario Scaccia. Al suo ingresso in scena riceve un caloroso applauso del pubblico e in un attimo riesce a trasmettere tutto il suo carisma e la sua infinita bravura. Ottimi gli altri attori tra i quali Fabrizio Coniglio, nei panni di Gontrano Morillon, nipote squattrinato di Duchotel, e Mario Patanè che interpreta l’imbranato Signor Casagne, marito della disinvolta e procace Signora Casagne.
"Feydeau è leggero, spiritoso, tocca la radice dei problemi umani; – dice Mario Scaccia – non è un autore disimpegnato, le sue commedie non sono un prodotto di consumo perché è vero, invece che esse disegnano un’epoca e ne colgono i primi elementi disgregatori". Se tra il pubblico ci fosse stato George Feydeau siamo certi che avrebbe applaudito la bravura degli attori per l’ottimo spettacolo offerto al pubblico in platea. Concludiamo con una frase di Jean Poiret, suo degno erede che diceva: “ Quello che stiamo facendo non è serio… ma bisogna farlo con molta serietà”.
La commedia francese “fin-de-siecle” investe lo spettatore di una profonda carica comica, tipica dello stesso Feydau. Costume del drammaturgo francese, era allegare alla vis comica sulla scena una riflessione attenta e profonda, irridendo quanto e quanti dalla commedia stessa non pretendevano che semplice divertimento. In un autore come Feydau, l’umorismo è anche comprensione per le vicende umane, una chiave di lettura “leggera” per i fatti del quotidiano.
Giustiniano Duchotel, borghese appagato e sempre desideroso di conquiste, parte alla volta dell’ennesima preda. La più comune delle sue abitudini, la menzogna, devierà il corso delle cose dando così inizio alla pochade. Il protagonista, proverà a coprire le proprie scorribande extraconiugali, con un’esagerata passione per la caccia: efficacemente. La moglie Leontina, nutre una fiducia assoluta nei confronti del marito, scalfita solo dalla prova inconfutabile del tradimento coniugale. Così accetterà la corte dell’amico di famiglia, Gustavo Moricet, che da sempre nutre per lei una passione profonda.
Il tutto si svolgerà nella casa di appuntamenti dell’austera Madame Latour du Nord dove, in capo a infiniti equivoci, tutto verrà stravolto e tutto tornerà - come al solito - nei ranghi. Nel segno del più classico dei finali da commedia.
A Mario Scaccia va dato ampio merito se questa “sua” ennesima versione del testo feydauiano torna in scena con successo. L’autore francese, forse poco usuale ai palcoscenici nostrani, è quanto mai vicino alla statura artistica dello stesso Scaccia; come lui è un divertito irrisore delle piccole vicende quotidiane. In questo, nella contraddizione della vita comune, l’artista romano inserisce tutto il suo mestiere, celando tra i tempi comici calcolati di una commedia perfetta, tutta la carica deflagrante di cui è capace. La stessa che da anni lo fa acclamare dal pubblico.
Come diverse altre, questa commedia di Feydau è una piccola bomba ad orologeria. Dietro la parvenza di macchina teatrale, aritmicamente affine al più consono dei carillon, rivela l’inadeguatezza dell’uomo del tempo all’adattarsi alle nuove regole del vivere comune, con vizzi e virtù d’un epoca oramai trascorso. E’ qui che il Feydau autore rivela la sua cifra poetica, ispirata da un mondo restio ad accettare la propria inadeguatezza. La stessa che governa gli sguardi, i sorrisi, la vicenda ad ogni modo divertente messa in scena dal cast. Ottimo e splendidamente diretto da Scaccia.
Ultimo titolo in programma nel cartellone della stagione di prosa organizzata con grande successo di pubblico dall'amministrazione comunale di Trani col Teatro Pubblico Pugliese, nella cornice sempre suggestiva e ormai tradizionale del teatro Impero di Trani. Una stagione che ha incontrato il gradimento dei tranesi appassionati di prosa ed ha visto la presenza di nomi di calibro del panorama italiano, oltre alla parentesi dedicata al balletto con "Bolero".
E allora, la classica ciliegina sulla torta è arrivata con la presenza di un "mostro sacro" del teatro italiano come Mario Scaccia, che insieme alla popolare Debora Caprioglio (grati sempre a zio Tinto per averla lanciata) è protagonista della commedia brillante "Il signore va a caccia", movimentata vicenda di corna incrociate tra coniugi mediamente insoddisfatti dalla routine da alta borghesia del tempo (ottima l'ambientazione ed il riferimento dei costumi tra la seconda metà dell'800 ed i primi del 900).
Scaccia e la Caprioglio, l'"ieri"- monumento e l'oggi pieno di speranza del teatro italiano, nell'ultimo titolo della stagione presentato all'Impero. La caccia è un pretesto per giustificare la scappatella con l'amante, salvo l'arrivo delle solite complicazioni e degli appuntamenti mancati, con scambio di persona (un leit motiv nelle pièces di quest'anno, quasi un file rouge a legare maschere e soggetti di questo cartellone) ed immancabile equivoco, poi puntualmente risolto, dopo l'apparente caos, in perfetto stile shakespeariano e con risoluzione moralmente corretta e riappacificazione di rito tra coniugi scornati ma felici.
Mario Scaccia, salutato alla fine da standing ovation del pubblico, (onore alla carriera, al carisma e alla cifra istrionesca) ha sorpreso tutti vestendo i panni di una vecchia contessa, autrice di innumerevoli "battaglie" (in quel senso), ed ora maitresse di livello superiore, custode - padrona di una lussuosa garçonniere che ospita gli amanti più o meno clandestini. Risate e gran ritmo nel II atto, dopo un inizio allegro con lentezza. Soggetto in generale prevedibile, ma ravvivato dalle vivaci performance dei protagonisti, a cominciare dalla vecchia "babbiona" interpretata da uno Scaccia per il quale, e scusate la chiusura un po' prevedibile, il tempo sembra essersi fermato. Chapeau, in ogni caso. Alla prossima stagione.
Il signore va a caccia: la gelosia e l'adulterio secondo Feydeau
Georges Feydeau si conferma come uno dei maggiori drammaturghi del teatro comico francese, forse dopo Molière o Beaumarchais. Ne è assoluta e lampante testimonianza “Il signore va a caccia”, brillante e strepitoso vaudeville, dal 6 maggio in scena al Teatro Quirino, con la regia dell’inossidabile Mario Scaccia. Nel borghese appartamento sito al numero 40 di Rue Athenes, a Parigi, la gelosia, l’adulterio, il gioco delle convenzioni e delle apparenze infrante si fondono per diventare gli elementi centrali della vicenda. Il signor Duchotel va a caccia, certo, ma forse troppo spesso. Lo fa per godersi l’amante, ingannando la giovane e virtuosa moglie Leontine e cercando di sorprenderla in inequivocabile adulterio. Ma proprio Leontine diventa a sua volta fedifraga, accettando la corte di Moricet, migliore amico del marito. E in scena, succede proprio di tutto: scambi di identità, equivoci, colpi di scena e battute brillanti, tutto sapientemente calibrato in un perfetto meccanismo ad orologeria per una feroce e divertente satira di costume, dagli ineccepibili tempi comici architettati secondo geometriche e funzionali entrate ed uscite di scena dei molteplici personaggi. La regia del grande Mario Scaccia rispetta fedelmente il testo e lo esalta mettendosene al servizio in un crescendo di ritmo e di comicità. Se la prima parte dello spettacolo riprende il teatro realistico privilegiando l’approccio naturalistico e psicologico per delineare i personaggi e indicare le dinamiche di svolgimento dell’azione, la seconda parte acquista sempre maggiore ritmo, via via più serrato per tratteggiare una divertente satira di (mal)costume. La modernità di Feydeau sta proprio nel gusto e nella leggerezza con cui l’autore ironizza sulle abitudini e sulle convenzioni dell’universo borghese grazie a battute o equivoci. Su tutto, la velocità e i tempi comici quasi sembrano anticipare l’avanguardia del teatro dell’assurdo sfruttando la fisicità dell’attore per dare corpo alla mentalità o alla psicologia della società del Primo Novecento alla prese con le inquietudini dell’anima, qui filtrate da irresistibili situazioni comiche. Tutti i personaggi sono allegoricamente calati all’interno degli spazi precisi e funzionali delle belle scene (curate da Andrea Bianchi) che introducono lo spettatore in un raffinato salotto borghese per trascinarlo in una opulenta e profumata garconierre con letto e tavolino, allestita direttamente sotto gli occhi del pubblico: ogni scena vede i suoi punti nevralgici nelle porte necessarie per le entrate e le uscite. I personaggi in scena sono maschere gustose dalle mille sfumature o insicurezze, schiavi dei loro vizi come delle convenzioni, ben rappresentati dal buon cast della Compagnia Molière che sostiene egregiamente lo sfrenato ritmo narrativo. Spicca l’interpretazione vivace ed esilarante del bravissimo e convincente Rosario Coppolino nel ruolo dell’intraprendente e buffo medico corteggiatore Monticet. Nel ruolo del dongiovanni per vocazione Duchotel, marito - amante annoiato borghese, c’è l’esperto Edoardo Sala. La bella e aggraziata Deborah Caprioglio si rivela all’altezza nel ruolo di Leontine, moglie gelosa, morigerata e virtuosa (per esigenze di apparenza borghese). La misurata interpretazione di Gioietta Gentile nel ruolo della nostalgica e tenera tenutaria Madame Latour du Nord sostituisce al momento Mario Scaccia (che si riserva il ruolo en travesti) assente al debutto per una lieve indisposizione. Nel rispecchiare lo spirito e la freschezza del testo, lo spettacolo appare divertente ed equilibrato, gustoso nella leggerezza che lascia continuamente trasparire: nelle due ore di spettacolo si ride senza volgarità e si riflette sui vizi e le virtù si una società alle prese con i primi segnali di inarrestabile disgregazione interna.