“L’inserzione”
di Natalia Ginzburg
Note di regia
Il
teatro della Ginzburg è un teatro di parola
che si ispira a Chêcov e a Goldoni. Il primo
è preso come riferimento letterario, il
secondo amato per via del dialetto e per il piacere
e l’attitudine a scrivere “sugli attori”.
Natalia non fa nulla per convincere lo spettatore
della bontà delle sue idee, non cerca di
sedurlo, né di compiacerlo. In scena vengono
raccontate solo le cose più importanti:
ci sono interni, non c'è azione, c'è
solo la parola che non deve mentire. (Niva Lorenzini)
Non
sono venuto al mondo per soddisfare le tue aspettative,
né tu per soddisfare le mie, se ci incontreremo
sarà bellissimo, altrimenti… (Rudolph
Arnheim)
Comunicare
fa male. (Giovanni Lindo Ferretti)
AAA:
Astrochiromante diplomata con corso di formazione
della Regione predice il futuro o effettua pulizie
delle scale e finestroni dei palazzi a prezzi
interessanti. (Gianfranco Marziano)
L’inserzione
di Natalia Ginzburg è un testo sulla comunicazione,
sul disagio e sull’essere animali egoisti,
che è un bene proprio dell’essere
umano. Scritto nel 1965, è stato rappresentato
in Italia con protagonista Adriana Asti diretta
da Luchino Visconti.
È
nota l’iniziale avversione della Ginzburg
per i dialoghi, e infatti in questo lavoro la
forma monologante è molto presente, quasi
a a presagire il genere del literary drama alla
Molly Sweeney di Friel o a Bash di LaBute. Il
dialogo c’è, ma è essenziale,
mentre il monologo riporta a situazioni di flashback,
da racconto, da libro. E il racconto oggi ha sempre
più spazio nel teatro, quasi a voler ritornare
alle vecchie tradizioni orali, o più semplicemente
a forzare lo spettatore, abituato a ricezioni
passive da image bombing, a concentrarsi, a evocare,
a ricordare, a partecipare all’azione come
in una lettura appassionata.
Ho
individuato tre forme ne “L’inserzione”
che possono essere ricondotte a tre possibili
mondi, tre possibili modi di attivare e usare
la comunicazione.
Teresa,
la protagonista, utilizza uno schema comunicativo
che definirei logorroico, specchio profondo della
sua solitudine, della sua disperazione, dove chiunque
abbia tempo e voglia (ma anche se non ne ha il
suo impeto verboso riesce a inchiodare la vittima
alla poltrona) è un bersaglio adatto per
scaricare milioni di parole inutili, forse ripetute
in eterno come in una legge del contrappunto.
L’inserzione, o meglio le inserzioni che
lei continuamente mette sui giornali non sono
forse una metafora di un disperato bisogno di
comunicare tout court, fosse anche per litigare
per il prezzo di un vecchio mobile?
Lorenzo,
da parte sua, utilizza la comunicazione esclusivamente
per i suoi scopi; riesce in passato a far credere
alla ex moglie Teresa cose assurde o perlomeno
particolari riguardo le sue sparizioni, e riesce,
noncurante del dolore della sua ex donna, a conquistare
la giovane Elena. Un uomo ricco, senza problemi
che è abituato ad avere, a prendere, a
dare solo in funzione di se stesso.
Elena,
apparente acqua cheta, subisce il fascino distruttivo
dell’inserzionista, che in fondo forse odia
addirittura, poiché le impedisce di studiare,
di lavorare, di vivere. E allora quale occasione
migliore per tradirla, per tradire quella che
lei giustamente considera una falsa amicizia,
e volare via con l’uomo, con Lorenzo, alla
ricerca di quell’amore perduto, di quelle
speranze d’amore che tanto hanno appassionato
il lavoro della Levi Ginzburg.
Tutti
e tre gli schemi, però, appartengono ad
una stessa famiglia comportamentale, in cui, secondo
me, risiede pienamente la modernità e l’attualità
del testo; la voglia di ‘prendere, prendere,
prendere’ qualunque cosa dalla vita, in
un’espressione di egotismo assoluto che
non risparmia niente e nessuno.
Il
finale, tragico, riporta le cose all’equilibrio
primordiale, dove in un circolo quasi dantesco,
la donna rimetterà le sue inserzioni, l’uomo
volerà via verso altre mete per poi tornare,
in un meccanismo vittima-carnefice, dall’amante
non più amata ma che non lascerà
mai.
L’ossessione
della famiglia, dei legami che finiscono, e, quindi
della paura della piccola morte, aleggiano per
tutto il testo, e nel ventunesimo secolo mi pare
che questo sia un tema fondante e centrale della
vita di tutti noi.
Una
scena semplice, che accompagna l’atmosfera
onirica con costumi a tinte pastello, a mostrare
dei segni più che un interno, una porta
di luce ex comune sospesa, due sedie-poltrone
che alloggeranno di volta in volta i protagonisti
in interminabili dialoghi monologanti che rappresentano
in sé proprio l’opposto della comunicazione.
Un dialogo fatto di sé, senza mai tenere
conto dell’altro. In una sorta di dramma
letterario, dove la parola diventa anche racconto,
si snodano le vicende piccole e quotidiane, ma
non realistiche dei tre personaggi, mentre le
musiche e le luci osservano dirompenti lo svolgersi
della tragedia della vita come in un periodico
illustrato.
Il pubblico viene coinvolto in prima persona dai
continui monologhi racconti, in un tentativo empatico,
mentre il ritmo trionfa su tutto per accattivare,
interessare, per competere con tutta questa velocità
che ci tormenta.
Una
donna costruisce la propria morte. Per provare
le cose peggiori basta essere soli in una stanza
e immaginare, sognare…
Marcello Cotugno