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L’inserzione

di Natalia Ginzburg


Regia Marcello Cotugno

Luci
Lino Musella

Spazio scenico ideato da
Marcello Cotugno
e realizzato da
Elisa Piccini

Aiuto regia
Francesca Romana Cannone


“L’inserzione” di Natalia Ginzburg

Note di regia

Il teatro della Ginzburg è un teatro di parola che si ispira a Chêcov e a Goldoni. Il primo è preso come riferimento letterario, il secondo amato per via del dialetto e per il piacere e l’attitudine a scrivere “sugli attori”. Natalia non fa nulla per convincere lo spettatore della bontà delle sue idee, non cerca di sedurlo, né di compiacerlo. In scena vengono raccontate solo le cose più importanti: ci sono interni, non c'è azione, c'è solo la parola che non deve mentire. (Niva Lorenzini)

Non sono venuto al mondo per soddisfare le tue aspettative, né tu per soddisfare le mie, se ci incontreremo sarà bellissimo, altrimenti… (Rudolph Arnheim)

Comunicare fa male. (Giovanni Lindo Ferretti)

AAA: Astrochiromante diplomata con corso di formazione della Regione predice il futuro o effettua pulizie delle scale e finestroni dei palazzi a prezzi interessanti. (Gianfranco Marziano)

L’inserzione di Natalia Ginzburg è un testo sulla comunicazione, sul disagio e sull’essere animali egoisti, che è un bene proprio dell’essere umano. Scritto nel 1965, è stato rappresentato in Italia con protagonista Adriana Asti diretta da Luchino Visconti.

È nota l’iniziale avversione della Ginzburg per i dialoghi, e infatti in questo lavoro la forma monologante è molto presente, quasi a a presagire il genere del literary drama alla Molly Sweeney di Friel o a Bash di LaBute. Il dialogo c’è, ma è essenziale, mentre il monologo riporta a situazioni di flashback, da racconto, da libro. E il racconto oggi ha sempre più spazio nel teatro, quasi a voler ritornare alle vecchie tradizioni orali, o più semplicemente a forzare lo spettatore, abituato a ricezioni passive da image bombing, a concentrarsi, a evocare, a ricordare, a partecipare all’azione come in una lettura appassionata.

Ho individuato tre forme ne “L’inserzione” che possono essere ricondotte a tre possibili mondi, tre possibili modi di attivare e usare la comunicazione.

Teresa, la protagonista, utilizza uno schema comunicativo che definirei logorroico, specchio profondo della sua solitudine, della sua disperazione, dove chiunque abbia tempo e voglia (ma anche se non ne ha il suo impeto verboso riesce a inchiodare la vittima alla poltrona) è un bersaglio adatto per scaricare milioni di parole inutili, forse ripetute in eterno come in una legge del contrappunto. L’inserzione, o meglio le inserzioni che lei continuamente mette sui giornali non sono forse una metafora di un disperato bisogno di comunicare tout court, fosse anche per litigare per il prezzo di un vecchio mobile?

Lorenzo, da parte sua, utilizza la comunicazione esclusivamente per i suoi scopi; riesce in passato a far credere alla ex moglie Teresa cose assurde o perlomeno particolari riguardo le sue sparizioni, e riesce, noncurante del dolore della sua ex donna, a conquistare la giovane Elena. Un uomo ricco, senza problemi che è abituato ad avere, a prendere, a dare solo in funzione di se stesso.

Elena, apparente acqua cheta, subisce il fascino distruttivo dell’inserzionista, che in fondo forse odia addirittura, poiché le impedisce di studiare, di lavorare, di vivere. E allora quale occasione migliore per tradirla, per tradire quella che lei giustamente considera una falsa amicizia, e volare via con l’uomo, con Lorenzo, alla ricerca di quell’amore perduto, di quelle speranze d’amore che tanto hanno appassionato il lavoro della Levi Ginzburg.

Tutti e tre gli schemi, però, appartengono ad una stessa famiglia comportamentale, in cui, secondo me, risiede pienamente la modernità e l’attualità del testo; la voglia di ‘prendere, prendere, prendere’ qualunque cosa dalla vita, in un’espressione di egotismo assoluto che non risparmia niente e nessuno.

Il finale, tragico, riporta le cose all’equilibrio primordiale, dove in un circolo quasi dantesco, la donna rimetterà le sue inserzioni, l’uomo volerà via verso altre mete per poi tornare, in un meccanismo vittima-carnefice, dall’amante non più amata ma che non lascerà mai.

L’ossessione della famiglia, dei legami che finiscono, e, quindi della paura della piccola morte, aleggiano per tutto il testo, e nel ventunesimo secolo mi pare che questo sia un tema fondante e centrale della vita di tutti noi.

Una scena semplice, che accompagna l’atmosfera onirica con costumi a tinte pastello, a mostrare dei segni più che un interno, una porta di luce ex comune sospesa, due sedie-poltrone che alloggeranno di volta in volta i protagonisti in interminabili dialoghi monologanti che rappresentano in sé proprio l’opposto della comunicazione.
Un dialogo fatto di sé, senza mai tenere conto dell’altro. In una sorta di dramma letterario, dove la parola diventa anche racconto, si snodano le vicende piccole e quotidiane, ma non realistiche dei tre personaggi, mentre le musiche e le luci osservano dirompenti lo svolgersi della tragedia della vita come in un periodico illustrato.
Il pubblico viene coinvolto in prima persona dai continui monologhi racconti, in un tentativo empatico, mentre il ritmo trionfa su tutto per accattivare, interessare, per competere con tutta questa velocità che ci tormenta.

Una donna costruisce la propria morte. Per provare le cose peggiori basta essere soli in una stanza e immaginare, sognare…


Marcello Cotugno



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