E’
la storia degli atti del processo in morte di
Giuseppe Fava, firmata dal figlio del giornalista
ucciso, Claudio, per la regia di Ninni Bruschetta.
Atti ricostruiti e drammatizzati in forma teatrale,
conservando sempre estrema fedeltà alla
verità delle cose che in quel dibattimento
furono dette. E di quelle che furono taciute.
Ma questo processo, vecchio archetipo del teatro-verità,
è anche un pretesto per raccontare un tempo
e un luogo. Il tempo è quello dell’omicidio
di Pippo Fava, assassinato dalla mafia davanti
all’ingresso del Teatro Stabile di Catania
il 5 gennaio 1984. Il luogo è la sua città
che, nel racconto teatrale, diventa - di volta
in volta - il luogo della ribellione e quello
della rimozione. Una città capace di celebrare
i propri morti, rispecchiarsi nella loro battaglia
e di divorarne al tempo stesso la memoria.
Così fu anche per Giuseppe Fava. Duecentotrentaquattro
udienze, duecentosessanta testi ascoltati, seimila
pagine di verbali… Di quel processo, poco
conosciuto, oggi resta in apparenza solo una sentenza
di condanna, ormai definitiva. Eppure, dietro
i riti della giustizia, c’è sempre
altro. Come la celebre Istruttoria di Peter Weiss
non è solo il canto d’orrore e di
dolore per l’inferno dei lager nazisti,
anche questa istruttoria racconta la morte di
un giornalista per narrare tutta la ferocia della
mafia, l’oltraggio irrisolto della sua violenza,
la viltà dei complici. E soprattutto la
rabbia dei sopravvissuti.
NOTE DI REGIA
Dopo
aver letto questo testo mi sono chiesto a cosa
serva un processo per omicidio. Là dove
il peggio è fatto si continua a celebrare
il male, aggiungendo al dolore l’oscenità:
il racconto dell’omicida, la difesa immorale
dei colpevoli, le fazioni di innocentisti e colpevolisti,
che fanno riecheggiare, come in un effetto domino,
la tragedia già consumata, ma non ancora
finita.Questo
processo è stato, come raramente accade,
un processo che si è concluso con la condanna
dei veri colpevoli, degli esecutori e dei mandanti.
Ma a leggerne e a sentirne gli atti ne viene fuori
una società al limite del grottesco. Latitanti
che girano scortati dalle forze dell’ordine,
giornalisti che negano l’esistenza della
mafia a Catania (in quegl’anni!), boss che
uccidono personaggi scomodi per far “piacere”
a qualcuno o per dare “un segnale”
di amicizia ad un’altra cosca…. Cose
che se non fossero tragiche sembrerebbero frutto
di un’ilare fantasia.Un
tempo la celebrazione del processo era un momento
di ritualità civile, così come è
diventato adesso il teatro. Io credo che il teatro
abbia questa funzione e questo privilegio, quello
di parlare alla gente attraverso una ritualità,
non più sacra, ma quantomeno civile. I
testi di Claudio Fava, come le sue sceneggiature
e i suoi romanzi, sono un terreno fertile ed adeguato
per coltivare questa aspirazione del teatro, che
è anche quella di salvaguardare la memoria
e arricchire la nostra cultura con la celebrazione
dei nostri eroi. Quella della mafia, in Sicilia
e nel mondo, è stata ed è una vera
e propria epopea, facile preda, alle volte, di
mitizzazioni e di fantasie che finiscono per mostrarne
gli aspetti più affascinanti, seppur malefici.
Ma noi sappiamo che essa è invece una piaga
purulenta, un male incomprensibile e inaccettabile,
ma sempre più difficile da estirpare.
Ninni Bruschetta