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RASSEGNA STAMPA DELLO SPETTACOLO "L'ISTRUTTORIA"

A Palermo “L’Istruttoria” dal testo di Claudio Fava
Nel carcere del’Ucciardone in scena le trame della mafia

Palermo – Il teatro rende omaggio a un ucciso per mafia nel luogo italiano più eminente nella lotta alla mafia. Nell’aula bunker mastodontica e verdina del carcere dell’Ucciardone munita di 30 gabbie a emiciclo per detenuti pericolosi, in tanti hanno “recitato” nel corso degli anni senza sempre dire la verità da quando nel 1986 lo spazio blindato divenne un simbolo della giustizia per il maxi-processo Falcone – Borsellino concluso solo nel 1992. Ma adesso, con la rappresentazione di ieri de L’Istruttoria – Atti del processo in morte di Giuseppe Fava, testo di Claudio Fava, figlio del giornalista cui fu teso nel 1984 un agguato fatale davanti al Teatro Verdi di Catania, regia di Ninni Bruschetta (che ha collaudato il lavoro al Teatro Musco di Catania e allo Juvarra di Torino), si “recitano” retroscena veri e mostruosità vere di killer inviati speciali, commissari, onorevoli, donne complici della mafia, editori, collaboratori di giustizia. Le fila di tutte le dichiarazioni ricavate dai verbali di tribunale redatti per far luce sull’omicidio spettano, in questa importante udienza – documento realizzato dalla compagnia Nutrimenti Terrestri con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo e del Teatro Garibaldi (annunciante due repliche ufficiali in ottobre), a due attori interpretanti vari ruoli realistici senza nome ma anche due parti di coscienza memore, insoddisfatta e disincantata. Davanti a spettatori volontari che, a poca distanza da detenuti anche talvolta implicati (di cui non era previsto l’accesso nel bunker), hanno ieri colmato tutti gli scranni della sala – ed evidente è stata, tra le altre, la presenza di Rita Borsellino – hanno agito con più volti, più voci, e più sensi rituali Claudio Gioè, già coprotagonista di Cento passi, e Donatella Finocchiaro, recente protagonista femminile de Il regista di matrimoni di Bellocchio. Sulle loro deposizioni, con eco talvolta microfonato, sul loro parlare a tratti officiato mantenendo significativamente le spalle al pubblico, sui loro dettagli in merito all’agguato, all’autopsia, alla rabbia per le menzogne, ai melliflui depistamenti, alle arroganze processuali e all’agghiacciante arte del sorridere, di spalmavano i suoni tesi e drammatici dal vivo dei musicisti Dounia, con la voce arabeggiante, fatalista e mediterranea di Faisal Taher. Il miracolo civile di questo evento sta in un’onda emozionale che, lenta e inesorabile, giunge a tutti, in questo tempio palermitano che indaga sulle offese all’uomo e alla società. La morte di Giuseppe Fava diventa ancora una volta, sempre più, un nodo da risolvere non solo giudizialmente ma in nome di una pietas della comunità. E ne sono testimoni depositari, nella messinscena lucida e tormentata di Bruschetta, i tanti misteri del dire agitati come spettri o maschere da Claudio Gioè, e le affermazioni contemplative e feroci contenenti un sapere femminile di cui è capace Donatella Finocchiaro. L’aula del carcere ha tremato per peccati commessi da molti, per omissioni e omertà di altrettanti, e per responsabilità di quasi tutti, al tempo. E questo teatro serve a dar pace ai morti per ingiustizia, ma anche a capire, come recita il finale che “il tempo è appena cominciato”.

Rodolfo Di Giammarco - La Repubblica (pagina spettacoli nazionale)- Sabato 10 giugno 2006


Autore il figlio Claudio
Pippo Fava morto di mafia
Un processo lungo 20 anni

Un calzino rosso. Una macchia di colore, ma anche un gesto che sfrange la settica, imperturbabile freddezza di un obitorio, brandello-simbolo di un’ultima battaglia. Apparentemente perduta, brutalmente conclusa dalle raffiche che, nel gennaio dell’ormai lontano 1984, massacrano Pippo Fava, autore e drammaturgo ma soprattutto giornalista “scomodo”, direttore di un mensile, I Siciliani che pervicacemente cerca di scuotere la coscienza civile di un’intera regione contro la mafia. Poi l’omicidio, il tragico annuncio ai familiari, il riconoscimento all’obitorio, l’inizio di un interminabile, farraginoso processo durato vent’anni. Eppure sceglie deliberatamente di sfuggire dalla morsa del teatro-verità, Claudio Fava, figlio dell’ucciso e ora europarlamentare, autore di questa Istruttoria che mette in scena gli Atti del processo in morte di Pippo Fava. Per carità, tutto è al suo posto, tutto viene narrato da Bruschetta in termini sobri, asciutti, lontani da ogni compiacimento, anche quando la realtà è talmente tragica da diventare grottesca. Mandanti, organizzatori ed esecutori del delitto vengono al proscenio, in successione, insieme all’onorevole e al giornalista, all’editore locale, che controlla il sistema dell’informazione, e al titolare dell’agenzia di pompe funebri, che specula anche sulle estreme vicende terrene. Tutti sfilano in un carosello infernale, in cui non c’è spazio neanche per l’umana pietà, per la solidarietà per i familiari di chi ha sacrificato la vita per la ricerca della verità. Tutti perfettamente riconoscibili, ma tutti accortamente nascosti dietro categorie straordinariamente ampie, che racchiudono non solo i protagonisti di un processo, ma anche quanti, e sono tanti, taccio no di fronte ad un fenomeno pervasivo, radicato nel tessuto sociale. E se un richiamo al più noto Weiss può essere scorto nella trama narrativa, va forse ricercato nella capacità di evocare un tempo e un luogo, il folle e incontrollato sviluppo di Catania negli anni Ottanta; e di sublimare tutti in una dimensione di dolente elegia per i martiri di una terra vinta e angariata: per Pippo come per Agata, la santa protettrice dei Catanesi, cullati come in un fosco rito profano da Vitti’ na crozza, canto della tradizione isolana ora piegato ad un intrigante melting pot culturale dalla presenza calamitante dei Dounia. In meno di un giro di lancette, Gioè e Finocchiaro aderiscono allo studio drammaturgico con straordinaria, camaleontica partecipazione: cambiano un paio di occhiali, uno scialle, un cappotto o un cappello ed assumono i tratti di questo o quel personaggio, tutti protagonisti e vittime di un microcosmo che solo ora, vent’anni dopo, trova il coraggio di essere descritto, rappresentato sulla scena. Ora, nel momento in cui alla rassegnazione e alla rimozione si associa la ribellione, la rabbia di chi è sopravvissuto, di chi non ha abbassato la guardia. Di chi ha continuato la battaglia, nell’arengo delle aule parlamentari come sulle tavole del teatro.

Giuseppe Montemagno – HYSTRIO trimestrale di teatro e spettacolo - anno XIX n°2 2006


Ha un titolo importante, e giustamente, il testo scritto da Claudio Fava e messo in scena con grande nitore e rigore dal regista Ninni Bruschetta. L'istruttoria rimanda infatti - e direttamente - alla celebre opera di Peter Weiss: l'ambito di indagine è ovviamente diverso, ché nel caso del tedesco si trattava di fare i conti con l'agghiacciante testimonianza dei criminali nazisti al processo di Norimberga, ma l'afflato civile, l'alto senso di impegno politico ed umano, l'emozione di avere a che fare con una materia bruciante sono forse molto simili. Claudio Fava ha voluto raccontare, con la lucidità e assurdità degli atti processuali, la morte del padre: il giornalista Giuseppe Fava ucciso dalla mafia. Ne è scaturito un testo che si muove con agilità attraverso le testimonianze di mafiosi, investigatori, testimoni, persone informate dei fatti, e il racconto - in presa diretta, quasi in prima persona - di chi ha subito quella disgrazia: la famiglia, il figlio, l'autore. Ed è bello che Ninni Bruschetta, con la sua compagnia Nutrimenti Terrestri, abbia voluto continuare quel percorso nel teatro impegnato, coraggioso, fatto di arte e dignità, di forma e contenuto, già avviato da tempo: Bruschetta non ha mai smesso di investigare il lato oscuro del potere, affrontando direttamente - con la presenza viva dei suoi attori, sempre ottimi - i mille risvolti delle verità taciute, della disinformazione sistematica, dell'ambizione e della collusione, della gestione di poteri e del risvolto quotidiano, sociale - come dire? umano - di quel potere. Sin dai tempi di Carabinieri di Joppolo, o di Giulio Cesare di Shakespeare, passando per Corruzione a Palazzo di Giustizia di Betti, il regista ha sviluppato un percorso nel teatro in cui l'oscurità labirintica, il legame vischioso di mafia e stato, di governanti e governati, di vittime e carnefici veniva raccontato senza reticenze, quasi dal di dentro. Un passo significativo, in questo senso, è stato Il mio nome è Caino, sempre di Fava: un affondo nella mentalità del mafioso, fastidioso e gelido come una lama di rasoio, magistralmente interpretato da Giovanni Moschella e non a sufficienza apprezzato dalle strutture teatrali pubbliche italiane. Entrare nella mentalità dell'altro per capire quell'assurdo storico e violento che è la mafia: questa è una delle linee - forse la più interessante - in cui si muove la Compagnia siciliana. E si scopre, allora, come quel «fenomeno» che è la mafia, nei suoi cento anni di vita, abbia condizionato la vita civile ed economica del paese, controllando le scelte e le decisioni politiche, corrompendo i mediocri e uccidendo chi osa sfidare o combatterla. In un momento in cui un velo di pubblica omertà copre e nega i delitti della mafia, della camorra e di altre più o meno oscure associazioni a delinquere, il teatro - con il suo porre faccia a faccia attori e spettatori - riscopre un compito importante, che è quello di ricordare, di raccontare, di testimoniare. L'Italia è uno stato mafioso: la denuncia, allora, emerge chiaramente da questi spettacoli che affrontano il problema con intelligente complessità. Privi di ogni retorica, scarni ed essenziali, i lavori di Ninni Bruschetta colgono sempre nel segno. Quest'ultimo non fa eccezione - ed anzi conferma la bontà del percorso: L'Istruttoria è portato in scena in modo molto semplice, ma efficace. Con la suggestiva musica dal vivo dei Dounia, una piccola struttura scenica (di Mariella Bellantone) e due bravi interpreti che hanno il compito di dar voce e corpo ai tanti protagonisti di quella vicenda criminale, l'ottimo e trasformistico Claudio Gioè, già apprezzato in film di rilievo come Cento Passi o La meglio gioventù, e la magnetica e dolente Donatella Finocchiaro, già splendida interprete di Angela di Roberta Torre. La storia racconta di un giornalista coraggioso e umile: Giuseppe Fava, che - in una Catania creduta, sino ad allora, lontana dai tentacoli mafiosi - viene crivellato di colpi da due killer. Il processo è un susseguirsi di personaggi squallidi e curiosi, violenti e grotteschi: il paradosso di questo spettacolo è che riesce anche a far ridere delle contraddizioni, delle millanterie, delle fumosità, delle reticenze, delle complicità. Si ride, perché tutto sembra assurdo: e invece quella è la realtà, quello il mondo, quella Catania, la Sicilia, l'Italia. Visto al teatro Juvarra di Torino, nell'ambito di una vivace programmazione dedicata proprio ad affrontare direttamente temi scottanti come la lotta alla mafia, L'istruttoria , seguito da un appassionato dibattito con Giancarlo Caselli e Nicola Tranfaglia, ha riscosso applausi partecipi.

Andrea Porcheddu - dal sito delTeatro.it www.delteatro.it/ - 20 marzo 2006


Catania

Fava Ucciso dalla mafia

Nomi e cognomi reali, luoghi, situazioni, date che fanno parte della realtà più cupa del nostro Paese. Questo che viene definito <<studio drammaturgico sugli atti del processo in morte di Giuseppe Fava>>, composto da Claudio, il figlio del giornalista catanese ucciso dalla mafia, e messo in scena da Ninni Bruschetta, non poteva non essere un atto di estrema e lucida consapevolezza storica e politica. Del resto i due avevano costruito insieme, qualche anno fa, un altro spettacolo, Il mio nome è Caino, che toccava, con altrettanta coraggiosa determinazione, gli stessi temi.

Il lavoro, intitolato L’istruttoria, portato in scena con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania, ripropone alcune testimonianze rese al processo per l’assassinio del noto giornalista e drammaturgo, fondatore della rivista <<I siciliani>>, che già come direttore del <<Giornale del Sud>> aveva denunciato le collusioni della malavita organizzata col potere politico ed economico. Per questo Fava fu ucciso il 5 gennaio dell’84 davanti a un teatro della sua città. Il processo, raccolto in seimila pagine di verbale, si concluse con pesanti condanne per boss ed esecutori, ma certo le tante cose che si dissero nelle aule di udienza restano come un tracciato nitido e funesto di alcune verità incancellabili del passato e del presente della nostra nazione. Tanto che alcune figure, esplicitamente evocate in scena, occupano ancora posti chiave nell’economia siciliana. A raccontare questo ci sono due soli attori, due volti noti del nuovo cinema italiano, Claudio Gioè e Donatella Finocchiaro, accompagnati dal vivo dagli accordi di caldo sapore mediterraneo del gruppo musicale Dounia, in uno spazio razionale, con precise geometrie di luci, insomma tutto secondo quello stile attento, rigoroso, sempre teso e puntato sul senso della parola che Bruschetta non si lascia mai sfuggire di mano. Quadri veloci, con i due interpreti che cambiano pelle, voce, atteggiamento, passando da alcune dolenti annotazioni dei figli di Giuseppe Fava a certi ritratti di mafiosi o di imprenditori, rievocando l’immagine di quel padre steso su un carrello della morgue, con ai piedi i suoi calzini rossi, o la deposizione del cugino del boss, qui ricostruita come se fosse una scenetta di Martoglio, tanto amaramente grottesche appaiono le negazioni del malvivente, con una finta ingenuità che è soltanto un’ulteriore dimostrazione di protervia.

Antonio Audino –Inserto Domenica Il Sole 24 Ore – Domenica 8 gennaio 2006


Debutto per il testo di Claudio Fava, dedicato al padre. In scena la Finocchiaro e Gioè

A Catania <<L’Istruttoria>> tra dolore e morte

Catania. Cosa prova un figlio nell’apprendere che suo padre è stato ammazzato da mani mafiose con cinque colpi di pistola? Un figlio che lavorava ad un giornale accanto al padre, che aveva ancora bisogno dei suoi consigli, dei suoi suggerimenti, dei suoi incoraggiamenti? Cerca con la morte nel cuore di razionalizzare i tanti perché, di scoprire da solo ma anche con le forze dell’ordine chi sono stati i killer e gli eventuali mandanti. E quando dopo <<234 udienze, 260 testi ascoltati, seimila pagine di verbali>> si è giunti a sapere chi sono stati gli assassini e chi li copriva, potranno mai restituire a quel figlio suo padre? Credo che da quel 5 gennaio del 1984, giorno in cui fu assassinato Giuseppe Fava nella via dello Stadio Cibali adesso intitolata a suo nome, la parte sinistra del cervello di Claudio Fava abbia ripreso a funzionare a mille all’ora, cercando giorno dopo giorno di mettere ordine nei suoi file mentali, di chiarire a poi ancora chiarire attraverso il suo talentuoso lavoro di giornalista, poi di europarlamentare e infine di drammaturgo, cosa ci sta a fare in questo mondo.

Se l’esperienza d’una premiata sceneggiatura, quella del film <<I cento passi>> sulla vita e morte di Peppino Impastato, poi una pièce manco a dirlo sulla mafia, <<Il mio nome è Caino>> e adesso <<L’Istruttoria. Atti del processo in morte di Giuseppe Fava>>, andata con successo in scena nel Teatro Angelo Musco con l’impeccabile e serrata regia di Ninni Bruschetta, potranno portare un po’ di pace nel suo cuore.

C’era un sacro silenzio in sala e stranamente nei sessantacinque minuti di spettacolo non si è sentito un solo colpo di tosse. Sulla scena solo due attori, noti per aver preso parte ad alcuni recenti film: lui Claudio Gioè, palermitano, è apparso pure ne La meglio gioventù di Giordana, lei, Donatella Finocchiaro, il pubblico la ricorda in Angela di Roberta Torre. Entrambi a rappresentare i tanti personaggi di questa intensa Istruttoria (un killer, un inviato speciale, un commissario, un onorevole, l’amica del mafioso, l’editore, un collaboratore di giustizia, un vecchio mafioso) sulla scena astratto-geometrica ben congeniata da Mariella Bellantone (mentre i costumi erano di Metella Raboni), accompagnati dalle musiche cagiane del quartetto dei Dounia eseguite dal vivo con la voce incredibile di Faisal Taher che faceva echeggiare i suoi versi in arabo.

Uno spettacolo intenso, palpitante, con un formidabile Claudio Gioè, in grado di variare i timbri e toni e maschera pur restando vestito sempre con lo stesso abito, cui gli era accanto una sicura Donatella Finocchiaro nei ruoli di contrappunto, salutati alla fine da calorosissimi e prolungati applausi. In sala c’era Claudio Fava, salito poi sul palcoscenico a prendersi anche lui una buona dose di applausi. Lo spettacolo prodotto dai Nutrimenti Terrestri e dallo Stabile di Catania verrà replicato sino a domenica.

Gigi Giacobbe – Giornale di Sicilia – Giovedì 5 gennaio 2006


"L’Istruttoria"

Dalla cronaca al mito

Catania. Dalla Cronaca al mito.

Avevamo assistito, nella scorsa stagione, alla prima lettura dell’Istruttoria, il copione che Claudio Fava ha costruito sugli atti processuali per la tragica uccisione del padre avvenuta il 5 gennaio dell’84. Era un testo tagliente, diretto. Ora il regista Ninni Bruschetta (alla Sala Musco per il cartellone dello Stabile) ne ha fatto un’azione epica (nel senso brechtiano): fuori dal tempo, fuori dai personalismi. La vicenda ovviamente ruota attorno al delitto Fava, ma i contorni sono sfumati, sia per l’indeterminazione della scenografia (essenziale, disegnata da Mariella Bellantone), che, soprattutto, per la tipizzazione dei caratteri. L’uomo, il killer, il collaboratore di giustizia sono gli esemplari di un’umanità in cui i ruoli si scambiano facilmente, in cui la realtà è difficile da delineare con nettezza, in cui gli scorci psicologici si profilano per aggiustamenti progressivi più che per iniziali e definitivi connotati. Anche sul piano femminile: la donna che soffre per un’appartenenza indesiderata o per un incombente pericolo, con un cambio di scialle diventa l’amica del malavitoso o la conduttrice dell’indagine giudiziaria. E le figure evocate sfumano ancora di più in una città che è Catania, ma che potrebbe essere qualunque aggregato urbano in cui interessi e professioni morali divergono. Le massime morali che affiorano spesso vanno oltre il commento al singolo fatto: sono il richiamo alla coscienza di tutti i tempi. Un esempio estraniante, ma proprio per questo significativo, è dato dall’inserto di quella ragazza quattordicenne, perseguitata, tormentata e uccisa che alla fine si rivela essere Sant’Agata: “wasmuha Agata…”. Perché la cronaca di quell’atto di collera che si traduce in morte è detta in arabo, con una prosa asciutta recitata da Faisàl Tàher il cantante dei Dounia (“il mondo”) complesso che è sempre presente in scena a scandire sulle corde gravi e spietate il tempo che si avvicina alla fine. Da sottolineare le non comuni doti espressive dei due attori: Claudio Gioè che sa essere insinuante, aggressivo, sicuro della meschina onnipotenza del delitto e Donatella Finocchiaro, timorosa o sfacciata, fintamente ingenua o vigorosamente coraggiosa.

Sergio Sciacca – La Sicilia – giovedì 5 gennaio 2006


L’Istruttoria di Claudio Fava al Musco di Catania : corruzione e mafia nella città etnea degli anni ‘80

“Giuseppe Fava era uno che il vento se lo pigliava in faccia, se arrivava”. Con queste parole, l’attrice Donatela Finocchiaro riassume la personalità del grande giornalista, ucciso dalla mafia a Catania nel gennaio del 1984, durante la brillante performance che ha inaugurato la stagione “Nuovo Teatro” dello Stabile di Catania. Vent’anni dopo quel brutale omicidio, il regista Ninni Bruschetta (assistito da Laura Giacobbe) mette in scena un’inquietante opera teatrale scritta da Claudio Fava, giornalista ed europarlamentare dei Ds, che ricostruisce il processo dell’omicidio del direttore dei “Siciliani”. Il racconto di questo processo, conclusosi “solamente” con la conferma degli ergastoli inflitti in primo grado ai "mandanti", viene snocciolato attraverso le parole dei numerosi “testi eccellenti” che sono stati ascoltati dai giudici nel corso degli anni. Questo “riassunto” di circa seimila pagine di verbali, messo in scena da Bruschetta, rivela una realtà drammatica che racconta di intrighi mafiosi, collusioni e corruzioni che hanno tormentato come un cancro la città etnea nel corso degli anni 80. Si parla principalmente di quelli che Fava definì “I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa”, ovvero i principali imprenditori del Sud del tempo. Fava scriveva a proposito di questo presunto intreccio mafioso-imprenditoriale: “Allora a questo punto il discorso è già perfetto. Se tutti i cavalieri di Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della struttura mafiosa che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla società, e rilasciando così agli altri, ai superstiti, una possibilità politica e morale di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per molti versi stava trasformando la Sicilia”. Sul banco degli imputati si susseguono giornalisti, direttori di testate, “amici”, politici, burocrati interpretati magistralmente da Claudio Gioè e Donatella Finocchiaro, le cui testimonianze contraddittorie e a volte palesemente reticenti vengono messe a nudo. In uno degli innumerevoli editoriali che denunciavano la collusione politico-mafioso-imprenditoriale all’ombra del vulcano, Fava spiegava che :“E' la mafia che miete la quasi totalità delle vittime, centinaia, forse migliaia ogni anno in tutte le città della Sicilia e dell'Italia. Quasi tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro complici, talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati o professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra in guerra cadono anche le loro teste. E' una mafia che sembra animata da una tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si rinnova, una specie di fetido tenia oramai intanato nel ventre della Nazione, dove si ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce”. Lo spettacolo è accompagnato da musica “live” eseguita dai “Dounia” ovvero: Giovanni Arena (contrabbasso),Vincenzo Gangi (chitarra), Riccardo Gerbino (percussioni) e dalla dolcissima voce araba di Faisal Taher (ex Kunzertu). I costumi sono di Metella Roboni mentre le scene sono state curate da Mariella Bellantone. La performance è stata prodotta da Maurizio Puglisi ed è in scena al Teatro Musco fino all’8 gennaio.

Alberto Lunetta - dal sito Recensito.net http://www.recensito.net - 07/01/2006





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