Delle Palme
De Filippo, un’eredità improvvisa e l’arte di famiglia
La fortuna non è mai gratuita, specie per la povera gente, e prima o poi ti presenta il conto. Così ragiona Giovanni, un poveraccio che di fortuna non ne ha mai avuta e che, quando questa si presenta, grande e improvvisa, si accorge che in qualche modo la deve pagare. Giovanni è il protagonista di <<La fortuna con l’effe maiuscola>>, commedia scritta nel ’42 da Armando Curcio ed Eduardo De Filippo che la mise in scena con suo fratello Peppino.
Ripresa con successo anche in altre mani nel corso degli anni, ora la commedia ritorna in famiglia, con il figlio di Peppino, Luigi De Filippo, con la sua compagnia al Teatro Delle Palme. Al colmo della sua maturità di uomo e di artista, ottant’anni l’anno venturo spesi tutti in teatro e per il teatro, e splendidamente portati, Luigi restituisce a propria misura l’amara comicità del lavoro e gli acri umori che vi sono sottesi. Un omaggio, il suo, all’arte dello zio che tanta parte ha avuto nella sua formazione di uomo e di artista, ma anche un percorso che intende valorizzare le opere realizzate dagli esponenti della sua celebre famiglia.
L’allestimento si mantiene nel solco della tradizione. C’è lo squallido sottoscala in cui fame e miseria regnano sovrani, con Giovanni che tira a campare assieme alla moglie Cristina. E c’è Erricuccio, preso all’orfanotrofio e cresciuto in casa, un “malatiello” ritardato mentale, la cui ingenuità non è priva di malizia.
In questo quadro desolato, la fortuna arriva all’improvviso: un’eredità piovuta dall’America, ma con la condizione che, se ci sia un figlio, il cospicuo patrimonio spetterà a quest’ultimo.
Una beffa del destino, perché Erricuccio, trovatello senza titolo, reso muto per uno spavento, non è in grado di comunicare la notizia a Giovanni, ignaro, per pochi soldi si è appena prestato a riconoscere, come figlio, uno sconosciuto bellimbusto in cerca di falso padre per un matrimonio d’interesse.
Luigi De Filippo governa l’intreccio con antica sapienza. Asseconda il confronto grottesco con gli altri personaggi, tipi fissi della commedia umana: i casigliani, i legulei, il medico trombone, l’immeritevole gaglioffo. Trova una bravissima spalla in Paolo Pietrantonio, tenero Erricuccio che gioca con i suoi pupazzetti di carta e cerca affetto.
Riserva a sé la parte agra, chiosa amaro la sorte del pover’uomo: i soldi chiamano altri soldi, si accrescono nelle mani dei ricchi. E si ribella. Si autodenuncia per il disonesto riconoscimento dettato dal bisogno e si consegna alla legge.
Che sarà mai la prigione?
Il vero carcere è la miseria che ti lascia solo in mezzo alla gente. La fortuna che ora gli arride la sta già pagando, in anticipo. Tra risate e pathos, fervida accoglienza dal pubblico Delle Palme.
Franco de Ciuceis – Il Mattino – sabato 21 novembre 2009
RITAGLI STAMPA SULLO SPETTACOLO
"LA FORTUNA CON L'EFFE MAIUSCOLA"
Verve, comicità e saggezza napoletana nello spettacolo di e con Luigi De Filippo
Ha quasi 70 anni, La fortuna con la effe maiuscola di Eduardo De Filippo e Armando Curcio. Ma, come recita il titolo di un’altra pièce di famiglia, “non li dimostra”. Per questo Luigi, il figlio di Peppino, a propria volta autore, attore e capocomico, ha deciso di riproporre in tutta la sua freschezza il testo dello zio, in scena al Quirino fino al 25 aprile.
L’argomento è palese: la volubilità della sorte. Un poveraccio accetta di riconoscere un figlio non suo in cambio di poco, giocandosi l’eredità di un fratello emigrato che si è arricchito ed è morto all’estero. L’esistenza di un rampollo dell’erede prevede infatti che l’intera somma passi interamente al ragazzo. Che fare? Il gabbato mette in campo l’astuzia, si guarda intorno e agisce. Ma l’esito è paradossale: lo “sfortunato” conserva l’eredità, finisce in carcere e riesce addirittura a vivere la prigione come una vacanza, un diversivo rispetto al grigio tran tran quotidiano. Luigi e la sua giovane compagnia non si limitano a mettere in scena la commedia così com’è. La farciscono di nuove situazioni, di scene e scenette che citano altri testi famosi o popolari, di tipi esilaranti e riconoscibili che aumentano il tasso di comicità delle già comiche questioni, quasi mai cadendo nell’esagerazione caricaturale.
De Filippo, nella parte di Giovanni, tocca corde diverse, l’umoristica, la patetica, l’introspettiva, la filosofica… Così, pur facendo divertire il pubblico in modo pieno e aperto, alla partenopea, riesce a riservare alcuni momenti alla riflessione sapienziale, anche’essa tipica del teatro napoletano. In platea arriva tutto con immediatezza e semplicità. Arrivano Giovanni e la modestia della sua esistenza al fianco della moglie Cristina e del nipote di lei, il tonto Enricuccio; la necessità di legittimare Sandrino, che cerca un padre per sposare una ragazza piena di soldi; lo spauracchio, cancellato dal baratto, di un debito cui mai si riuscirebbe a far fronte; la pesantezza della sfiga quando Enricuccio riceve prima di Giovanni la comunicazione dell’eredità e, muto per la sorpresa e la paura, non riesce a riferire in tempo utile allo zio, cioè prima dell’affiliazione di Sandrino, la clausola capestro…
L’estimatore avrà modo, assistendo allo spettacolo, di uscirne contento.
Rita Sala – Il Messaggero – sabato 10 aprile 2010
L’ATTORE Borgio: Luigi De Filippo magistrale
L’artista applaudito nell’ottima prova de “La fortuna con l’effe maiuscola”
Si è intrattenuto in un simpatico fuori programma, recitando poesie e scherzando sul ruolo dell’artista e sulle scaramucce tra moglie e marito, con il pubblico che gremiva piazza S. Agostino mercoledì sera per la prima nazionale di “La fortuna con l’effe maiuscola” al Festival di Borgio Verezzi.
E’ Luigi De Filippo che, ricevuto dal padre Peppino il testimone per portare in scena il repertorio dei De Filippo interpreta magistralmente il ruolo del protagonista, Giovanni Ruoppolo. Dopo un’esistenza di miseria è davvero una fortuna “sfacciata” quella che si abbatte sulla famiglia Ruoppolo: per una clausola testamentaria, Giovanni non potrà infatti ereditare i milioni del fratello nel caso abbia un figlio legittimo come scopre appena dopo aver riconosciuto come suo, per sbarcare il lunario, un’arrogante baroncino figlio di padre ignoto.
“La fortuna con l’effe maiuscola”, commedia scritta a quattro mani da Eduardo De Filippo e Armando Curcio e in scena fino a stasera, ha inaugurato brillantemente la sezione del festival dedicato alla cultura napoletana.
“Queste commedie sono sempre attuali perché parlano dei problemi della famiglia”, commenta De Filippo nella chiacchierata con il pubblico. Il microcosmo familiare come sintesi della società e delle sue tensioni è il grande protagonista del teatro di Eduardo: ecco che il ruolo di capofamiglia induce Giovanni a rimproverare la moglie Cristina (Stefania Ventura) per aver dilapidato la sommetta tanto sudata saldando i creditori; ed ecco che Giovanni crede con delicata ingenuità e malcelato orgoglio, che i maldestri tentativi del figlio adottivo Erricuccio (Paolo Pietrantonio, efficacissimo nel rappresentare le nevrosi del ragazzo e nell’adombrarne l’handicap nell’ottusità) di mandare a monte l’affare con il barone siano dettati da amore filiale.
Alle dinamiche della famiglia si incrociano quelle del condominio in una vivace carrellata di caratteri tipici della commedia napoletana: la portiera impicciona, la moglie infedele, l’avvocato senza scrupoli tessono trame parallele che ingarbugliano la matassa della vicenda con inattesi colpi di scena, primo fra tutti il mutismo da shock conseguente al violento rendez-vous tra Erricuccio, latore dei messaggi di donna Amalia all’amante, e il marito di lei.
Spumeggiante e divertente, la commedia non è priva di pathos: l’espediente di Giovanni per rientrare in possesso dell’eredità, ossia denunciare il proprio falso in atto pubblico e godersi l’agiatezza in carcere, è sì rivincita contro i soprusi della società (e del destino), ma anche ennesima sconfitta di un reietto; dalle inferiate che circoscrivono il misero appartamento dei Ruoppolo alle sbarre della prigione il passo non è così lungo. E la tanto agognata ricchezza che circola nella pièce comporta un prezzo da pagare: agiatezza e serenità raramente stanno insieme, sembra dirci l’autore.
Irene Liconte – Corriere Mercantile 31/07/2009
Borgio Verezzi applausi alla commedia “La fortuna con la effe maiuscola” Luigi De Filippo, bis con poesie
Alla fine delle oltre due ore di spettacolo, mentre ancora la platea lo stava applaudendo con calore, si è fermato un attimo per ringraziare il pubblico e gli organizzatori <<per l’invito a questo prestigioso Festival>> e poi, per altri venti minuti, ha offerto un gustoso dopo-teatro in cui ha alternato il racconto di aneddoti alla declamazione di sue poesie, o meglio “pensieri intervallati qua e là da punti e virgole”, come le ha spiritosamente definite.
E’ stata una serata trionfale, per Luigi De Filippo, quella del debutto (suo e dello zio Eduardo, autore mai rappresentato prima a Borgio Verezzi) in piazza Sant Agostino con “La fortuna con la effe maiuscola”, commedia accolta con risate e battimani dagli spettatori. E il “feeling” che si è creato con questo grande artista lo ha portato a concedere un insolito bis, molto gradito perché tutti sono rimasti incollati alle poltrone, nonostante fosse ormai passata la mezzanotte.
“E’ il teatro dei De Filippo, il mio teatro. Piace ed è sempre attuale, perché parla della famiglia, dei rapporti tra marito e moglie o tra genitori e figli”, sorride De Filippo, che in camerino riceve moltissimi complimenti, tra cui quelli di Giuseppe Ferrazza, commissario del Carlo Felice di Genova.
Mentre la gente sfolla, si odono molti elogi nei confronti dell’attore e regista e della sua affiatata compagnia: tra i più lodati Paolo Pietrantonio per la sua felice caratterizzazione di Erricuccio.
Stasera alle 21.00 l’ultima replica, anch’essa all’insegna del pienone.
Augusto Rembado – La Stampa 31/07/2009
Dal sito Teatro.Org - Il portale del Teatro Italiano
La recensione di Angela Cotugno
In una chiave registica brillante, divertente, moderna e priva dell'introspezione malinconica Eduardiana, assistiamo
all'interpretazione da parte di Luigi De Filippo, di Giovanni, protagonista de "La Fortuna con l'effe maiuscola", capolavoro di Eduardo de Filippo e Armando Curcio. Giovanni vive in miseria con sua moglie Cristina e suo figlio adottivo Erricuccio in attesa che per loro cambi la sorte.
Ma, purtroppo, egli è perseguitato da un destino ostile e beffardo che trasforma quello che per lui potrebbe rappresentare il colpo di fortuna, legittimare un falso figlio per centomila lire, in una enorme disgrazia: lo stesso giorno, appunto, gli viene comunicata la notizia di una grossa eredità che egli potrà riscuotere solo in caso di mancata progenie. Si arriva così, dopo accadimenti vari ed esilaranti colpi di scena, alla conclusione che, nella vita, la fortuna, prima o poi, presenti un conto al quale non ci si può sottrarre e che, quella con la effe maiuscola, si debba pagare con un grande "sacrificio" che il nostro protagonista è sicuramente pronto a fare a beneficio di tutta la famiglia.
Il lavoro, scorre piacevole e ritmato. Particolare l'interpretazione di Paolo Pietrantonio, di Erricuccio, che privato dell'ingenuità e la dolcezza che definivano il personaggio eduardiano, si caratterizza più affine ad un furbo bambino moderno, un po' irruente che, invadendo di continuo con carica e grinta, regala al pubblico svariati
momenti di comicità. Si distinguono, inoltre, nel brillante cast, le interpretazioni di Luca Negroni che dà vita ad un impeccabile, giovane, rampante notaio, Giorgio Pinto in un effervescente e vivace avvocato, di una brava e prorompente Marianna Mercurio nei panni di Amalia, bella e giovane adultera, di un irreprensibile Alberto Pagliarulo perfetto nel ruolo di un benevolo dottore carico di umanità, mentre aleggia su tutti, la rassicurante presenza di Luigi De Filippo che, portando in scena questo ennesimo personaggio, regala ai presenti, ancora una volta, la gioia e l'emozione di veder rivivere sul palcoscenico un pezzo della storia del Teatro; la gloriosa famiglia De Filippo che tanto lustro ha dato alla scena napoletana, italiana e mondiale.
Visto il 13/11/2009 a Napoli (Na) Teatro: Delle Palme
L’ATTORE Borgio: Luigi De Filippo magistrale
L’artista applaudito nell’ottima prova de “La fortuna con l’effe maiuscola”
Si è intrattenuto in un simpatico fuori programma, recitando poesie e scherzando sul ruolo dell’artista e sulle scaramucce tra moglie e marito, con il pubblico che gremiva piazza S. Agostino mercoledì sera per la prima nazionale di “La fortuna con l’effe maiuscola” al Festival di Borgio Verezzi.
E’ Luigi De Filippo che, ricevuto dal padre Peppino il testimone per portare in scena il repertorio dei De Filippo interpreta magistralmente il ruolo del protagonista, Giovanni Ruoppolo. Dopo un’esistenza di miseria è davvero una fortuna “sfacciata” quella che si abbatte sulla famiglia Ruoppolo: per una clausola testamentaria, Giovanni non potrà infatti ereditare i milioni del fratello nel caso abbia un figlio legittimo come scopre appena dopo aver riconosciuto come suo, per sbarcare il lunario, un’arrogante baroncino figlio di padre ignoto.
“La fortuna con l’effe maiuscola”, commedia scritta a quattro mani da Eduardo De Filippo e Armando Curcio e in scena fino a stasera, ha inaugurato brillantemente la sezione del festival dedicato alla cultura napoletana.
“Queste commedie sono sempre attuali perché parlano dei problemi della famiglia”, commenta De Filippo nella chiacchierata con il pubblico. Il microcosmo familiare come sintesi della società e delle sue tensioni è il grande protagonista del teatro di Eduardo: ecco che il ruolo di capofamiglia induce Giovanni a rimproverare la moglie Cristina (Stefania Ventura) per aver dilapidato la sommetta tanto sudata saldando i creditori; ed ecco che Giovanni crede con delicata ingenuità e malcelato orgoglio, che i maldestri tentativi del figlio adottivo Erricuccio (Paolo Pietrantonio, efficacissimo nel rappresentare le nevrosi del ragazzo e nell’adombrarne l’handicap nell’ottusità) di mandare a monte l’affare con il barone siano dettati da amore filiale.
Alle dinamiche della famiglia si incrociano quelle del condominio in una vivace carrellata di caratteri tipici della commedia napoletana: la portiera impicciona, la moglie infedele, l’avvocato senza scrupoli tessono trame parallele che ingarbugliano la matassa della vicenda con inattesi colpi di scena, primo fra tutti il mutismo da shock conseguente al violento rendez-vous tra Erricuccio, latore dei messaggi di donna Amalia all’amante, e il marito di lei.
Spumeggiante e divertente, la commedia non è priva di pathos: l’espediente di Giovanni per rientrare in possesso dell’eredità, ossia denunciare il proprio falso in atto pubblico e godersi l’agiatezza in carcere, è sì rivincita contro i soprusi della società (e del destino), ma anche ennesima sconfitta di un reietto; dalle inferiate che circoscrivono il misero appartamento dei Ruoppolo alle sbarre della prigione il passo non è così lungo. E la tanto agognata ricchezza che circola nella pièce comporta un prezzo da pagare: agiatezza e serenità raramente stanno insieme, sembra dirci l’autore.
Irene Liconte – Corriere Mercantile 31/07/2009
Quando il fato bara alla porta
Luigi De Filippo riporta al Quirino la commedia del padre <<La fortuna con l’effe maiuscola>>
Il ritorno, a distanza di quasi 70 anni, della commedia di Eduardo e Peppino sullo stesso palcoscenico che la vide nascere, lo si deve a Luigi De Filippo, planato con levità sulle orme paterne e ormai gestore (e detentore) di una comicità agro-amara che è il marchio di famiglia. Racconta, Luigi, che lui stesso debuttò dodicenne con La fortuna con l’effe maiuscola: timido e chiuso di carattere, fu infatti convinto dal padre a entrare in scena per cinque lire. Adesso, scherza, lo pagano molto di più. Ma si vede che resta soprattutto un piacere (ri)vestire i panni – che furono del padre Eduardo – di Giovanni Ruoppolo, un povero diavolo che vive di stenti in un basso napoletano assieme alla moglie e a un figlio adottivo “sopra le righe”. Un giorno la fortuna bussa alla porta in forma di eredità colossale di un parente emigrato in America, con la clausola però che tutto spetterebbe a un eventuale figlio. Che Giovanni ha appena legittimato in cambio di una misera somma…
C’è tutto l’universo dei De Filippo in questa trama di favola povera, dove il fato si accanisce sui disgraziati e i milioni “si riconoscono fra loro e si chiamano”. C’è la Napoli “sgarrupata” dei bassi, l’arte dell’arrangiarsi tra fame e miseria, l’ironia come strumento del (soprav)vivere, la capacità di trasformare la smorfia del dolore in sorriso grottesco. Luigi De Filippo porge la commedia come un oggetto per amatori, quasi fuori dal tempo. Non meramente filologica né con toni neorealisti (impossibili da realizzare: la Napoli di oggi è quella nera raccontata da Saviano e non la città sgretolata ma di cuore che affrescava Eduardo). La fortuna con l’effe maiuscola diventa piuttosto commedia evocata, allusa. Avviata per accenni e colorature improvvise, lasciando allo spettatore accorto il piacere di ricordare-completare quel tempo che fu.
Nel ruolo del padre, Luigi è un Giovanni filosofico, smagato. Procede a passi larghi, lancia le battute e poi le spegne con un sorriso stregato. Silenzioso regista dall’interno di un carosello di nuove maschere da commedia dell’arte.
Dal figliolo Erricuccio calzato con grande sfoggio di bizzarrie autistiche da Paolo Pietrantonio all’empatia domestica della moglie Cristina (Stefania Ventura), dalla prorompente vitalità dell’adultera Marianna Mercurio (che ricorda una Sofia Loren degli esordi) al rampantismo di un furbetto ante litteram, l’avvocato di Giorgio Pinto, contrapposto alla correttezza bonaria del notaio di Luca Negroni.
Adeguate le scene di Salvatore Michielino nel riportare interni familiari umidi e umili, dove si disegna tutta la trama della commedia. Uno sfondo sfumato di grigio e azzurrino, come una vecchia cartolina di Napoli segnata dal tempo. Non ancora vergata dal sangue rosso della Gomorra che verrà.
Rossella Battisti – l’Unità – sabato 10 aprile 2010
Al Quirino <<La fortuna con la effe maiuscola>>
Un nocciolo agrodolce di emozioni quando la buona sorte presenta il conto
Ritorni. Luigi De Filippo ripropone la commedia con cui debuttò nel 1942 sullo stesso palcoscenico
Scritta nel ’42 insieme con Armando Curcio, registrata per la tv nel ’59, La fortuna con l’effe maiuscola di Eduardo De Filippo è una commedia spumeggiante e farsesca che, coronata da immediato successo (in scena al debutto al Quirino c’erano lo stesso autore e il fratello Peppino), parla di miseria e miserie, di tiri mancini del destino, di scelte difficili, di lotta per la sopravvivenza e buoni sentimenti. L’opera debuttò in pino periodo bellico e fu un trionfo. Nel cast figurava anche un Luigi De Filippo appena dodicenne che, complice la promessa di una ricompensa di cinque lire, vinse la paura del palcoscenico e affrontò il primo spettacolo della sua lunga carriera. Martedì 6 aprile l’attore/regista partenopeo torna nella sala di via delle Vergini proprio con quella commedia d’esordio e, a quasi settant’anni di distanza dal debutto, ne mette a segno una versione leggera e <<umanissima>> che ha già girato diverse piazze italiane aggiudicandosi consensi unanimi da parte del pubblico. La trama stessa possiede, d’altronde, un nocciolo agrodolce di emozioni così controverse eppure così comuni da rimanere giocoforza affascinanti. Giovanni vive in miseria con sua moglie Cristina e il figlio adottivo Erricuccio e, per guadagnare le centomila lire necessarie ad onorare certi debiti, decide di legittimare un figlio non suo. Ben presto però quello che sembrava un bel colpo di fortuna si rivela un’enorme disgrazia: lo stesso giorno, infatti, gli viene comunicata la notizia di essere destinatario di una grossa eredità che potrà riscuotere, però, solo in caso di mancata paternità.
Ecco dunque che da questo raffinato marchingegno di coincidenze <<fuori tempo>> nascono equivoci e risvolti grotteschi carichi di acre umorismo. Se da un lato, si ride e ci si diverte non poco, dall’altro fa capolino l’amara constatazione di come la fortuna, nella vita di chiunque, prima o poi presenti il suo conto salato e di come spesso questo conto esiga sacrifici e rinunce difficili da digerire. Con questo lavoro lieve e corale (dodici personaggi in scena, affidati, tra gli altri, a Stefania Ventura, Paolo Pietrantonio, Giorgio Pinto, Luca Negroni) si conferma, insomma, l’universalità di una drammaturgia che è innanzitutto sapienza di vita.
Laura Novelli – Il Giornale – sabato 3 aprile 2010