Uno
degli spettacoli “cult” della Fabbrica
dell’Attore, la fortunatissima edizione
targata anni ’80 del capolavoro del grande
veneziano, è stato riproposto nella stagione
in corso al Teatro Vascello di Roma, richiamando
un folto pubblico e tantissime scuole.
Pur
nel rispetto del testo goldoniano, lo spettacolo
è ambientato negli anni ’50, tra
neon, palme, Mozart e rock&roll. La vicenda
si svolge in una locanda vicino ad un aeroporto,
luogo di transito, di incontro, di pericolo e
di cambiamento, con una scenografia che ricorda
un set cinematografico, e dove i valori e l’etica
di una società in continuo mutamento, vengono
messi in discussione in chiave ironica e comica.
Scritta
nel 1753 La Locandiera è una delle più
divertenti e famose commedie di Goldoni. Vi si
narra la storia di Mirandolina, vispa locandiera
fiorentina, di cui si innamorano tutti i viaggiatori
che soggiornano nella sua locanda. La sua conoscenza
dell’arte amatoria fa si che diventino tutti
suoi devoti spasimanti, ma alla fine sceglierà
di sposare il suo giovane e fedele servitore,
come suggerito da suo padre in punto di morte.
La commedia in realtà dà spunto
a Goldoni di mostrare la decadenza della nobiltà
e l’affermazione del ceto dei nuovi ricchi,
che i titoli di nobiltà li acquista a suon
di quattrini. La classe media o proto-borghese
è rappresentata invece dal Cavaliere di
Ripafratta, su cui poggia la solidità del
nuovo impianto sociale. Ciò nonostante
tutte le componenti si accomunano nella fascinazione
che subiscono dall’operosità di Mirandolina.
“La
voglia di serenità, di ridere, sta alla
base della scelta de La Locandiera,anche se il
finale ricomposto spinge ad una triste considerazione
sul destino comune alla maggioranza di noi. Le
ragioni del riso sono molto più universali
di quelle del pianto, si ride oggi in Italia per
le stesse ragioni per cui si ride in Giappone
o si rideva ai tempi di Goldoni.. Mirandolina
è una piccola belva, ma anche un personaggio
lieve e privo di residui moralistici, con i riflessi
pronti e sempre all’erta. Il suo segreto
è nella misura con cui avanza verso l’obiettivo
e nella tensione fra apparente passività
e l’aggressività latente che sfoga
finalmente nell’ultimo atto.”
Giancarlo
Nanni