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Compagnia Molière

Taormina Arte

in collaborazione con

Teatro Politeama di Catanzaro


presentano


Mario Scaccia


in

La Mandragola

di Niccolò Machiavelli

con

Edoardo Sala, Carlo Greco, Rosario Coppolino, Claudia Carlone, Anna Cianca
Antonella Piccolo, Massimo di Vincenzo

scene Augusto Sciacca

costumi Antonia Petrocelli

musiche Federico Bonetti Amendola

regia MARIO SCACCIA


“Io rido e ‘l rider mio non passa drento, io ardo e l’arsion mia non pare di fore “.

N. Machiavelli

La composizione della commedia risale al 1518. Fu rappresentata con ogni verosimiglianza nello stesso anno, mentre Firenze festeggiava le nozze del duca Lorenzo de’ Medici.

Il giovane Callimaco è innamorato di Madonna Lucrezia, “onestissima ed al tutto aliena dalle cose d’amore” sposa dello sciocco messer Nicia. Poichè la coppia non ha figli e Nicia desidera ardentemente un erede, questo permette a Callimaco, con l'aiuto del sensale Ligurio, di ordire una solenne beffa ai danni dell'ignaro marito: Callimaco, fingendosi medico, lo convince che la moglie gli potrà dare il desiderato erede solo dopo aver bevuto una pozione di erba mortifera, la mandragola; e della necessità che qualcuno, unendosi a lei prima del marito, ne assorba il veleno. Spinta oltre che dallo stupido Nicia anche dal suo confessore frate Timoteo e dalla madre Sostrata, la giovane cede.

Naturalmente sarà Callimaco travestito lo sconosciuto che si farà catturare per strada ed avviare al letto di Lucrezia. Giunto in presenza della donna, le dichiarerà il suo amore e le svelerà l’inganno. E Lucrezia deciderà scientemente che quello che Nicia ha voluto per una sera l’amante abbia sempre, dal momento che “l’astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotta a fare quello che mai per me medesima avrei fatto”.

In questo mondo di personaggi ipocriti e parassiti, tutto sembra muoversi solo per il conseguimento della propria utilità. Infatti Callimaco e Ligurio vogliono raggiungere il fine di condurre la virtuosa Lucrezia a soddisfare le voglie del primo dei due; Frate Timoteo col suo pietismo formale vuol mantenere denari e reputazione; Sostrata, convinta che “è l’uffizio d’un prudente pigliare de’ cattivi partiti el migliore”, favorisce il turpe affare della figlia. Lo stesso Messer Nicia persegue il suo utile: spupazzarsi un figlioletto nato sia pure con la collaborazione altrui e senza alcuna sollecitudine per il garzonaccio la cui morte crede certa. Infine Lucrezia, riconosciutasi vittima, giustifica il suo peccato e lo persegue con polemica voluttà.

Machiavelli, spregiudicato e moderno,osserva senza giudicare con implacabile consapevolezza, consegnandoci un'opera sempre attuale nella sua assoluta e spietata sincerità.

IL MIO INTENTO
note di regia

"Per un uomo di teatro, Niccolò Machiavelli è soprattutto l’autore della Mandragola: la più bella commedia italiana in assoluto. La sua perfetta costruzione drammaturgica non permette sovrastrutture di sorta, che, come un qualunque elemento stravagante sulla facciata di una nostra stupenda architettura rinascimentale, ne verrebbero a deturpare l’armonia e il rigore. La limpidezza del suo linguaggio - tutto parlato - non tollera alterazioni ed appoggiature che ne inquinerebbero la luminosa scioltezza. L’acuta introspezione psicologica dei personaggi, compiuta da chi visse fra la gente e la praticò per sondarne l’anima, rifiuta le forzature che ne storpierebbero e impoverirebbero il profondo significato morale, politico e sociale. Esso è totalmente esplicito pur nella veste ironica di vanità. Non dimentico la lezione impartitami da Sergio Tofano quando mi chiamò a sostenere il ruolo di Ligurio (1953) e poi quello di Fra’ Timoteo (1962/1964) in edizioni esemplari di questo capolavoro - che il grande attore fu il primo a riproporre appena la nostra scena fu liberata dai ceppi della censura - tento di ripeterne l’intento, libero da ogni altra preoccupazione che non sia eminentemente teatrale, anche per rendere omaggio alla memoria del mio indimenticabile maestro. La giocosità, a volte sinistra, della commedia, affidata a tempi e coloriture linguistiche di rara potenza e aggressività, risulterà tanto più clamorosa quanto più queste restino anche in un contesto visivo che le tolleri e le esalti, e al di fuori del quale - oltre a perdere la sua “soavità”- sbiancherebbero la sanguigna comicità dell’azione così spietatamente crudele che le anima. Un’interpretazione quindi operante dal di dentro ed affidata ad attori di sicura resa comica, non manomessa ancora da malvezzi, e concentrata allo stile antiretorico e antinaturalistico che mi è proprio, reso omogeneo da elementi che con me hanno sperimentata consuetudine scenica. Attori volutamente non toscani per evitare il pericolo di un’edizione in vernacolo che toglierebbe alla commedia il suo indiscutibile connotato classico di universalità. Le scene e i costumi avranno la citazione iconografica del nostro fascinoso Rinascimento. Così le musiche delle canzoni, composte all’uopo da un musicista di raffinata e colta ispirazione, verranno ad esaltare le suggestioni della “favola” richiamando melodie dell’epoca pur in una modernissima concezione melodica e strumentale. Lo spettacolo è in due tempi perché come dice Fra’ Timoteo - Gli atti non siano interrotti a favorire il progredire dell’azione.”

Così presentavo 20 anni fa lo spettacolo quando lo proposi con la mia regia al Teatro Carcano di Milano. Il mio intento registico resta immutato; di cambiato soltanto il prologo che qui è affidato a 3 presenze femminili per renderlo meno pedante e più festoso. Sono le 3 Muse ispiratrici del Poeta: Talia (della commedia) Euterpe (del canto lirico) Erato (della poesia amorosa). Le canzoni sono state rivisitate dallo stesso Federico Bonetti Amendola che già le compose per la sola voce maschile. E mentre la scena porta ancora la firma del pittore architetto Augusto Sciacca, i costumi sono stati creati da Antonia Petrocelli.

Mario Scaccia




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