“Io
rido e ‘l rider mio non passa drento, io
ardo e l’arsion mia non pare di fore “.
N.
Machiavelli
La
composizione della commedia risale al 1518. Fu
rappresentata con ogni verosimiglianza nello stesso
anno, mentre Firenze festeggiava le nozze del
duca Lorenzo de’ Medici.
Il
giovane Callimaco è innamorato di Madonna
Lucrezia, “onestissima ed al tutto aliena
dalle cose d’amore” sposa dello sciocco
messer Nicia. Poichè la coppia non ha figli
e Nicia desidera ardentemente un erede, questo
permette a Callimaco, con l'aiuto del sensale
Ligurio, di ordire una solenne beffa ai danni
dell'ignaro marito: Callimaco, fingendosi medico,
lo convince che la moglie gli potrà dare
il desiderato erede solo dopo aver bevuto una
pozione di erba mortifera, la mandragola; e della
necessità che qualcuno, unendosi a lei
prima del marito, ne assorba il veleno. Spinta
oltre che dallo stupido Nicia anche dal suo confessore
frate Timoteo e dalla madre Sostrata, la giovane
cede.
Naturalmente
sarà Callimaco travestito lo sconosciuto
che si farà catturare per strada ed avviare
al letto di Lucrezia. Giunto in presenza della
donna, le dichiarerà il suo amore e le
svelerà l’inganno. E Lucrezia deciderà
scientemente che quello che Nicia ha voluto per
una sera l’amante abbia sempre, dal momento
che “l’astuzia tua, la sciocchezza
del mio marito, la semplicità di mia madre
e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotta
a fare quello che mai per me medesima avrei fatto”.
In
questo mondo di personaggi ipocriti e parassiti,
tutto sembra muoversi solo per il conseguimento
della propria utilità. Infatti Callimaco
e Ligurio vogliono raggiungere il fine di condurre
la virtuosa Lucrezia a soddisfare le voglie del
primo dei due; Frate Timoteo col suo pietismo
formale vuol mantenere denari e reputazione; Sostrata,
convinta che “è l’uffizio d’un
prudente pigliare de’ cattivi partiti el
migliore”, favorisce il turpe affare della
figlia. Lo stesso Messer Nicia persegue il suo
utile: spupazzarsi un figlioletto nato sia pure
con la collaborazione altrui e senza alcuna sollecitudine
per il garzonaccio la cui morte crede certa. Infine
Lucrezia, riconosciutasi vittima, giustifica il
suo peccato e lo persegue con polemica voluttà.
Machiavelli,
spregiudicato e moderno,osserva senza giudicare
con implacabile consapevolezza, consegnandoci
un'opera sempre attuale nella sua assoluta e spietata
sincerità.
IL MIO INTENTO
note
di regia
"Per
un uomo di teatro, Niccolò Machiavelli
è soprattutto l’autore della Mandragola:
la più bella commedia italiana in assoluto.
La sua perfetta costruzione drammaturgica non
permette sovrastrutture di sorta, che, come un
qualunque elemento stravagante sulla facciata
di una nostra stupenda architettura rinascimentale,
ne verrebbero a deturpare l’armonia e il
rigore. La limpidezza del suo linguaggio - tutto
parlato - non tollera alterazioni ed appoggiature
che ne inquinerebbero la luminosa scioltezza.
L’acuta introspezione psicologica dei personaggi,
compiuta da chi visse fra la gente e la praticò
per sondarne l’anima, rifiuta le forzature
che ne storpierebbero e impoverirebbero il profondo
significato morale, politico e sociale. Esso è
totalmente esplicito pur nella veste ironica di
vanità. Non dimentico la lezione impartitami
da Sergio Tofano quando mi chiamò a sostenere
il ruolo di Ligurio (1953) e poi quello di Fra’
Timoteo (1962/1964) in edizioni esemplari di questo
capolavoro - che il grande attore fu il primo
a riproporre appena la nostra scena fu liberata
dai ceppi della censura - tento di ripeterne l’intento,
libero da ogni altra preoccupazione che non sia
eminentemente teatrale, anche per rendere omaggio
alla memoria del mio indimenticabile maestro.
La giocosità, a volte sinistra, della commedia,
affidata a tempi e coloriture linguistiche di
rara potenza e aggressività, risulterà
tanto più clamorosa quanto più queste
restino anche in un contesto visivo che le tolleri
e le esalti, e al di fuori del quale - oltre a
perdere la sua “soavità”- sbiancherebbero
la sanguigna comicità dell’azione
così spietatamente crudele che le anima.
Un’interpretazione quindi operante dal di
dentro ed affidata ad attori di sicura resa comica,
non manomessa ancora da malvezzi, e concentrata
allo stile antiretorico e antinaturalistico che
mi è proprio, reso omogeneo da elementi
che con me hanno sperimentata consuetudine scenica.
Attori volutamente non toscani per evitare il
pericolo di un’edizione in vernacolo che
toglierebbe alla commedia il suo indiscutibile
connotato classico di universalità. Le
scene e i costumi avranno la citazione iconografica
del nostro fascinoso Rinascimento. Così
le musiche delle canzoni, composte all’uopo
da un musicista di raffinata e colta ispirazione,
verranno ad esaltare le suggestioni della “favola”
richiamando melodie dell’epoca pur in una
modernissima concezione melodica e strumentale.
Lo spettacolo è in due tempi perché
come dice Fra’ Timoteo - Gli atti non siano
interrotti a favorire il progredire dell’azione.”
Così
presentavo 20 anni fa lo spettacolo quando lo
proposi con la mia regia al Teatro Carcano di
Milano. Il mio intento registico resta immutato;
di cambiato soltanto il prologo che qui è
affidato a 3 presenze femminili per renderlo meno
pedante e più festoso. Sono le 3 Muse ispiratrici
del Poeta: Talia (della commedia) Euterpe (del
canto lirico) Erato (della poesia amorosa). Le
canzoni sono state rivisitate dallo stesso Federico
Bonetti Amendola che già le compose per
la sola voce maschile. E mentre la scena porta
ancora la firma del pittore architetto Augusto
Sciacca, i costumi sono stati creati da Antonia
Petrocelli.
Mario
Scaccia