L’attore con “La Mandragola”
di cui è anche regista al Quirino
Scaccia antieroe
giocoso
Il testo è
un classico intramontabile con echi rapinosi del
Rinascimento, collezioni interne di teatro, con
comicità che scatta gioiosa e irriguardosa.
Il protagonista è altrettanto un classico
del nostro mondo della scena, un attore mitico
e burbero, un beniamino di tante generazioni.
L’evento è “La Mandragola”
di Niccolò Machiavelli, e l’artista
di riferimento è (nel doppio ruolo di personaggio
in causa e di regista dello spettacolo) Mario
Scaccia. La ribalta che ospita fino al 6 febbraio,
questa perla drammaturgica testata da un decano
della prosa italiana è quella del Teatro
Quirino. E naturalmente ci sarà qualcosa
di sinistro, in questo allestimento, qualcosa
di antieroico, qualcosa di melodico, qualcosa
di ancora sempre allusivo. In una distribuzione
d’attori che Scaccia ha voluto non fossero
toscani, per evitare il pericolo di un’edizione
in vernacolo, per meglio sottolineare l’universalità
dell’opera.
Rodolfo di
Giammarco – Trova Roma La Repubblica (dal
20 al 26 gennaio 2005)
“La
Mandragola” tutto si fa per lei
Mario Scaccia porta in scena
al Quirino la commedia che, secondo l’illustre
parere di messer Goldoni, era la più bella
che mai fosse stata scritta. E’ La Mandragola
di Niccolò Machiavelli, straordinario compendio
di immoralità e arguzia. Dentro c’è
spazio per la stupidità ottusa di messer
Nicia, per la facile corruttibilità di
Frà Timoteo, per la sottomissione di ogni
valore alla ricerca del piacere carnale (è
il caso di Callimaco). Per la critica, dunque,
della Chiesa e della stoltezza, unita e giudicata
al pari di qualsiasi altro vizio umano. Ancora:
c’è l’occasione anche per parlare
di aborto (cinque secoli fa!) e dell’onnipotenza
del dio denaro. In breve: Callimaco desidera la
moglie di messer Nicia e, grazie all’aiuto
dei servi e alla connivenza del religioso, riesce
a giacere con lei, facendo credere a Nicia di
fargli anche un favore. Tutti soddisfatti, all’apparenza.
L’incastro è perfetto. Le espressioni
di Scaccia, che veste i panni del frate, vivificano
il palcoscenico con la forza di un primo piano
cinematografico, che non richiede movimento ne
clamore. Basta un sopracciglio alzato, un piegarsi
del capo in direzione dell’accondiscendenza,
per conquistare la luce bieca che illumina lo
sguardo di chi sa di poter manipolare dogmi e
peccatori a proprio piacimento, di poter conversare
a due con la propria anima rimediando corollari
che giustifichino la deviazione dalla retta via.
E, soprattutto, sa di poter contare su un mestiere
decennale per lasciare il suo pubblico soddisfatto.
Paola Polidoro
– Il Messaggero (pagina spettacoli nazionale)
sabato 29 gennaio 2005
"La
Mandragola" al Quirino di Roma
Mario Scaccia esalta
un memorabile Fra’ Timoteo
La Mandragola, in scena al
Teatro Quirino di Roma, resta uno dei vertici
del teatro italiano. Solo i capolavori di Goldoni
hanno lo stesso livello d’invenzione drammaturgica.
Machiavelli considera la commedia non come una
trascrizione di Plauto e Terenzio, ma come una
rappresentazione della realtà dei personaggi
e non dei tipi della tradizione classica. Egli
guarda i suoi personaggi senza alcun moralismo
e prende atto delle loro azioni con la lucidità
dell’inventore di un mondo di vittime e
di complici, di beffati e di beffatori. Di qui
nasce la verità umana del seduttore Callimaco,
venuto da Parigi a conquistare l’irreprensibile
Lucrezia, ma anche di quest’ultima, la quale
alla fine scopre che la virtù rischiava
di sottrarla alla vita. Nicia, il marito di Lucrezia,
è un cocu ambiguo perché dà
l’impressione perfino di una connivenza
con Callimaco e con lo scaltro servo Ligurio.
E che dire, poi, della complicità di Sostrata,
madre di Lucrezia, e soprattutto di Fra’
Timoteo, che conosce come pochi le debolezze umane?
La regia di Mario Scaccia è fedelissima
allo spirito del testo e il suo Fra’ Timoteo
è memorabile per forza e insieme sottigliezza.
Edoardo Sala è un sanguigno e vivacissimo
Ligurio, Carlo Greco un solido Nicia, Rosario
Coppolino un languido Callimaco, Claudia Carlone
una fascinosa Lucrezia, Anna Cianca una gustosa
Sostrata. Completano assai bene il cast Massimo
Di Vincenzo e Antonella Piccolo.
Giovanni
Antonucci – Il Giornale (pagina spettacoli
nazionale) – martedì 1 febbraio 2005
Forza
Andreotti, corra a vedere quella Mandragola che
Lei censurò
Bentornata, Mandragola: si riaffaccia
dunque, alle nostre ribalte (oggi ultimo giorno
al Quirino di Roma), la gran commedia cinquecentesca
di Niccolò Machiavelli, dalla vita travagliata
attraverso i secoli, frequente oggetto di censure,
fino a quella che ne bloccò le rappresentazioni
nel nostro dopoguerra, dando luogo a una battaglia
per la libertà di espressione culminante
nell’allestimento della Compagnia degli
Spettatori Italiani a cura di Marcello Pagliero
e Luciano Lucignani. Tra gli interpreti di quello
spettacolo era Mario Scaccia che, una ventina
di anni fa, avrebbe riproposto il testo machiavelliano
con la propria regia. Una edizione assai simile
è questa cui oggi assistiamo, e nella quale
il Nostro assume di nuovo la parte di Fra’
Timoteo, centrale nella vicenda; orditore, costui,
con il laico Ligurio, già sensale di matrimoni,
della trama che porterà il giovane Callimaco,
sedicente depositario di scienze mediche, addottrinato
in Parigi, nel letto della bella Lucrezia, moglie
dello stolido Messer Nicia, ricco borghese fiorentino.
Scritta quasi per gioco, La Mandragola risultò
poi un capolavoro, pur se, da principio, agli
occhi di pochi: fra di essi il giovanissimo Carlo
Goldoni, che la lesse e rilesse più volte,
come attesta nelle Memorie, traendone forse impulso
per l’avvio della sua splendida vocazione
di autore. La spregiudicata malizia di Fra’
Timoteo poté motivare,in epoche diverse,
la fama di anticlericalismo che accompagnò
l’opera; ma a suscitare scandalo fu in ultima
analisi la materia erotica che attraverso cinque
atti si forma e si sviluppa. Sarebbe interessante
sapere, in proposito, l’opinione del Senatore
Giulio Andreotti, che, sottosegretario con poteri
ministeriali in un postbellico governo democristiano,
oppose il suo veto alla messinscena dello scottante
lavoro, così come di altri titoli teatrali
e cinematografici di vario peso. Sapendolo uomo
di spirito gli consiglieremmo comunque di recarsi
nella sala romana dove La Mandragola si darà
fino al 6 febbraio. Un posto di favore si troverà
di sicuro per lui. Per il poco che possa contare
il parere del vostro cronista, gentili lettori,
la visione e l’ascolto dell’attuale
impresa drammatica, fregiata della beneaugurate
insegna di Compagnia Molière, sono altamente
raccomandabili. Scaccia ha scelto bene e guida
con solidale accortezza gli attori nei differenti
ruoli: Edoardo Sala, suo compagno in più
avventure teatrali, è un Ligurio assai
appropriato, l’inedito, per noi, Carlo Greco
espone con esatta misura la compunta dabbenaggine
di Messer Nicia, Rosario Coppolino disegna a dovere
la collaudata figura dello spasimante Callimaco,
Massimo Di Vincenzo offre sobrio spicco alla presenza
laterale del servo Siro. Di riguardo il trio femminile
composto di Claudia Carlone, sensibile Lucrezia,
di Anna Cianca, disinvolta Sostrata (l’esperta
madre di Lucrezia) di Antonella Piccolo, l’anonima
penitente che contribuisce a svelare le doppiezze
di Fra’ Timoteo. Terzetto muliebre che,
identificato in altrettante ninfe, pronuncia i
versi della canzone iniziale. Scenografia (Augusto
Sciacca) e costumi (Antonia Petrocelli) si ispirano
chiaramente alla pittura rinascimentale. E all’arte
di quella gloriosa stagione sembrano richiamarsi
le musiche a firma di Federico Bonetti Amendola,
che avvolgono gli intermezzi versificati. Di ottimo
auspicio per le repliche le calorose accoglienze
del folto pubblico della “prima”.
E’ probabile
che l’amarezza espressa da Niccolò
Machiavelli nella “Mandragola” sia
accentuata dall’esilio (è lo stesso
periodo, situabile fra il 1510 e il 1520, in cui
egli scrisse “Il Principe”). La “più
bella commedia italiana in assoluto”, come
la definisce Mario Scaccia, ora in scena come
interprete e regista, reca i segni di illusioni
ferite. Proprio tale dialettica di utopia e castigo
(sotto forma di colpi inferti dalla realtà),
genera mostri sotto forma di dantoniana “verità,
acre verità”, la stessa posta da
Stendhal in apertura al “Rosso e nero”,
guarda caso romanzo esposto ai due poteri, quello
dello Stato e quello della Chiesa (rappresentati,
rispettivamente, dai due colori). Tuttavia al
grande fiorentino manca – e per molti secoli
ancora – la Rivoluzione Francese che –
sotto diversi aspetti – segna la fine della
spregiudicatezza, almeno a livello di princìpi
se non di Prìncipi. In realtà, la
sofisticata apparecchiatura intellettuale di Machiavelli
appare oggi primitiva, nella sua “ingenua”
denuncia del male: è proprio perché
l’homo homini lupus è non soltanto
vero, ma ovvio, che esso non convince di più
di un illibato idealismo delle “magnifiche
sorti e progressive”. Tale premessa ci pare
necessaria per intendere a pieno il significato
della “Mandragola”, la cui filosofia
poco ha a che vedere con la scioltezza delle sue
qualità teatrali, nonché la felicità
nella costruzione dei personaggi. Ulteriore riprova
ne è l’allestimento dello stesso
Scaccia (al Teatro Quirino – Vittorio Gassman,
fino ad oggi), che riserva per se la parte di
fra’ Timoteo, l’uomo di Chiesa sempre
pronto a tendere il palmo in questua d’elemosina.
Finalmente vediamo Scaccia in un teatro a sua
dimensione come il Quirino, pronto a raccogliere
ogni accenno del suo modo particolarissimo di
recitare. Perché se è vero che niente
di affettato rimane in questo grande maestro,
è pur vero che certi effetti non sono registrabili
come semplice naturalezza: è tutto ciò
che fa con perizia che diventa semplice e naturale,
come – nello specifico – certi anticipi,
o meglio, in termini musicali, certi “sincopati”
in lui inconfondibili. Buona prova in genere,
di tutta la compagnia, salutata da caldissimi
applausi, in cui spiccano Edoardo Sala (Ligurio),
Carlo Greco (Messer Nicia) e Claudia Carlone (Lucrezia)
anche per la sua avvenenza.
Luca Archibugi
– Corriere della Sera – domenica 6
febbraio 2005
Scaccia
la Mandragola
A Roma una
pièce tradizionalista
Vent’anni dopo
la sua prima messinscena, Mario Scaccia regista
ripropone al Quirino una Mandragola, la seconda
a Roma in pochi giorni dopo la versione di Luciano
Damiani al Teatro dei Documenti. Capitano queste
coincidenze ogni tanto, evidentemente perché
il teatro essendo sempre teatro contemporaneo,
sceglie generalmente i testi del passato per l’interesse
del momento presente e quindi trova attuale la
commedia machiavelliana. Attualità sintetizzabile
ricorrendo a Benedetto Croce che definiva La mandragola
una “commedia della rassegnata chiaroveggenza”.
Evidentemente qui sta uno dei motivi che permettono
a Scaccia di evitare il rischio della goliardia
insita nel testo ed invece di offrire una commedia
d’apparenza giocosa eppure quasi sinistra
nella sua parafrasi d’un mondo, il Rinascimento
italiano, che incomincia ad affondare dentro la
propria scienza dell’inganno. Scaccia anche
interprete s’è riservato il ruolo
di Fra’ Timoteo e dalla sua postazione interpretativa
privilegiata, può osservare la sua compagnia
al lavoro e farle da tutore, tenendola sui binari
di un tradizionalismo teatrale che riconosce la
Mandragola come uno dei più bei testi del
repertorio italiano, da allestire con un senso
di sacrale rispetto, secondo la nobilitante indicazione
crociata.
Marcantonio
Lucidi – Avvenimenti (settimanale) - numero
6, 11-17 febbraio 2005