RASSEGNA
STAMPA DELLO SPETTACOLO "MARATONA DI NEW YORK"
Jogging
esistenziale di due podisti a NY.
Ci
scoppia dentro le tempie, ci spiazza per l’inafferrabilità
di senso e per moto perpetuo, l’andatura
podistica di Mario e Steve, impegnati nella Maratona
di New York di Edoardo Erba, riedizione in levare
e da brividi al teatro La Comunità, opera
del regista Ninni Bruschetta, di un testo –
capolavoro – sul vuoto al confine tra la
vita e la morte. Totò Onnis e Federigo
Ceci appaiono in tute a parlare di donne, a interrogarsi
sull’esistenza di Dio, ad ansimare leggermente
con tasselli manchevoli della memoria circa un’automobile
a cui va forse ascritta una sciagura, un incidente
da cui discende un coma, un girovagare di corpi
che in realtà è un ultimo jogging
della testa. E mentre Mario/Onnis e Steve/Ceci
pedalano coi muscoli come in un io diviso in articolo
mortis, assistiamo a uno spettacolo indicibile
di drammaturgia iperventilata di rebus perimetrali,
di mistero dell’amicizia, di parole al vento
per orrore dei discorsi assennati. Straordinario.
Rodolfo
Di Giammarco – la Repubblica – sabato
13 maggio 2006
La maratona
di New York secondo Edoardo Erba
Due
amici. Una corsa insieme. Parole che si mescolano
con prepotenza ai passi, al fiatone, alle soste,
ai sorpassi reciproci. Poi, la rivelazione: la
morte che scopre le sue carte rendendo irreparabili
rotture e dissapori. Resta la memoria, l’allucinazione
surreale chiamata a cancellare (se fosse possibile)
l’orrore dei fatti. Sotto la sua apparente
semplicità, “Maratona di New York”,
testo cult di Edoardo Erba presentato in questi
giorni da Ninni Bruschetta al Teatro della Comunità
per la rassegna ETI “Scritti di scena”,
nasconde un fiume in piena di emozioni. Tanto
da essersi assicurato negli anni un cospicuo numero
di allestimenti sia in Italia sia in giro per
il mondo. Ora in scena ci sono Totò Onnis
e Federigo Ceci, entrambi bravi e ben condotti
dal regista siciliano attraverso i rivoli di queste
due anime così diverse eppure complementari.
Mentre assistevamo al lavoro (scena scarna e gestualità
ridotta al minimo), ci è venuto in mente
il celebre film di Dino Risi “Il sorpasso”.
Anche qui, infatti, c’è una “maratona”
di ascendenza metaforica: ci sono due personalità,
due modi di essere, due mentalità che gareggiano
tra loro; c’è una sfida con il destino
e con i desideri; c’è la tragedia
dietro l’angolo, pronta a mozzare il fiato.
Nella pellicola, però, la morte coincide
con l’epilogo. Nel bel lavoro di Erba, invece,
la morte è infondo già avvenuta
(uno dei due non riconosce il percorso da seguire
perché in realtà è in coma
proprio a causa di un incidente automobilistico)
e nel ricordo si consuma l’estremo -inutile-
tentativo di vicinanza emotiva.
Laura
Novelli – il Giornale – sabato 13
maggio 2006
TEATRO
A Roma il bel testo di Edoardo Erba
La
“Maratona…”
Un
recitar correndo
Sul
fondo del nudo spazio dell’azione, si profila
l’immagine di un alto grattacielo: visione,
quasi miraggio, della metropoli transoceanica
dove si svolge la celebrata edizione della più
famosa corsa podistica di ogni tempo e paese.
Maratona di New York è il titolo del testo
di Edoardo Erba, autore italiano poco più
che cinquantenne, accreditato da noi e all’estero,
tradotto e allestito in più lingue. Ora
se ne dà una nuova prova a Roma, al Teatro
della Comunità, con la pungente regia di
Ninni Bruschetta, animosi interpreti Totò
Onnis e Federigo Ceci, nei ruoli di Mario e Steve,
scontrosi amici, impegnati in uno strenuo allenamento
in vista della partecipazione alla mitica gara.
E’ dunque, il loro, un “recitar correndo”
di nuovo conio. Essi infatti parlano e straparlano,
incuranti della fatica. E i ricordi di infanzia
si alternano a memorie più recenti, mettendo
in causa anche complicati rapporti col gentil
sesso, poiché Mario e Steve si son trovati
a condividere o a disputarsi la stessa donna.
Mentre non manca, per inciso, un omaggio verbale
al leggendario Filippine che, all’epoca
di una guerra tra Greci e Persiani, compì
l’impresa destinata a fornire il modello
della tenzone olimpica. “E’ una commedia
che corre da sola” dice, e dice bene, chi
l’ha scritta, e che al suo attivo ha già
una nutrita serie di lavori per la ribalta. Rilievo
non banale, e non riferibile solo all’argomento,
se si pensa a quanto costi, di studio e cimento,
il proporre o riproporre a giudizio del pubblico
opere antiche o di fresca data. Certo, la maratona
con il suo lungo e sinuoso percorso (42 chilometri
e 195 metri) costituisce una lampante metafora
dell’esistenza umana. E lo spettacolo, concentrato
in un’ora, densa quanto tesa, ne offre un
riscontro emozionante, non disdegnando nemmeno
gli effetti comici, che gli spettatori della “prima”
hanno mostrato di apprezzare. Ne sia lode all’efficace
condotta registica, alla felice consonanza degli
attori.
Aggeo
Savioli – l’Unità – sabato
13 maggio 2006
Entusiasma
Messina la “Maratona” di Ninni Bruschetta
Messina.
Convince ed emoziona, alla Laudamo, l’atto
unico di Edoardo Erba <<Maratona di New
York>> diretto, per <<Nutrimenti terrestri>>,
da Ninni Bruschetta. Interpretato da Totò
Onnis e Federigo Ceci, il dramma individua, con
interessanti scelte drammaturgiche, nel dialogo
dei due maratoneti che si allenano per l’importante
corsa, la quotidiana irregolarità, parcellizzata
in un continuo, quanto, almeno all’apparenza,
banale, ma inconsueto andirivieni di antiche e
mai accertate frustrazioni che sfociano in una
sorta di sottile violenza verbale a cui i due
non sanno, ne forse vogliono, realmente sfuggire.
Amicizia e rivalità sono il magico fil
rouge al quale, alla fine, si ricollega l’intera
messinscena che concretizza in oniriche immagini
il subconscio dei due giovani protagonisti, di
fatto, avviluppati negli oscuri meandri delle
proprie, individuali, suggestioni. Infaticabili,
gli attori che, sul palco, corrono e corrono e
scandiscono coi loro passi l’unica inquietante
colonna sonora della piéce, esprimono con
semplicistici sillogismi i loro malumori, le ansie,
i dubbi e brutalmente disegnano, tra le righe,
angosciose immagini di morte che l’intelligente
architettura registica di Bruschetta ulteriormente
enfatizza nell’incontrollato palpitare delle
pur semplicistiche vicende e delle ordinarie situazioni,
mano a mano, confusamente riecheggiate. Il minimalismo
delle scene (due soli pannelli ai lati ed un’informe
struttura sul fondo a simboleggiare la foresta)
e le luci accompagnano ed irrobustiscono negli
effetti l’azione, in un vortice di forti
sensazioni che fissano nell’infinito uno
scorcio di vita, forse mai vissuto.
Stello
Vadalà – LA SICILIA – 9 maggio
2005
Emozionante “Maratona di New York”
Messina
– C’è un finale drammatico
a sorpresa, surreale e particolarmente emozionante,
in <<Maratona di New York>>, la piéce
di Edoardo Erba – prodotta da Maurizio Puglisi
per Nutrimenti Terrestri, per la regia di Ninni
Bruschetta – in scena nei giorni scorsi
alla Sala Laudano, nell’ambito del cartellone
che l’Ente Teatro peloritano dedica alla
drammaturgia italiana contemporanea. Non ci sarà
più nessuna maratona, per Mario e Steve,
i due protagonisti del testo che corrono per prepararsi
alla celebre gara newyorkese: Mario (Totò
Onnis) – ci fa sapere Erba solo nell’ultima
parte del dialogo – è morto, avendo
perso il controllo dell’auto. Steve (Federigo
Ceci) non era con lui, perché era rimasto
a casa (<<a guardare la partita in tv>>
immagina di spiegare all’amico perduto,
nelle battute conclusive della piéce).
Una commedia, quella scritta dal drammaturgo pavese
agli inizi degli anni Novanta (tradotta in otto
lingue e rappresentata in treici Paesi), vissuta
intensamente, dagli interpreti (che corrono –
o meglio, fingono di correre – per quasi
tutto il tempo) e dal pubblico (attento a seguire
i discorsi, tanti e di vario genere, uguali a
quelli che facciamo un po’ tutti quando
andiamo a correre). Durante la corsa, Mario e
Steve si raccontano le insoddisfazioni, le paure,
le delusioni legate alla quotidianità;
ma anche le aspirazioni, le angosce tenute dentro
per molto (forse troppo) tempo. Si rimproverano
a vicenda tradimenti, donne <<scippate>>
dall’uno all’altro, incomprensioni.
E vengono fuori, tra una battuta e l’altra,
le loro personalità, diverse e proprio
per questo, forse, così legate e affini
da tanto tempo. Tutto sembra rientrare nella normalità
(in fondo, non sono molto diversi i discorsi che
si fanno durante i momenti di jogging), quando
– da eccellente scrittore di <<gialli>>
- Erba ci lascia intravedere poco alla volta,
tassello dopo tassello, come stanno le cose. Quel
dialogo – o almeno una sua parte –
è immaginario: è come, in altre
parole, se Steve stesse accompagnando, ma fino
ad un certo punto, il suo amico all’altro
mondo (<<stai andando da Dio, non pensare
ad altro>>, gli dice tra le lacrime).
Testo
di straordinario impatto (e scritto magistralmente),
questa Maratona ci ha pienamente convinto, grazie
all’attenta regia di Bruschetta, e alla
sicura interpretazione di Onnis e Ceci, bravissimi
nel ruolo (faticoso e non facile) di maratoneti-attori.
Funzionali
le scene di Mariella Bellantone, i costuni di
Metella Roboni e le luci di Renzo Di Chio; aiuto
regista Laura Giacobbe.
Matteo
Pappalardo – Gazzetta del Sud – 3
maggio 2005
Maratona
di New York
C’è chi corre per
tenersi in forma, chi per dimagrire, chi per allenarsi
alle maratone e chi per rabbia verso la vita per
sodomizzare la morte. Come fanno Mario e Steve,
i due protagonisti di Maratona di New York splendido
apologo di Edoardo Erba messo in scena in bello
stile camp da Ninni Bruschetta nella Sala Laudano
di Messina. Corrono di filato i bravi Totò
Onnis (Mario) e Federigo Ceci (Steve) sulla piccola
scena in fuga, tutta blu, con sullo sfondo un
grattacielo di Manhattan. Corrono, chiaramente,
stando fermi, ma i movimenti sono quelli della
corsa e sudano parecchio i due, in particolare
Onnis più in sovrappeso di Ceci: il primo
in tuta blu e maglietta rossa, il secondo più
casual con pantaloni mimetici e maglietta verde.
Corrono e parlano con accenti pugliesi i due,
sentendosi per un attimo come Filippide di 25
secoli fa che correndo da Maratona ad Atene per
complessivi Km 42,195 annuncia la vittoria degli
ateniesi sui persiani lasciandoci però
le penne dopo il suo arrivo per la troppa fatica.
La loro non è una lotta contro il tempo:
quando raggiungeranno il traguardo non debbono
rivelare un bel niente a nessuno. Mario si lamenta,
suda, sbuffa, vorrebbe fermarsi. Steve lo sprona
a non farlo e gli rimprovera che il suo calo si
deve alle troppe medicine che prende. Via di corsa
col fiato gonfio, i polmoni iperventilati e il
cervello iperossigenato. Parlano i due d’ogni
cosa, della loro infanzia, della grande Inter
di Jair e Suarez, dell’esistenza di Dio,
delle loro prime conquiste femminili, degli extracomunitari
ai semafori, d’una ragazza conosciuta ad
una festa che consolò entrambi con slanci
diseguali e di come sarebbe buffo leggere sui
giornali che Steve è morto per milza spappolata,
accostando la sua dipartita a quelle altisonanti
di Marylin per suicidio, Presley per droga, Bogart
per cancro. Va forte Mario, saltando giù
dal palcoscenico e attraversando tutta la sala
per ritornarvi poi agghindato con un cappotto
e illuminato da luci azzurre, siderali, spettrali,
come se arrivasse da un altro mondo. Parla delle
chiavi d’una macchina Mario, d’una
curva, di lamiere contorte, mentre l’aria
si fa rarefatta e la nebbia diventa più
fitta. Spettacolo affascinante che tiene lo spettatore
attaccato alla poltrona per 55 intensissimi minuti.
Gigi
Giacobbe – SIPARIO (mensile dello spettacolo)
– Luglio-Agosto 2005