IL PERSIANO
di Tito Maccio Plauto
Il padrone è partito. Lo schiavo Tossilo, innamorato
di Lemniselene, una cortigiana schiava del lenone
Dordalo, vorrebbe liberarla pagando un riscatto di
600 monete. Poiché non possiede la somma chiede
aiuto all'amico Sagaristione, anch'egli schiavo, il
quale procura a Tossilo il denaro sottraendolo al
suo padrone che glielo aveva affidato per comprare
dei buoi al mercato di Eretria.Ottenute le 600 monete
da Sagaristione, escogita un piano: convince l'affamato
parassita Saturione a prestargli la figlia, una libera
cittadina ateniese,la quale dovrà fingersi
schiava di uno straniero, che altri non è che
Sagaristione travestito da persiano. Quindi Tossilo
riscatta Lemniselene consegnando le 600 monete all'avido
lenone Dordalo e poi gliele fa riscucire vendendogli
la falsa schiava persiana che, con l'arrivo del vero
padre, rivelerà la propria identità
a danno del lenone.
Note di regia
Il Persiano, questa storia
così elementare, tutta risolta in un vicolo,
a
metà tra Eduardo ed Angelo Musco, rimanda a
territori lontani che solo il
teatro nella sua metafisica e buffa fantasia sa evocare.
L'ingenuo esotismo
della commedia parla di una Roma sotterranea
chiamata per comodità di
botteghino Atene: come la Parigi di tante commedie
brillanti di due secoli
fa segreta, terragna, una città-teatro
per una società minore, che è
maggioranza povera di una nazione ricca.
Il Persiano possiede una proprietà unica per
la commedia plautina: presenti
in spirito e sostanza, brillano per assenza dalla
scena i padroni. Gli
inganni, le lotte per un soldo, le vendette, persino
gli amori, sono il
campo libero di servi più che mai protagonisti.
Tossilo e Sagaristione,
innamorato l'uno, sodale l'altro, in assenza dei padroni
tramano,
imbrogliano, con la coatta complicità di ruffiane,
parassiti, schiavetti.
Come dire che i servi cercando di fare i padroni producono
altri servi.
Ovvero che per ogni servo che si fa padrone, ci sarà
uno schiavo che gli
fiata sul collo.
Attraversa tutte le classi, con il cinismo italiano
a venire, il parassita
Saturione, figlio della Fame, schiavo di una miseria
impudica: per lui
sopravvivere è avventura più eroica
del vivere stesso. Chiude le fila il
lenone Dordalo, lo spregevole mediatore dell'amore
mercenario, di cui tutti
si servono e che tutti disprezzano, il parafulmine
dello scontento popolare
nel saturnale feroce del finale: "Spettatore
salute. Il lenone è morto e voi
applaudite".
Sempre torna al centro l'attore, la sua presenza,
il suo gesto acre e
funzionale, l'inquietudine di una comicità
che non finisce in sé, ma che
nella sua surreale levità, nel suo opporsi
alla forza di gravità dell'anima,
si fa utopia di forme primigenie, smorfia sulla caducità
del mondo, sogno di
una dolce vita, mortale ma non inutile, vitale nelle
sue ragioni e ritmi di
trasformazione. Ed ecco le maschere, oggetto e simbolo
di una grande,
sperimentata convenzione che torna sempre a se stessa.
Esse portano in scena
il più eccellente dei trucchi, quello che velando
la mobile natura della
persona, ne rivela gelidamente l'anima.
Moltiplicando i ruoli (quattro attori per otto
personaggi) la finzione si
amplifica sino a spezzare irreparabilmente l'orizzonte
della realtà
logico - matematica. Così uno può diventare
centomila, o anche nessuno,
rivelando un mondo dove la situazione trionfa spesso
sul personaggio e il
protagonista è sempre il pubblico presente.