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Compagnia Teatrale La Bottega del Pane

presenta


IL PERSIANO
(Persa)

di
Tito Maccio Plauto

traduzione di Maurizio Bettini

con

Dario Garofalo Cinzia Maccagnano Chiara Pizzolo Cristina Putignano

Scena e costumi Giovanna Lombardo
Maschere Giancarlo Santelli

Regia Giancarlo Sammartano




IL PERSIANO
di Tito Maccio Plauto

Il padrone è partito. Lo schiavo Tossilo, innamorato di Lemniselene, una cortigiana schiava del lenone Dordalo, vorrebbe liberarla pagando un riscatto di 600 monete. Poiché non possiede la somma chiede aiuto all'amico Sagaristione, anch'egli schiavo, il quale procura a Tossilo il denaro sottraendolo al suo padrone che glielo aveva affidato per comprare dei buoi al mercato di Eretria.Ottenute le 600 monete da Sagaristione, escogita un piano: convince l'affamato parassita Saturione a prestargli la figlia, una libera cittadina ateniese,la quale dovrà fingersi schiava di uno straniero, che altri non è che Sagaristione travestito da persiano. Quindi Tossilo riscatta Lemniselene consegnando le 600 monete all'avido lenone Dordalo e poi gliele fa riscucire vendendogli la falsa schiava persiana che, con l'arrivo del vero padre, rivelerà la propria identità a danno del lenone.

Note di regia

Il Persiano, questa storia così elementare, tutta risolta in un vicolo, a metà tra Eduardo ed Angelo Musco, rimanda a territori lontani che solo il teatro nella sua metafisica e buffa fantasia sa evocare. L'ingenuo esotismo della commedia parla di una Roma sotterranea ­ chiamata per comodità di botteghino Atene: come la Parigi di tante commedie brillanti di due secoli fa ­ segreta, terragna, una città-teatro per una società minore, che è maggioranza povera di una nazione ricca. Il Persiano possiede una proprietà unica per la commedia plautina: presenti in spirito e sostanza, brillano per assenza dalla scena i padroni. Gli inganni, le lotte per un soldo, le vendette, persino gli amori, sono il campo libero di servi più che mai protagonisti. Tossilo e Sagaristione, innamorato l'uno, sodale l'altro, in assenza dei padroni tramano, imbrogliano, con la coatta complicità di ruffiane, parassiti, schiavetti. Come dire che i servi cercando di fare i padroni producono altri servi. Ovvero che per ogni servo che si fa padrone, ci sarà uno schiavo che gli fiata sul collo. Attraversa tutte le classi, con il cinismo italiano a venire, il parassita Saturione, figlio della Fame, schiavo di una miseria impudica: per lui sopravvivere è avventura più eroica del vivere stesso. Chiude le fila il lenone Dordalo, lo spregevole mediatore dell'amore mercenario, di cui tutti si servono e che tutti disprezzano, il parafulmine dello scontento popolare nel saturnale feroce del finale: "Spettatore salute. Il lenone è morto e voi applaudite". Sempre torna al centro l'attore, la sua presenza, il suo gesto acre e funzionale, l'inquietudine di una comicità che non finisce in sé, ma che nella sua surreale levità, nel suo opporsi alla forza di gravità dell'anima, si fa utopia di forme primigenie, smorfia sulla caducità del mondo, sogno di una dolce vita, mortale ma non inutile, vitale nelle sue ragioni e ritmi di trasformazione. Ed ecco le maschere, oggetto e simbolo di una grande, sperimentata convenzione che torna sempre a se stessa. Esse portano in scena il più eccellente dei trucchi, quello che velando la mobile natura della persona, ne rivela gelidamente l'anima. Moltiplicando i ruoli ­ (quattro attori per otto personaggi) ­ la finzione si amplifica sino a spezzare irreparabilmente l'orizzonte della realtà logico - matematica. Così uno può diventare centomila, o anche nessuno, rivelando un mondo dove la situazione trionfa spesso sul personaggio e il protagonista è sempre il pubblico presente.


Distribuzione: Stefano Pironti - 3476612074
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