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RITAGLI STAMPA SULLO SPETTACOLO
"PRENDITI CURA DI ME"


 

Il medico per forza del giovane Rappa

di Franco Quadri - LA REPUBBLICA

Compagnia di attori per eccellenza, in passato soliti anche a vivere tutti assieme, Gloriababbi Teatro è pure un nido di autori: da quando Paravidino prese il volo Giampiero Rappa è puntualissimo a fornire lavori sempre nuovi, ed ecco ora Prenditi cura di me, Premio Salerno 2007. è la frenetica storia di un cardiochirurgo in carriera che si trasferisce da un luogo e da un compito all’altro nell’esagitata prova dell’ottimo Filippo Dini, con un padre morente, una moglia infedele, una carica politica che lo esalta ma lo distrugge sul piano morale, mentre una giornalista lo attacca, una degente gli si dichiara. Per troppa grazia va tutto all’aria e la vita gli sembra sfuggirgli con la carriera. Il finale è drammatico, ma non si smette mai di ridere nel vertiginoso cambiare di scene e identità per Andrea Di Casa, Lisa Galantini, Sergio Grossini, Mauro Pescio.


Un medico in crisi. Tra politica e professione.

di Claudia Cannella - HYSTRIO

Il dottor Maggi è un bravo medico, uomo tutto d’un pezzo, che non chiede aiuto a nessuno e tende, un po’ moralisticamente, a giudicare tutti. Diventa assessore e si trova a fare i conti con la politica nel contesto spregiudicato della sanità nazionale fra corruzione, connivenze, tradimenti e giornalisti senza scrupoli. Intanto la sua vita privata va a rotoli, ma anche quella professionale subisce dei duri colpi. È una storia di discesa agli inferi e ritorno (forse, perché il finale rimane aperto) quella raccontata da Giampiero Rappa in Prenditi cura di me, testo vincitore del Premio Enrico Maria Salerno 2007, che ha coraggiosamente messo in scena per la sua compagnia Gloriababbi Teatro (Fausto Paravidino, agli esordi, tra i fondatori). Coraggiosamente perché oggi, sull’economicamente dissestata scena italiana, è rarissimo vedere otto bravi attori al servizio di una commedia, scritta per loro e su di loro con quell’antico e sempre moderno lavoro della pratica quotidiana del palcoscenico. Sono, infatti, sette i personaggi che ruotano intorno al dottor Maggi, facendogli prendere coscienza, nel bene e nel male, di quel che resta di lui e della sua vita, spesa a emulare il padre, famoso cardiochirurgo, nel desiderio di ripulire il mondo e di smascherarne le ipocrisie. O forse di liberare se stesso da un perbenismo borghese fasullo e castrante. Saranno una tormentata adolescente (Valentina Cenni) e una giovane giornalista capace di ribellarsi alla logica cinica dei suoi capi (Ilaria Pardini) a fargli (ri)aprire gli occhi sul vero significato della parola “dignità”. Così come il manager corrotto (Andrea Di Casa), la moglie bella e depressa (Valentina Chico) e i colleghi a vario tasso di ambiguità (Sergio Grossini, Mauro Pescio, e Gaetano Sciortino) a fargli capire quello che non vuole più essere. Rappa sa come si scrive per la scena, tiene ritmi mozzafiato alla Mamet e riesce a rendere avvincente come un thriller dell’anima il sofferto percorso esistenziale del dottore. Ma imprescindibile è l’apporto di tutta la compagnia, affiatatissima, in cui spicca un Filippo Dini in stato di grazia per sensibilità, qualità e quantità di registri recitativi con cui riesce a costruire il personaggio dell’infelice dottore.


Il chirurgo alla fine cura se stesso

di Franco Cordelli - CORRIERE DELLA SERA

C’è qualcosa di simpatico nella compagnia Fattore K. Ci si scambiano i ruoli, si è sempre tutti presenti, si lavora in continuazione. Giorgio Barberio Corsetti ha scritto il suo “Tra la terra e il cielo” insieme a Giampiero Rappa. Ma ecco ora lo stesso Rappa tutto solo con un suo testo e una sua regia: “Prenditi cura di me”. E, in effetti, tra il primo e il secondo spettacolo, c’è un’aria di famiglia (senza contare che andava in scena, più o meno negli stessi giorni, sempre all’India, “La storia di Ronald il pagliaccio di McDonald’s” di Rodrigo Garcia, per la regia di Corsetti e con Andrea Di Casa, un attore che abbiamo visto sia nel primo che nel secondo spettacolo). Quando dico “aria di famiglia” intendo l’ambiente culturale, il modo di stare in scena e, forse, il tipo di ricerca che Fattore K va svolgendo, di un neo-naturalismo borghese. Sia nello spettacolo di Corsetti che in quello di Rappa c’è dunque la stessa mano drammaturgia.

Se in “Tra la terra e il cielo” l’ambiente televisivo cedeva realtà ai diavoli e agli angeli, in “Prenditi cura di me” la realtà è, per la nostra scena, piena ma anche piuttosto inedita. Alla fin fine si tratta di un dramma psicologico. Ma è notevole che il protagonista sia non già un intellettuale, un ragazzo delle periferie o un derelitto, che sono i personaggi dominanti degli ultimi decenni, bensì niente meno che un cardiochirurgo. Avete mai visto un cardiochirurgo calcare le nostre scene? Costui è un uomo sopraffatto dalle persone della sua vita, il padre che l’ha condotto nella carriera, fino in cima o quasi; e la moglie, il cui problema di maternità sta logorando lei e il marito. Attraverso alcuni incontri, con una giornalista, con un fabbricante di apparecchiature ospedaliere, con una ragazza innamorata di lui, Franco Maggi (interpretato da Filippo Dini) metterà a fuoco la natura del suo problema, la sua necessità di liberarsi dalle sovrastrutture che ne condizionano la vita. Del tutto credibile la lingua di Rappa, priva di forzature stilistiche; e bella la prova anche degli attori, Ilaria Pardini, Valentina Cenni, Lisa Galantini, Mauro Pescio e Sergio Grossini.


“Prenditi Cura di Me” spiacevole capolavoro

di Rodolfo Di Giammarco - LA REPUBBLICA (Roma)

Testo pragmatico, etico, politico e disincantato, forte di un’ambivalenza dignità/corruzione e di una paradossalità tragicomica (con un gran bell’affiatamento attoriale), Prenditi Cura di Me, scritto e diretto da Giampiero Rappa, Premio Enrico Maria Salerno 2007, è un piccolo vero capolavoro.
Sarà l’irritazione sdegnata di un cardiochirurgo poco in linea coi retroscena del proprio partito (un Filippo Dini bravo da paura) pronto però a venire a patti col sistema e a spogliarsi come un re nudo, saranno le schermaglie astiose e moralistiche che hanno risvolti commoventi, saranno i toni sopra le righe di dissesti intimi (con nevrosi sessuali sul lavoro) e di faide in appalti e caste mediche, questa commedia dura con interpreti perfetti (colleghi, moglie, giornalista, ragazzina) è un lavoro spiacevole che genera riso amaro.


di Susanna Battisti - Fogli d’Arte.it

A dispetto dei tagli alla cultura, della poca attenzione ai giovani talenti teatrali e al torpore delle grandi produzioni, la nuova drammaturgia italiana continua a dare segni di vitalità e di coraggio. Ma Giampiero Rappa, vincitore del Premio Enrico Maria Salerno per la Drammaturgia Europea con la pièce Prenditi cura di me, è anche un attore di talento che da anni opera nella affiatatissima e ancora troppo poco conosciuta Compagnia Gloriababbi Teatro. Una compagnia davvero singolare che si ribella non soltanto alla tirannia del teatro di regia, ma anche a qualsiasi sperimentazione visiva o visionaria che schiacci la centralità dell’attore e della parola. Antidivi per eccellenza, i componenti del gruppo si alternano nei ruoli di regista e attore e la qualità dei loro spettacoli è sempre il risultato di un duro lavoro collettivo sulle assi nude del palcoscenico.

La partitura drammaturgica di Prenditi cura di me trasmette un legame profondo tra testo e pratica teatrale. L’intreccio, fitto di episodi e di colpi di scena, pretende uno svolgimento lineare delle scene, sostenuto da un ritmo ascendente verso il climax e un imprevedibile finale, mentre l’orchestrazione dei dialoghi permette agli attori di sviluppare a tutto tondo la psicologia dei personaggi. Si tratta in sostanza di un dramma psicologico sul solco della tradizione naturalista italiana e con un occhio ai nuovi scenari inglesi. Tuttavia, diversamente da certi giovani autori d’oltremanica, Rappa non rappresenta le piaghe sociali dal punto di vista dei derelitti e degli emarginati. Protagonista della pièce è un cardiochirurgo di provincia affermato, con tanto di bella moglie e incarichi politici.
Interpretato dall’energico Filippo Dini, Franco Maggi è un quarantenne ambizioso all’apice della carriera che si muove con passo sicuro tra casa e ospedale, tra vita privata e vita pubblica. In realtà la sua vita è scissa proprio come la scenografia di Barbara Bessi che collega l’interno del salotto borghese con lo studio medico attraverso un’immensa finestra a vetri, dalla quale egli potrebbe spiare l’altra metà del suo sé. Franco tuttavia agisce come un attore che non sembra capire come i suoi ruoli stiano minando la sua integrità personale. Vorrebbe recitare la parte dell’eroe che riforma il mondo, il medico che ripulisce la sanità smascherandone la corruzione.
Gli scontri con l’invisibile potere centrale di Roma, con il rappresentante di nuove apparecchiature mediche o con le bravate dongiovannesche dei colleghi sul posto di lavoro, offrono non pochi spunti tragicomici.

Ma la satira sociale non è l’obiettivo primario del dramma che si incentra sulla dicotomia tra individuo e i ruoli che si impone o che gli vengono imposti dalla società. Maggi è un personaggio fragile, totalmente dipendente dal padre che è ormai in procinto di morire, ma che tuttavia incombe sulla scena. La grandezza del vecchio cardiochirurgo è sulla bocca di tutti i personaggi che spesso insinuano che la fortuna del figlio sia dipesa dal potere del padre. Un’intervista rilasciata da una giovane giornalista, le avances di una paziente adolescente, il sospetto infondato che la moglie lo tradisca con un collega, il tragico fallimento di un suo intervento chirurgico oltre a complicare l’azione, contribuiscono alla graduale esplosione della nevrosi del personaggio e alla sua disfatta finale.
Quella di Maggi è una tragicommedia moderna, priva di eroi perché ogni valore si disintegra nell’anonimato di un sistema burocratizzato invisibile e l’unico gesto catartico per il protagonista consiste nello spogliarsi dei suoi costumi di scena e nell’assaporare la riconquista del suo vero se stesso.

La riuscita dello spettacolo, oltre all’estrema agilità della regia, dipende soprattutto dalla bravura di tutti gli attori, che conferiscono una straordinaria autenticità ai personaggi . Sono veri e spontanei e non si ha mai l’impressione che stiano recitando. Il dramma non ha pretese, non inscena idee ma fatti comuni, non ammalia l’occhio del pubblico ma riesce a convincerlo e coinvolgerlo attraverso la sua semplicità. E questo non è poco.


di Alessandro Pezza - Teatro.org

Franco Maggi è un uomo ambizioso, onesto, perfezionista, con un carattere formato in nome dei sani principi e della dedizione al prossimo. Chirurgo giovane ma già affermato, stimato da pazienti e colleghi, raggiunge il prestigioso traguardo di diventare assessore alla salute. E accetta l’incarico con l’entusiasmo di chi vive la professione come vocazione, con l’intento di ripulire il settore sanitario dalla corruzione politica.

Un uomo apparentemente forte e sicuro al quale il destino sta mostrando un sorriso. Ma la realtà dei fatti, da quel momento in poi, è ben diversa. Il ruolo di potere ricoperto da Franco lo mette nella condizione di scontrarsi con una quotidianità che non immaginava, nella quale compromesso e sotterfugio sono all’ordine del giorno. La vita privata presto precipita: i colleghi gli voltano le spalle, il padre è ricoverato in gravi condizioni, la moglie sembra volerlo abbandonare. Un intervento riuscito male sembra pregiudicare anche il futuro professionale del chirurgo che, messo alle strette, cade per la prima volta in errore. E inizia a percorrere il cammino ingannevole dei suoi predecessori: chiede protezione al partito per poter continuare a conservare il proprio potere.

All’apice del successo i dubbi che Franco porta in fondo al cuore scuotono ogni convinzione. E tutto diventa indefinito, inutile, inesatto.
Forse la vocazione per la medicina non è poi così forte, almeno non tanto quanto il desiderio di emulare il padre, celebre chirurgo. Forse la professione non è solo atto incondizionato d’amore verso il prossimo, ma piuttosto cinica predisposizione nello trattare chiunque come una macchina alla quale vanno aggiustati i pezzi.

Ripetitività, mancanza di coinvolgimento, assoluto distacco nel parlare di vita e di morte, di nascita, di malattia, di dolore. Troppo da sopportare.
Il dottore rimpiange la semplice umanità, nella quale sentimenti ed emozioni hanno un peso e un valore. E’ lui il paziente in cura, e sente di non poter contare su altri al di fuori di se stesso.

Giampiero Rappa confeziona un dramma malinconico e realista, che indugia tra le pieghe di una società malata senza alcuna voglia di essere guarita. La compagnia tocca con leggerezza la gravità delle cose, creando ritratti pacati ed emozionanti. Filippo Dini, nel ruolo di Franco, ricrea la complessità di sentimenti contrastanti con movimenti semplici, in una continua e disperata ricerca di una soluzione. Che forse è proprio in quel flebile grido d’aiuto, in quella ricerca di un conforto, in quelle parole sussurrate. Prenditi cura di me.


di Marcello Isidori - DRAMMA.IT

Dopo il debutto milanese al Teatro Filodrammatici Gloriababbi teatro porta al Teatro India di Roma lo spettacolo scritto e diretto da Giampiero Rappa “Prenditi cura di me”. Il testo si presenta con l’importante affermazione all’ultima edizione del Premio Enrico Maria Salerno, e noi di dramma.it abbiamo voluto dare il nostro contributo alla promozione dello spettacolo con la segnalazione del testo nella rubrica “il dramma del mese”. La qualità della scrittura e il tema affrontato da una parte, e il “marchio di qualità” a cui, da almeno otto anni a questa parte, ci hanno abituato i Gloriababbi ogni volta che firmano uno spettacolo, dall’altra, rappresentano un forte motivo di richiamo dimostrato dalla folta presenza di pubblico. Il motore della vicenda è identificato nel personaggio protagonista, un cardiochirurgo che affronta l’avventura politica illudendosi di poter lavorare al servizio dei cittadini. Le situazioni che si troverà ad affrontare saranno talmente complicate da mettere in crisi non solo la sua tenacia ed i suoi obiettivi ma anche la sua stessa vita privata. Un infaticabile Filippo Dini interpreta la rabbia e lo sconcerto del personaggio con grande ispirazione, mostrandoci le contraddizioni e le ambiguità delle circostanze e della sua lotta pubblica e privata. La forza del protagonista dimostra paradossalmente ma anche ineluttabilmente la necessità di soccombere alla debolezza degli altri. Così Franco Maggi cerca d’interpretare il ruolo che si è scelto per sconfiggere nemici esterni e interiori, nei due palcoscenici, separati tra loro da una finestra che consente una vista reciproca, della casa propria e del proprio ambulatorio dove, con ritmo asfissiante si avvicendano, senza soluzione di continuità, amici, colleghi, postulanti, corruttori. E Maggi affronta la scena sempre indossando lo stesso costume, da cui, solo alla fine, sconfitto ed esausto, si libererà per uscire definitivamente da un ruolo che non vuole più interpretare. Dunque una vicenda che solo apparentemente potremmo definire intesa ad affrontare temi d’attualità come la corruzione, i conflitti d’interesse, la sanità malata del nostro paese, ma che invece è molto più intima e personale, come del resto prova il titolo dello spettacolo. Attorno a Filippo Dini si muovono con attenzione e puntualità gli altri attori, vecchi e nuovi membri della compagnia, tra i quali emerge, in particolare, Andrea Di Casa, autore di una prova davvero sopra le righe. La regia asseconda un testo dove la parola è protagonista indiscussa, curando, come di consueto, il ritmo e i toni, spesso forti e frastornanti. Insomma, come al solito, un ottimo “prodotto”. Marchiato Gloriababbi teatro.



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