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RASSEGNA STAMPA DELLO SPETTACOLO
"IL SIGNOR IBRAHIM E I FIORI DEL CORANO"


TEATRO/AL VITTORIA

Con il signor Ibrahim un doppio Zucca ci parla di tolleranza religiosa

Un inno al rispetto ed alla tolleranza, un viaggio nei ricordi colorato di lacrime, sorrisi e poesia, un piccolo gioiello teatrale firmato da uno dei maggiori autori contemporanei. “Il signor Ibrahim e i fiori del Corano”, scritto da Eric-Emmanuel Schmitt (l’autore attualmente più rappresentato nei teatri di tutta Europa) e in scena al Vittoria fino a stasera, è parte di una tetralogia intitolata “Il ciclo dell’invisibile” che ha per argomento le grandi religioni. Scritto in forma di monologo, il testo, magnificamente interpretato in doppio ruolo da un ispiratissimo Mario Zucca, si occupa di dottrina islamica. Siamo nella Parigi degli anni ’60 e il dodicenne ebreo Mosè detto Momo, afflitto da un padre depresso e dispotico e abbandonato dalla madre alla sua nascita (“Con lei ho vissuto nove mesi ed un pomeriggio…”) stringe amicizia con un vecchio droghiere musulmano (“Pelle bruna macchiata di saggezza”) seguace del sufismo. La vita e la morte attraverso gli occhi di un bambino ormai diventato adulto. In un intenso romanzo di formazione che trasuda calore e umanità e che punta sull’incontro di due solitudini più che sul confronto culturale, ecco così popolarsi di figure, sogni e desideri, un bazar parigino che diventa archivio di memorie. Bibbia e Corano, differenze e contatti, voli su manici di scopa sorvolando gli Champs Elysées e una sedia che gira senza sosta tra le mani del protagonista trasformandosi sotto ai nostri occhi in derviscio rotante, Brigitte Bardot e il mito della scienza, circoncisioni, prostitute gelose e ricette di felicità. Fino al tragico finale nel quale si mischiano dolore e rinascita, segnando i confini di una nuova sensibilità finalmente capace di sorridere alla vita. Portato sul grande schermo due anni fa da Francois Dupeyron con Omar Sharif nei panni del venditore arabo di origini turche, “Il signor Ibrahim e i fiori del Corano”, diretto da Oliviero Corbetta con le suggestive musiche di Ottavio Sbragia, mette in mostra il talento e la versatilità di Mario Zucca, capace di evocare situazioni e persone attraverso sfumature, sguardi trasognati e improvvisi scatti rabbiosi in un crescendo emozionale che arriva alla commozione. Davvero una bella prova d’attore.

Claudio Fontanini – IL GIORNALE- Domenica 24 Aprile 2005


MARIO ZUCCA IN MONSIEUR IBRAHIM DI SCHMITT

Lo spettacolo è un monologo, un genere che le ristrettezze economiche di questi anni hanno fatto frequente sui nostri palcoscenici: sembrerà paradossale, ma, almeno per alcuni aspetti, è una garanzia di qualità. E’ davvero raro che uno spettacolo per voce sola sia deludente:l’attore che si ripromette di intrattenere il pubblico per oltre un’ora deve essere ben sicuro del suo mestiere e della tenuta del testo che presenta. Nessuno spettatore attento sarà stato deluso da questa superba prova di Mario Zucca, diretto qui da Oliviero Corbetta, nel racconto Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, del romanziere e drammaturgo francese Eric-Emmanuel Schmitt, rappresentato nello scorso gennaio sul palcoscenico della sede provvisoria del Teatro Franco Parenti: tre anni fa il regista Francois Dupeyron ne aveva tratto un film di discreto successo con il grande Omar Sharif nei panni dell’anziano Monsieur Ibrahim.

Il testo narra di un ragazzo ebreo, figlio di un triste avvocato vedovo e incapace di relazione e da un anziano droghiere islamico, unico islamico nella via degli ebrei, capace, viceversa, di stabilire un rapporto paterno. Racconto di formazione, con un personaggio eco del Virgilio guida di Dante e della volpe del Piccolo Principe, capolavoro della letteratura francese del Novecento. Monsieur Ibrahim sa costruire il giovane nella saggezza quotidiana, nella spiritualità interiore, nella comprensione cordiale, soprattutto nella scoperta del valore straordinario del sorriso: guardare sorridendola realtà e le persone che stanno accanto riesce spesso a mutarne la reazione e a stabilire un rapporto. E il Corano non ha l’arrogante pretesa di risposte per tutto, ma è il basso continuo a cui deve intonarsi la vita di ogni giorno.

Mario Zucca è forse alla sua prova più alta: la sua età, media fra i due personaggi a cui dà la voce, gli consente di essere per lo spettatore la sintesi del giovane ebreo e del vecchio islamico, figure diverse, come in fondo ciascuno di noi porta in sé le persone che più ci hanno costruito. Ma Zucca riesce anche a dare vita scenica al padre, alla prostituta che il giovane cerca di frequentare; riesce a farci cogliere lo stupore di fronte al mondo che gli si apre via via dinanzi,più nella bottega del droghiere o nelle stanze di una casa di tolleranza che fra i banchi del liceo che frequenta. Dà voce e anima ai diversi personaggi non trasformandosi in loro con espedienti teatrali come il costume e/o il trucco, ma appunto portandoli dentro di sé, facendone strumento della sua maturazione attraverso l’evocazione ora serena ora angosciata: e lo spettatore è accompagnato a vedere la realtà, anche negli oggetti di scena fisicamente rimossi via via che passano dal materiale alla memoria, con gli occhi del narratore, fattosi adulto e autonomo, e a convincersi che il sorriso può dissolvere anche barriere presunte incrollabili.
Ugo Basso sul sito http://www.quattronet.it/


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