RITAGLI STAMPA SULLO SPETTACOLO "I SONETTI DI SHAKESPEARE"
I sonetti di Shakespeare nei sogni di uno smemorato
Rilegge Shakespeare: appuntamento costante per il teatro, ma quando a farlo è Duccio Camerini ci si poteva aspettare una sterzata interna. Così <<i sonetti di Shakespeare>>, ultimo testo scritto, diretto e interpretato da Duccio trasforma la materia del Bardo in ponte di transito per storie del presente. Non un <<aggiornamento>> del suo lavoro, ma una ricerca di assonanze, Shakespeare come <<con-testo>>. Così i Sonetti diventano le parole per dirlo di un uomo alla deriva, la sua sola forma d’espressione, il suo modo di tentare di comunicare ancora con il mondo e con gli altri.
La storia di Carlo (un nome <<prestatogli>> perché l’uomo non sa dire di sé) viene raccontata dal protagonista (Duccio Camerini) un tipo qualunque, che ha fatto amicizia con un infermiere psichiatrico incontrato per via di una moto da vendere. Anzi, l’amicizia nasce proprio dal <<caso Carlo>>, dalla vicenda a non lieto fine dello smemorato che si esprimeva per rima. Il primario della clinica se ne vorrebbe liberare, l’infermiere lo accudisce, lo scruta con attenzione che si da affetto per una creatura smarrita e poetica insieme. Crede addirittura che le rime siano sue e così condivide le sue convinzioni con l’amico, finché arriva la scoperta del libro-galeotto. E proprio quando il mistero si è sciolto, quando Carlo potrebbe rivelarsi, il destino si chiude, cattivo, con un incidente fatale.
Shakespeare e Camerini è combine di narrazione e poesia, quotidianità e il sogno che ce la fa sopportare. I Sonetti (tradotti con eleganza e passione da Giovanni Lombardo Radice) come medium, struttura interna al testo di Camerini, si rivelano come un formidabile catalogo di emozioni e reazioni alla varia umanità che ci circonda. Un abbecedario di vita per comporre relazioni, oggi come 390 anni fa, ai tempi di un autore talmente geniale che gli studiosi faticano a ritenere realmente esistito. Mentre il testo originale di Camerini gli gira intorno come un’edera fedele, ne respira il profumo e ce lo rende contemporaneo con la recitazione a perdifiato che caratterizza il teatro di Duccio, narrante e palpitante.
Rossella Battisti – L’UNITA’ (edizione di Roma) – sabato 2 dicembre 2006
L’incanto della vita nei sonetti shakespeariani
Duccio Camerini offre un singolare monologo tratto dai versi del Bardo
Se amate Shakespeare, se credete che le sue parole posseggano quella risonanza universale capace di trovare eco in ogni luogo e in ogni tempo, allora non perdete I sonetti di Shakespeare che Duccio Camerini (autore, regista e interprete) presenta solo fino ad oggi al teatro Argot.
Si tratta di un monologo felicemente sospeso tra racconto e poesia, concretezza e astrazione, vita comune e afflato simbolico. Tale dunque da trascinare gli astanti dentro gli inquieti e sublimi versi shakespeariani (qui tradotti da Giovanni Lombardo Radice e commentati dalle belle musiche di Germano Mazzocchetti), attraverso il semplice richiamo di una storia umana fatta di incontri fortuiti, di passioni contagiose, di caparbie ricerche di senso.
L’individuo che vediamo e ascoltiamo recitare è uno di noi, un uomo come tanti che stringe amicizia con un certo Tiberio e, attraverso questi, arriva a Carlo. Carlo il pazzo. Carlo lo smemorato. Carlo l’uomo senza identità. E’ ricoverato in una clinica e parla con il mondo solo attraverso i sonetti del Bardo, diluendo in fiumi di endecasillabi le volubili aspirazioni degli amanti, le dolorose paure di chi avverte il peso del domani, le fragili certezze su cui camminiamo tutti, in cerca di consistenza e amore. <<Noi siamo i nostri desideri>>, dice a un certo punto Camerini/Carlo/Shakespeare e lo dice per annullare le distanze tra la vita e la sua sopportabilità.
Per ribadire che gli esseri umani sono fatti della stoffa dei sogni (ecco Prospero emerge dalle pagine de La Tempesta) e che, per quanto effimera sia la personale esperienza di ciascuno, <<non esistono persone normali>>.
Il Giornale (edizione di Roma) – domenica 17 dicembre 2006
Camerini malato d’amore è pazzo per Shakespeare
<<Le persone normali non esistono>>. Termina con questa verità, uno spettacolo non normale ma umano, poetico e ingegnoso in tema di malattie d’amore. La normalità non esiste in Duccio Camerini che è autore-attore-regista dell’assolo contemporaneo I sonetti di Shakespeare, con versi tratti dai 154 pezzo del canzoniere del Barbo (bella traduzione di Giovanni Lombardo Radice) in forma di delirio schizoide, di fuga d’un uomo d’adesso dalla comunità – uno che s’esprime per iscritto e a voce con quei sonetti costituendo un “caso” tra disturbati psichici – con un infermiere che a lui lega il destino. E non c’è nulla di normale nel racconto realistico a scatole chiuse per trama concitata, attaccamento tra uomini, specularità di donna luciferina, motociclette, bar, malattia, polizia. Certi, noi, d’aver ascoltato l’inaudito, l’inudibile.Che è tutto. Che è raro.
Rodolfo di Giammarco – La Repubblica (edizione di Roma) – giovedì 7 dicembre 2006
I Sonetti di Shakespeare
Accarezzare la stoffa dei sogni.
Questo lo scopo del bravo Camerini ne I Sonetti di Shakespeare, il monologo ispirato al libro meno noto del Maestro inglese del teatro romantico.
L’atmosfera, garantita da una scenografia essenziale su fondo nero e da un abile quanto mirato gioco di luci, è, infatti, onirica, attraversata solo dalla figura possente di Camerini che si alterna a se stesso attraverso i personaggi di Carlo e Tiberio.
Quattro pareti virtualmente insuperabili e una musica pienamente aderente al testo (composta per l’occasione da Germano Mazzocchetti) accompagnano i polpastrelli nell’obiettivo dichiarato da una regia ambiziosa quanto preparata.
Il patto narrativo è subito accettato dal pubblico, che ne gradisce i richiami alla realtà (“..l’avrete letto anche voi, qualche mese fa..”), sprofondando in un’attenta quiete critica; i ritmi si alternano, nell’accelerazione cardiaca del passo cadenzato di Camerini e nel respiro trattenuto dalle improvvise chiose di scena, che alle volte comunicano i brividi……...
……Camerini sceglie la via della naturalezza e la percorre egregiamente……
Duccio Camerini presenta alla sala due del teatro Vascello di Roma I sonetti di Shakespeare, straordinario esempio di "intelligenza teatrale", in cui, finalmente, l'originalità si sposa con la tradizione.
In quest'ultimo lavoro, Camerini, autore e unico interprete della pièce, si fa portavoce di una considerazione affascinante perché del tutto semplice, che evidentemente si pone alla base di tante sue suggestioni: forse è proprio vero che al mondo non esistono persone normali, ogni uomo è un mistero insondabile, un microcosmo ricco di sorprese.
Nel racconto di una storia ambientata ai giorni nostri, le parole poetiche di William Shakespeare (quelle racchiuse nei Sonetti, la sua opera forse più intima e seducente) ritrovano un'inaspettata attualità. Le considerazioni scritte quattro secoli fa sull'amore, sul bene e il male, sulla rabbia, la passione e la paura, e soprattutto sulla disperazione del vivere, sembrano state composte appena ieri: rivivono in tutta la loro intensità attraverso la voce, la mimica e la gestualità espressiva di Camerini, un attore straordinario, lucido, partecipe, sognante.
Il protagonista si muove sicuro e incurante di tutto e tutti, come se il mondo esterno non potesse mai raggiungerlo, circondato da musica e luci eloquenti, in una scenografia non invadente ma molto curata. Con un approccio che punta tutto sulla naturalezza dell'espressione, l'artista conquista il pubblico che lo segue senza perdere una battuta: le parole di oggi si mescolano con quelle di ieri, pesando in tutto il loro significato. Impossibile per ognuno dei presenti in sala non scoprire dentro di sé il rinnovato desiderio di rileggere ancora una volta gli indimenticati versi del Maestro inglese, proprio alla luce di questa nuova interpretazione.
Camerini si conferma un ottimo teatrante, nel senso più puro di questo termine: il coraggio di mettere in scena un autore rappresentatissimo come Shakespeare senza fraintenderlo ma, al contrario, portando alla luce qualcosa di nuovo già insito nel testo originale, è un'impresa non facile, che solo ad un artista davvero consapevole può riuscire.