In
un ambiente unico (che poi scopriremo rappresentare
due luoghi diversi) un uomo e una donna raccontano
la loro storia parlando direttamente al pubblico.
L’uomo e la donna non parlano mai tra di loro,
ma i loro monologhi si intrecciano e il loro racconto
a volte sembra combaciare: si capisce che le loro
vite scorrono parallele e stranamente incrociate,
ma fino all’ultimo non sarà svelato
qual’è il nodo che li unisce. I due
personaggi appartengono a due periodi storici diversi,
ma stanno raccontando la stessa storia. Solo nel
finale si guarderanno finalmente negli occhi e si
"parleranno" per la prima volta, ballando
insieme un simbolico tango.
Il rapporto diretto con il pubblico è di
fondamentale importanza: c’è nella
scrittura un continuo passaggio dal racconto del
passato al racconto del presente e la presenza di
un interlocutore, anche se muto (il pubblico, appunto),
rende possibili questi salti temporali, evitando
che il testo diventi troppo "letterario".
E’ come quando si racconta ad un amico qualcosa
che ci è successo: non si bada molto all’esposizione
esatta degli avvenimenti: si torna indietro nel
tempo con la memoria e poi si va avanti e poi ancora
indietro, fino a che alla fine tutte le tessere
del puzzle combaciano perfettamente e chi sta ascoltando
ha una visione completa dei fatti.
Non ho voluto, di proposito, creare una scena complessa,
così che lo spettacolo potesse essere rappresentato
anche in spazi non prettamente teatrali, o in teatri
piccoli, non tradizionali (senza palcoscenico o
con il palcoscenico a livello del pubblico). Pochissimi
elementi caratterizzano i due ambienti: una coperta
e delle candele per lei e un martello e delle foto
da appendere al muro per lui. Mi sembrava più
interessante lavorare proprio sul concetto di "racconto",
privilegiando questo aspetto alla ricerca estetica.
Con gli attori ho lavorato in modo che quello che
viene detto sia sempre detto e mai recitato: la
verità della storia narrata è più
importante della tecnica. del "mestiere".
E’ una storia che poteva capitare a chiunque
di noi, se fossimo nati e cresciuti in quell’epoca,
in quel paese, in quel regime dittatoriale.
E chiunque di noi avrebbe potuto raccontarla.
Francesca Zanni. |